Colombia a colori

Non c’è nulla che colpisca di più del fragoroso rincorrersi dei colori e della confusione violenta che generano nelle piazze coloniali o nelle strade di Bogotà o Cartagena o anche tra le polverose botteghe di Macondo (Aracataca). Due settimane per un paese tanto grande non sono niente. Due settimane rubate ad uno dei momenti di maggiore attività lavorativa dell’anno sono un attimo di eternità.

Se debbo dire che cosa mi è piaciuto di più di questo paese che si aspetta finalmente una pace solida e un po’ di tranquillità per potere progettare il proprio futuro, è proprio questo senso di allegria e di tinte forti che attraversano la musica (che c’è ovunque e ad ogni ora del giorno e della notte: sugli autobus e sulle automobili, nei bar dove si fa colazione con le uova strapazzate o a Cabo de la Vela dove si cena a lume di lampade alimentate da gruppi elettrogeni rumorosi e antichi), i colori delle case, gli abiti delle ragazze e i banchi di frutta dei mercati… Colori ovunque anche quando la pioggia dell’Equatore scende a catinelle e paralizza la megalopoli  di oltre 8 milioni di abitanti, Bogotà, che è la capitale di questo paese.

Ho fatto foto nei luoghi che hanno un segnaposto rosso, quelli che corrispondono, in linea di massima, a tutti i posti che con Lucio Picci abbiamo visitato.

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Poi c’è una presentazione video* che dura due canzoni, 7 minuti circa (30 secondi al giorno… si poteva essere più sintetici di così?… lo dico per rassicurare gli ipotetici spettatori). Spero possa dare l’idea di che cosa intento per confusione di colori (con rare licenze di bianco e nero, ma foto che a me paiono a loro volta quasi colorate).

Un tempo, dopo i nostri giri, facevamo delle pallosissime proiezioni di diapositive… Piacevano solamente a chi aveva partecipato all’avventura del viaggio. Anche questa cosa qui penso abbia più o meno lo stesso indice di gradimento… Ma visto che Lucio ha perduto la macchina fotografica l’ultimo giorno, prima di arrivare a Bologna, sono sicuro che la guarderà almeno due volte…

 

* Ovviamente la prima foto è una citazione di La La Land…

Da Fiumicino alle Ande

Video

Insomma, qualche settimana fa, sono andato a fare un giro dall’Oceano Pacifico a quello Atlantico con lui.

Io, a dir la verità, mi sono anche divertito, nonostante ci sia stato da lavorare molto: in 12 giorni abbiamo fatto 2000 chilometri in autobus e 200 a piedi.

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Ho fatto un po’ di fotografie, che ora mostro in questa presentazione a chi avrà voglia di ascoltare un po’ di musica molto di sinistra come sottofondo…

Consideratelo un modo di dirvi buon anno… ma non credo che oltre a Lucio Picci (il più fotografato che rovina l’atmosfera) ci saranno altri con la voglia di guardare tutta la pappardella…

 

Senza Palmira

Sentire le notizie che vedono ancora Palmira campo di battaglie e oggi riconquistata dalle forze dello Stato Islamico fa male al cuore. Saperla danneggiarla, inaccessibile, che la sua popolazione debba ancora patire violenze e dolore, vederne violentata l’eleganza e la storia è una colpa gravissima di queste nostre generazioni, che non sono state in grado di evitare tutto questo.

Quando vent’anni fa la vidi apparire nel deserto rimasi folgorato dalla bellezza dei resti romani e dalla forza e dall’armonia delle sue colonne, dalla vista dall’alto della collina. Sembrava che la regina Zenobia avesse lasciato in quel luogo parte del suo fascino e il turista (o il viaggiatore) con l’espressione attonita di chi guarda un tesoro troppo grande per trovare totale soddisfazione in quella vista. Mai potrò dimenticare quel turbine di sensazioni, quel godimento, quel piacere.

Ecco sapere che forse mai più potrò tornare, che difficilmente potrò avere l’emozione di accompagnare mio figlio a visitare quel posto che ho tanto amato è una ferita che va al di là del mio rifiuto della guerra, del mio impegno sociale o politico. E’ sentire una privazione assurda per l’umanità.

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La regina Zenobia, nelle mie fantasie, era una donna bellissima, coraggiosa. La sua ambigua e provocante energia ne amplifica il fascino. Palmira e Zenobia coincidono moltiplicano la intrigante

Fonti classiche e arabe descrivono Zenobia come bella e intelligente, con una carnagione scura, i denti bianchi perlati e luminosi occhi neri. Si diceva che fosse ancora più bella di Cleopatra, ma che differisse dalla regina egizia per la sua reputazione di estrema castità. Fonti descrivono anche che Zenobia si comportasse come un uomo, amando l’equitazione, la caccia e bevendo di tanto in tanto con i suoi ufficiali e specialmente col suo generale favorito, il capace Zabdas. Effettivamente il bassorilievo rinvenuto a Palmira e conservato nel Museo Nazionale di Damasco mostra una donna attraente e raffinata ed è uno dei rarissimi ritratti della sovrana.

Pechino 25 anni dopo

Non starò ad ammorbare il lettore di questa pagina (che così raramente curo con l’attenzione che vorrei) ed è per questo che preferisco fare parlare le immagini. Con questo post vorrei cercare di dare una risposta alla domanda “Che cos’è il cambiamento?”

Nell’agosto del 1991 con Anna, Marco e Raffaele andai a Pechino. Non era una meta a cui – parlo per me – avevamo pensato con particolare pathos, capitò quasi per caso. Fu un viaggio molto bello, intenso e che ha riempito la testa di pensieri, immagini e colori. Sembrava già uno straordinario risultato vedere che oltre un miliardo di persone potesse mangiare ogni giorno. Soprattutto nelle campagne si viveva come immagino si vivesse nell’800 nella pianura padana. Da qualche anno avevo cominciato a fotografare (maluccio, ma con una certa assiduità). Il digitale mi ha permesso di andare a ripescare un po’ di scatti che avevo fatto in quel viaggio tanto che oggi posso confrontarli con quelli che ho realizzato nei giorni scorsi in un altro viaggio a Pechino.

Come si vedrà non ci sono paragoni possibili: Pechino di oggi sembra in un pianeta diverso rispetto alla città che abbiamo visto 25 anni fa (anche se i monumenti storici, ovviamente, sono uguali). Mi fa addirittura più impressione confrontare questi scatti piuttosto che la sensazione fisica che ho avuto andando in giro per la capitale cinese in questi giorni. E’ impossibile confrontare esattamente quei luoghi… ma ciò che mi interessa mettere “a fuoco” è come un tempo lungo, ma non immenso, abbia portato radicali trasformazioni.

La Cina è un paese difficile, ma anche il mercato più grande del pianeta. Nonostante l’Italia sia considerata sempre con simpatia si fa fatica a vedere un vero impegno a cooperare e soprattutto a trovare le forme per entrare in questo grande contenitore di opportunità, noi non investiamo con intelligenza. Si narra di una battuta che ebbe a fare Cesare Romiti quando guidava la Fiat: “Non possiamo investire in Cina: questi vanno in giro in bicicletta…” Ecco: quelli che 25 anni fa riempivano piazza Teinanmen con le loro due ruote tenute insieme da un po’ di filo di ferro oggi riempiono le strade a 12 corsie della capitale cinese con auto di minimo 2000 di cilindrata… E Romiti è il Presidente della Fondazione Italia Cina… Insomma, magari c’è un po’ di leggenda attorno alla battuta, ma di certo noi – a differenza di tedeschi e francesi – non abbiamo scommesso sulla crescita della Cina ed ora stiamo lì, alla finestra, guardando a bocca aperta la crescita di questo paese.

Certo la crescita ha coinciso con una violenza sul territorio e con uno sfruttamento senza precedenti delle risorse naturali di cui quel paese dispone. Gli obiettivi che il Partito dava alle diverse regioni ha realizzato delle condizioni di vita in certi casi mostruose. La ricchezza è cresciuta con un livello di corruzione significativo (anche se su questo le pene sono sempre più che esemplari). Ma in questi anni, non con lentezza, stanno sorgendo grattacieli costruiti con criteri di ecosostenibilità, cominciano a vedersi negozi con prodotti biologici, la cura della salute sta diventando una nuova frontiera della Cina e sappiamo che quando si mettono in testa una cosa… raramente non raggiungono gli obiettivi che si prefiggono.

Per approfondire suggerisco la lettura del saggio che Giuseppe Rao ha scritto per Eclettismi un po’ di tempo fa, ma che mi pare ancora molto aggiornato…

 

 

 

Carte Segrete

Grazie alla preziosa collaborazione di Raffaele Tassoni e Edoardo Pederzoli pubblico una seconda versione, più precisa e con diversi punti di vista, del post che avevo pubblicato il 31 gennaio
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In una bancarella del mercato di Piazza San Giovanni di Dio ho trovato alcuni numeri di una rivista letteraria degli anni ’60. Alla fine ho ceduto ed ho comprato una copia: il numero 6, anno II, aprile – giugno 1968. Mi è sempre piaciuta l’edizione di questa stravagante pubblicazione con la rilegatura in cartone grezzo con titoli e grafica in nero e rosso. In questo numero mi hanno incuriosito il saggio su Paul Klee: Che cosa crea l’artista . Il saggio “Robert Lowell: Omaggio di un poeta nordamericano al Che Guevara” e soprattutto “Adrian Henry, Roger mcGough, Brian Patten, Alan akson, Christopher Lougue, Adrian Mitchell: I poeti degli acidi” e “Ruth Bronsteen: Manuale Hippy – Materiali del movimento studentesco romano: Istruzioni per l’autodifesa.
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Ma al di là di questi noiosi ed inutili particolari Carte Segrete è legato ad un episodio indimenticabile di una vacanza a Berlino nell’agosto del 1984. Era la prima volta che con Raffaele Tassoni, Marco Cani, Edoardo Pederzoli e Massimo Cattabriga andavamo oltre la Cortina di Ferro. Fu uno di quei viaggi che non si dimenticano.
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Partimmo da Imola con la mia SEAT Ronda (che era uguale alla Ritmo, ma fatta in Spagna e costava meno dell’originale della Fiat), di sera, per essere la notte a Monaco di Baviera dove ci imbucammo ad una festa di universitari.
Non ci fermammo ed arrivammo a Salisburgo in tarda mattinata senza dormire un momento e senza più fermarsi. Trovammo una stanza da una signora austriaca che abitava in campagna e decidemmo di schiacciare un pisolino alle 5 del pomeriggio per uscire poi a cena: ci svegliammo la mattina alle 9 dopo una delle dormite più meravigliose della mia vita facemmo una pantagruelica colazione austriaca.
Il giorno dopo ripartimmo per Vienna dove ci fermammo qualche giorno (non entro nei particolari, ma fu una gita piena di incontri e di serate senza fine).
Poi passammo la frontiera, per la prima volta non su un mezzo pubblico, verso un paese dell’Est, per vedere Bratislava.
Qui nel ricordo di Edoardo ci fu anche un mio sbrocco: alla dogana… “ci fecero scendere tutti dall’auto e ispezionarono minuziosamente l’abitacolo e grossolanamente anche i bagagli. L’unica cosa un po’ spavalda e scherzosa che feci fu semplicemente dire al doganiere, che stava controllando le nostre carte d’identità e guardando la mia foto, “Are very beautiful! Vero?”. Per ricordarmi quanto fossi rilassato io, Edo aggiunge: “Cap che mi disse una roba tipo: “Ma sei scemo ? Qui siamo alla cortina di ferro, ci mettono tutti dentro!
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Bratislava fu memorabile per altro e si trattò di certo di una tappa turbolenta: Marco entrò in un’osteria piuttosto decadente con la sua macchina fotografica, ma la cosa non piaceva agli avventori che cominciarono ad urlargli improperi in slavo e poi lo seguirono prima da lontano e uno cominciò ad inseguirlo anche con una bottiglia rotta in mano… non volevano essere fotografati. Ci dileguammo rapidamente da quella situazione dove avevamo più di una sensazione di non essere proprio graditi e di lì a poco ci si avvicinò un ragazzo molto gentile che si offrì di accompagnarci nel giro in città. La sua attenzione era molto concentrata su Raffaele. Si capì presto che più che gentilezza si trattava di una vero e proprio abbordaggio… Non credo che a Raffaele fosse mai successo prima e per noi giovani della provincia padana non era una cosa a cui eravamo abituati piacere ai ragazzi, non eravamo molto “sciolti”…
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Un SEAT Ronda che fu prodotta dal 1983 al 1986.

Su questo poi Raffaele contesta: “Non è vero che non eravamo provinciali, ma semplicemente le sue attenzioni erano fastidiose. Mentre voi (stronzi) cercavate sempre di lasciarmi solo con quel tizio – diceva di essere un pezzo gesso del partito locale – ci aveva offerto cena e da dormire nella villa dei suoi. Voi eravate favorevoli e solo perché avevo minacciato di andarmene da solo in treno che avete accettato di andarcene un giorno prima del previsto“.
Comunque sia… Alla fine ci convincemmo tutti e ce ne andammo a gambe levate da Bratislava e finimmo a dormire a Brno.
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Il giorno dopo arrivammo a Praga. Ci fermammo una settimana e fu indimenticabile. Praga di trent’anni fa era una città magnifica: decadente e antica, umiliata e orgogliosa, in ogni angolo grigio c’erano cantieri aperti e i lavorio proseguivano “lenti ma sicuri”. Politica, poesia, filosofia, sesso, “murate” e cazzeggio. Praga era speciale. Dispiacque a tutti andarsene…
Riprendemmo il viaggio verso Karlovy Vary, alle terme, a bere acqua calda in strane tazze in ceramica.
Poi, finalmente, un’altra traversata notturna.
* * *
Il confine con tra Cecoslovacchia (sì si chiamava così, non è un errore) e Germania Est sembrava una normale frontiera, come ne avevamo già passate tante. Il doganiere parlò a lungo con Raffaele, in tedesco. Io non capii una parola, ma non ero il solo… Raffaele ci rassicurò: “ho capito tutto, l’importante è che entro 24 ore si sia a Berlino ad un punto di frontiera: possiamo fare quello che vogliamo…”
Ricordo – perché ce lo siamo raccontato tante volte – che la discussione fu: “in fondo si fa dell’allarmismo, non è che ci sia tutta questa mancanza di libertà…”
Insomma io guidavo e tutti cantavamo a squarciagola. Uscimmo dall’autostrada a Dresda e poi ancora a Lipsia e ci colpivano quelle macerie che ancora ricordavano la grande tragedia della seconda guerra mondiale. Ma era notte fonda e da lontano vedemmo anche la luce azzurrina sul tetto che girava di un’auto della polizia…
Certo quelle scritte in autostrada “Transit” un po’ ci insospettivano, ma perché non avere fiducia in Raffaele? in fondo lui una volta in Germania c’era già stato, con i suoi genitori… era evidente che lui ne sapeva più di noi.
All’alba arrivammo a Berlino, non so come ma entrammo trionfanti in Alexander Platz. La torre era aperta e salimmo all’ultimo piano e c’era un ristorante bar tipico di un paese a socialismo realizzato: un self service freddo come una mensa di un carcere femminile, ma pieno di cose che non eravamo abituati a mangiare a colazione: caviale, insalata russa, salsicce dai sapori improbabili, uova cotte in tutte le forme. Io credo che tutto fosse a base di mercurio, ma avevamo fame e quindi mangiammo e bevemmo anche il caffè, che nella mia memoria ancora mi fa stringere lo stomaco. Sazi e rilassati arrivammo finalmente alla frontiera… ma girammo un po’ (o forse ci perdemmo) perché volevamo passare dal Checkpoint Charlie, non si poteva scegliere nulla di meno…
La versione di Raffaele è per certi versi più dettagliata, molto meno netta per altre aspetti, ma si sa ognuno ricorda le cose come meglio ritiene: “Alla dogana per entrare in Germania c’era molta nebbia, io avevo capito che avevamo 24 ore per raggiungere Berlino Ovest e l’autostrada Transit non siamo mai riusciti a prenderla. A Dresda – conferma Tassoni – ci passò vicino anche una macchina della polizia che però non ci chiese i documenti. Arrivati a Berlino Est la cartina non chiariva bene dove passare da Est ad Ovest a parte la dogana indicata sull’autostrada. Perciò dopo colazione Iniziammo a imboccare tutte le strade, verso sinistra, che dovevano portare ad Ovest e purtroppo le trovammo bloccate dal muro. Iniziammo a chiedere a dei passanti indicazioni, ma non capivano l’inglese e ci guardavano sorpresi per la nostra presenza poi finalmente interrogammo un signore distinto, vestito con giacca e cappello, che conosceva un po’ di inglese ci indicò alcune vie più avanti un passaggio molto importante per andare ad Ovest, il Check Point Charlie”. 
 * * *
Ora facciamo un passo indietro, così si capisce che cosa c’entra la rivista letteraria Carte Segrete. In valigia avevo messo due libri: il primo era Cocaina, di Pitigrilli e il numero 2 di Carte Segrete: con questa copertina di cartone grezzo che sembrava uno dei dossier dei film di spie americane… forse era proprio il motivo del mia acquisto… e forse il principale motivo per cui ne ho comprato una copia anche questa mattina.
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Foto (censurata) della doccia nella dacia viennese, durante quel viaggio mitteleuropeo

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La mia versione:
Dunque eccoci al ponte delle spie. Avevamo un paio di auto davanti a noi. Ma le operazioni erano veloci: erano più o meno le 8 del mattino e già cominciavamo a discutere dove cercare l’albergo arrivati dall’altra parte del muro.
Il poliziotto che ci vide ci gelò con uno sguardo: gli avevo dato il foglio che ci avevano consegnato alla dogana in entrata e dopo averlo visto si allontanò per chiamare un gruppo di colleghi. Ci fecero scender con le mani in alto, ci fecero appoggiare all’auto e ci perquisirono: io e Raffaele fummo portati in un ufficio. Ci fecero sedere. Aspettammo lì tre ore, con gli agenti che passavano, parlavano tra di loro e si allontanavano guardandoci con un certo disprezzo… io ricordo ancora i momenti e la sensazione della pelle d’oca che sentivo sulle braccia e il brivido che mi correva sulla schiena ogni volta che qualcuno si avvicinava a noi.
Gli altri tre, intanto, assistevano allo svuotamento delle valige, all’ispezione dell’auto e alla perlustrazione palmo a palmo anche del fondo della mia Ronda, usarono specchi, macchine varie e, naturalmente arrivarono a prendere in mano Cocaina e Carte Segrete. I “miei amici” naturalmente dissero che erano miei e un funzionario arrivò da me con i libri in mano e mi chiese qualcosa in tedesco. Credo di avere avuto un colore cadaverico. Li aprii, li sfogliai e dimostrai che si trattavano di testi, che il titolo non aveva molto a che fare con il contenuto… Non saprei dire che cosa possa avere capito il ragazzo in divisa che avevo di fronte… sta di fatto che non approfondì… non avrebbe capito nulla di più comunque.
Aspettammo ancora, tutti insieme.
Era ormai l’una passata…
La liberazione arrivò quando il responsabile arrivò spiegandoci che non dovevamo essere lì, non dovevamo esserci a quell’ora e non dovevamo avere fatto nulla di quello che avevamo candidamente raccontato… Credo che la nostra avventura sia stata considerata molto comica dalle guardie della Germania Est che guardandosi tra loro si sorridevano, come se avessero lì davanti a loro dei dementi… Ci diedero un foglio dove c’era scritto che dovevamo pagare una multa di 50 marchi, che erano tanti soldi, ma meno di quanto avremmo temuto.
* * *

La versione di Raffaele Tassoni:

Alla Dogana le macchine che ci precedevano passavano molto velocemente i controlli, ma erano vetture di rappresentanza nere ed alcune avevano anche le classiche bandierine dei diplomatici. Noi eravamo gli unici con una utilitaria bianca. Arrivati al nostro turno ci fecero accostare nel parcheggio mentre le altre le controllavano sulla strada di passaggio e chiesero che uno di noi li seguisse in ufficio, voi avete detto che toccava a me visto che avevo iniziato io a tenere i rapporti in lingua con l’autorità.

Mi hanno portato in una stanza con solo una scrivania due sedie ed uno specchio, il classico specchio che permette a qualcuno ad osservarti senza essere visto.

Mi hanno lasciato solo un’ora poi finalmente è arrivato un graduato che però parlava solo tedesco, era brusco nel fare domande in tedesco ma io non capivo nulla e dicevo “ I speak only English, Italian or French. Se ne è andato e ho aspettato altre due ore prima che entrassero un militare di più alto grado accompagnato da una assistente sempre in divisa. In Inglese mi hanno chiesto di spiegargli il nostro giro e che cosa avessimo fatto nelle ore tra il passaggio della Dogana e l’arrivo al Check Point. Ho pensato che fosse preferibile fare l’ingenuo per cui gli ho fatto i complimenti per la loro bella città e oltre a parlargli di cosa avessimo fatto a Berlino Est gli ho descritto tutto il tragitto con le diverse soste.

La signora in divisa mi ha poi spiegato che avremmo dovuto fare il transito al massimo in 6 ore e che non avremmo mai dovuto uscire dall’autostrada di Transito. Avevamo accumulato 8 ore di ritardo da giustificare oltre ad essere passati in strade proibite. Però avevo l’impressione che il mio racconto gli fosse sembrato credibile e che quindi ci avrebbero perdonato. Mi ha informato che avrebbero dovuto discutere del caso e mi avrebbero fatto sapere. Dopo una ventina di minuti è rientrata scusandosi per non essere riuscita ad aiutarci e che avrei dovuto seguirli fuori dalla dogana.

Uscito dall’ufficio ho raggiunto i miei compagni di viaggio che stavano dall’auto e ho spiegato loro che mi stavano portando via. Di lì a poco ci ha raggiunto una camionetta militare e li ho veramente pensato ci avrebbero arrestato, invece ci hanno semplicemente rimproverato, o almeno credo visto che continuavano a parlare sempre in un tedesco sconosciuto e ci hanno consegnato un verbale di 100.000 lire di multa. Abbiamo fatto la colletta e siamo potuti ripartire.

 * * *
Passammo il confine e dopo avere insultato il nostro navigatore festeggiammo come si doveva lo scampato pericolo e ci immergemmo nelle mille luci di Berlino Ovest: il paese dei balocchi anche per chi veniva solo da 10 giorni in paesi socialisti.
Ci tornammo, a Berlino,  anni dopo quando il muro non era ancora crollato… ma quella prima volta rimane indimenticabile.

Gli “Infiniti Scherzi” di Jovanotti

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Se si ama Jovanotti questo lavoro è uno sballo: una pasticceria a disposizione dove ingozzarsi di note, immagini e parole. C’è veramente di tutto e di più in Lorenzo 2015 CC. Il titolo non mi piace, lo dico subito, perché altrimenti dopo che avrete letto la mia recensione, rischio di passare per un delirante fan. C’è molto cinema, letteratura, fotografia scritta e soprattutto una valanga di musica, di strumenti, di generi, di ballate struggenti (quelle che mi piacciono di più) e immagini poetiche. Ma soprattutto mi pare un lavoro contemporaneo, contaminato da tutte le cose che Jovanotti vede viaggiando, leggendo, ascoltando musica… vivendo alla Jovanotti, sempre ad alto ritmo.
Mi fa pensare a tante cose questa playlist.
 
La prima è un mio libro fondamentale (i libri fondamentali sono pochi, altrimenti sarebbero solo importanti) Il mondo che ho visto. Si tratta di un libro “minore” di Mario Praz, un divertissement, dove racconta a modo suo – da grande intellettuale e collezionista – i posti che ha visitato ricordando le storie e spiegando i particolari che ha trovato e scoperto. Ecco 2015 CC è una sorta di diario di scoperte: un’annotazione gioiosa di note (musicali, poetiche, cinematografiche…) che si stratificano e si combinano insieme. In fondo, anche questo lavoro è una grande collezione.
La seconda è trovare tante immagini in questi testi e tanto cinema. Blade Runner è citato direttamente o meno in diversi brani (e Blade Runner è un film fondamentale anche per me). Ma ci si diverte a trovare i riferimenti, le citazioni, le suggestioni che sono elencate nei testi e – per i più bravi di me – nelle partiture musicali, come si è fatto qui per Sabato.
La terza cosa è che è difficile individuare un giudizio sintetico tanto è sconfinato il lavoro che sta dietro a questa raccolta: è come trovarsi a recensire Infinite Jest di David Foster Wallace. Insomma mi pare che questo “non disco”, quest’opera segni un punto di arrivo di una carriera. E’ un lavoro di grande ambizione, ma fresco e sfrontato. Una serie infinita di scherzi, se vogliamo forzare un po’ sulla traduzione del titolo di quel libro.
Una volta, nel 2005 quando uscì Buon Sangue, mi capitò di parlare non proprio benevolmente del percorso di Lorenzo Cherubini sul mio blog: “E’ stato un fenomeno interessante questo Jovanotti. Era forse quello che ho detestato con maggiore livore quando cantava Sei Come La Mia Moto. In seguito sono stato un ammiratore incondizionato della sua metamorfosi e del suo percorso di crescita, diciamo fino al 1999. Poi, anche per l’emergere irrefrenabile di una inquietudine non solo professionale, si è assistito ad una forma di ibernazione, anzi ad una regressione della quale ancora non si vede la fine“.
Bene, dieci anni dopo sono molto più indulgente, quella regressione è finita e abbiamo uno degli artisti più interessanti e innovativi d’Europa e un professionista strepitoso. Di quella sua fase di regressione ha mantenuto il gusto della ricerca, la curiosità, la sensibilità primitiva ma ha saputo trasformare con maturità la sua straordinaria energia creativa definendo uno stile inconfondibile e assumendo un profilo internazionale. Continua ad apprezzare il caos, ma calvianianamente (nel senso del nostro Italo) sperimenta il maggior numero delle strade diverse che si possono prendere.
Per dirlo in una parola Lorenzo 2015 CC è un ottimo lavoro.
* * *
** Melagioco. Ci trovo tanto Battisti qua dentro, anche se qui abitiamo più in Africa: “Salto attraverso il fuoco… Salto, salto, salto” in questi pezzi tutto afro non mi ritrovo, ma devo dire che molto spesso cose che non mi sembrano significative nelle registrazioni diventano un’altra cosa negli spettacoli e quando questi salti diventeranno fisicamente veri potrebbe esserci una sorpresa anche per me. I fiati sono sistemati bene.
** Il vento degli innamorati. Torna a soffiare dolcemente il reggae, ma un po’ malinconico. “Cambiare per sempre non stare a pensare a quello che succederà le cose da perdere quelle da fare il nostro universo a metà”… innamorati, amore mio: un classico dello sdolcinato con qualche bel gioco di parole. Non mi pare che sia un pezzo con personalità ma la leggerezza non manca. Carino, molto Jova, ma non indimenticabile.
*** E non hai visto ancora niente. Se si parte con la citazione dei Bastioni di Orione, chi ha Blade Runner come manifesto esistenziale non può che essere predisposto positivamente. “eppure eppure eppure milioni di serrature non riescono a tenermi chiuso il cuore”. Il testo è stralunato e il refrain è efficace. Un pezzo ambizioso, che cresce con gli ascolti ma che rimane algido.
** E’ la scienza bellezza. “Il tuo sedere è un panorama splendido” e nella chimica degli elementi nel cervello di un uomo parte una rassegna di ricordi… Uno dei migliori pezzi veloci di 2015 CC con belle immagini e una combinazione musica parole che funziona bene. “Questo è un grande giorno da vivere, io ci voglio credere, senza limiti senza fiato, tutto giusto tutto sbagliato”. Il solito inguaribile ottimismo e la necessità di movimento. La chitarra è tanta roba: penso che possa funzionare anche se è uno di quei pezzi che a me piace meno nelle cuffie e di più allo stadio.
** Con uno sguardo. Gran ritmo per stare dietro ad una ragazza che si occupa di una quantità di cose: “risalendo la linea dei tuoi pensieri che spaziano dalla politica alla chirurgia estetica, dalla magia all’informatica, dall’etica all’energetica alla bioetica all’arte pratica”. Poteva essere la nuova “C’è una strana espressione nei tuoi occhi”, ma la strada che Jova ha scelto è troppo diversa…
**** Il cielo immenso. Un ritornello difficile da ricordare, anche dopo diversi ascolti: “La vita non aspetta che sia giusto e il tuono non aspetterà il silenzio l’amore dato non ritorna a posto ma resta in giro e rende il cielo immenso…”, ma a me piace molto. Pensavo fosse il pezzo migliore del disco, era uscito tre settimane fa, ma fatica a salire sul podio… ma mi piace assai.
***** Insieme. Bellissima. Funziona tutto: struggente, coinvolgente… mi ricorda un po’ A Te, ma questa forse gira anche meglio. Passione e “Non ho un nome non ho un posto non mi abituo ad andar via vengo dentro e porto appiccicato addosso quell’istante di magia quando siamo come ora insieme, quando siamo io e te insieme in un attimo che dura per sempre insieme”… coro da stadio… standing ovation!
**** Il mondo è tuo (stasera). Mandiamoli a cagare i bulli e i vittimismi, gli indignati di mestiere, i fondamentalisti… Si apre con un appello alla rottamazione questa che è la canzone più renzista di questo Jova: ottimista, sicura, presuntuosa, strafottente, assoluta, energica, capace di motivare… Il mondo è di chi se lo prende! Se vogliamo è un pezzo anche a suo modo politico nei contenuti… questo pezzo si candida per essere quello che è stato “Il più grande spettacolo dopo il Big Bang” in “Ora”. Gran ritmo, non vedo l’ora di sentirla all’Olimpico.
**** Pieno di vita. Un pezzo bellissimo, come l’estate. “Siamo indaffarati a cancellare le impronte della nostra vita precedente” e la cosa che mi chiedo è a chi piaccia veramente Jovanotti: per forza a chi avuto una vita precedente e io che che più ho vite precedenti di lui sono un residuo di chi è venuto prima, poi ci sono i quarantenni. Ma i venticinque/trentenni? ci sono ancora nella platea dei suoi fan? Comunque Pieno di vita fa venire voglia di vedere il concerto: scritto bene e la musica è notevole e tutto sta molto bene insieme. C’è un po’ di Messico (quello delle favole) e non solo per la tequila.
** Fondamentale.Sono i tuoi occhi che mi aiutano a ricordare che si può fare, ti porto al mare facciamo il bagno e poi si vedrà…” Strana composizione: senza un’unità. L’ho trovata troppo confusa. Troppi strati. Senza cuore. Jova dice che qualsiasi notizia domani sarà notizia di ieri. e dobbiamo trovare ciò che è fondamentale qua. Il solo registro che trovo è un certo qualunquismo. Quando l’ho sentita ho pensato a questa notizia che ho letto su Il Post, l’unico posto dove si capisce veramente che cosa è importante e che cosa è fondamentale.
** La bohème. Un rap ardito scritto (in parte) da Giacomo Puccini: globale, su timbri diversi, colto. Un’esperimento che ha una sua freschezza, ma mi verrebbe da dire un po’ troppo ingenuo. E’ uno di quei pezzi che forse si poteva evitare. Nella mia valutazione una stella in più per la fiducia…
*** Ragazza magica. Chi ha un figlio o una figlia ha una ragazza o un ragazzo pieni di magia. Il pezzo è bello, sereno, colorato, gioioso e funziona. I telefoni in cerca di campo non so come riesce a metterli dentro.
*** Un bene dell’anima. Essere d’accordo che non si è d’accordo: molte note di un’autobiografia di diverse generazioni, la fatica delle relazioni profonde, e il bilancio definitivo e liberatorio. “Poter dire un giorno è stata una fatica ma … io ti voglio un bene dell’anima”. Pezzo arrangiato benissimo. Solo Lorenzo poteva scrivere questa canzone. Bello anche il sax alla fine: un po’ Gato Barbieri (ma forse su questo ho scritto una cazzata)…
**** Le storie vere. “E procediamo incerti coi nostri pugni aperti o ce ne andiamo in giro sospesi in un respiro”… Uno dei grandi pezzi d’amore, c’è una storia, delle belle immagini, attimi spiegati bene, intimità raccontata, fotografie di vita che funzionano molto bene. Il passaggio dalla solitudine alla scoperta dell’amore nella semplicità dell’esplosione favolosa del sentimento… tutto con un profilo normale, quotidiano, vero… ottimo equilibrio: serenità, speranza, sentimenti positivi. Una padronanza di scrittura esemplare. Bravo!
*** Musica. Torna l’Africa e con uno dei più importanti musicisti in circolazione, Manu Dibango. Questo è un pezzone, ambizioso e seminale (chiedo perdono) perché ha che fare con la primordiale percezione che il nostro ha della musica. Ottimo nella scrittura musicale, quasi un saggio da studiare nei conservatori tanto è tanto: compreso il bellissimo sax finale.
***** Caravan Story. Un pezzo che è come un quadro di Hopper. C’è sentimento, leggerezza e sofferenza in un equilibro perfetto. La vita capita che a volta arranca cerca una strada per dimenticare… vide lui con quel giubbotto orrendo tutto il contrario di ogni suo percorso… Forse il pezzo più bello del disco. Intenso. Zingaro. Un grande omaggio alla vecchia scuola dei cantautori italiani e, soprattutto, francesi. Si respirano i ritmi della musica degli anni 60. Mi piacerebbe sentirla cantata in coppia con Ornella Vanoni, (ma fa parte delle mie “fisse”). La descrizione del brivido di ammirazione dell’ex marito è un tocco da fuoriclasse.
** Libera. La cosa migliore è il titolo, che meritava un pezzo più ispirato… Vorrei portarti in fondo alla notte, mostrarti il sole che sorge, stringerti forte a me e poi lasciarti andare. Non c’è una soluzione soddisfacente tra un testo che non è male, ma non mi pare che si incontri con questa musica e questo ritmo. Forse poteva lavorarci un po’ di più, o tenerla per la prossima volta.
** Una scintilla. Un titolo comunista (e kubrickiano) e una canzone impegnata e impegnativa, come tenere un drago al guinzaglio. Un viaggio in una dimensione oscura da incubo, ma alla Jovanotti: con una dose di leggerezza, ma più introspettivo rispetto agli altri pezzi. La cosa migliore io la trovo nella musica e nel giro elettronico… “io vivo nel passaggio come la flora dell’intestino, e frequento le cose possibili tra il parabrezza e il moscerino…”
**** Il riparo. Mi fa sentire a casa questa canzone di ricordi e ritmo, anche se siamo al samba pura. Al bar Giuly c’era sempre il tavolo di quelli che giocavano a Maraffone e a loro modo pensavano che il cielo sopra di loro fosse un buon posto dove stare. “Le storie d’amore a volte prendono pieghe improbabile, strade a volte si perdono…” ma questo perdersi è leggero e rassicurante. Pezzo gioioso e divertente. “Il cielo è il tetto più sicuro, il cielo sarà il nostro riparo“. Brasile e America Latina in Toscana. Piccolo gioiello cantato benissimo… Riparo, riparo, riparo sipario. Io l’avrei chiusa più in fretta senza coda dopo il sipario. Ma mi piace un casino.
* Gravity. Un altro omaggio cinematografico e a Che Guevara… La resistenza alla pesantezza della vita e una risposta tutta bum bum di batteria. Qualche immagine è efficace, ma un po’ troppo “concettuale”.
**** L’alba. Questo è il manifesto di questo lavoro mostruoso. La sigla di un ottimismo riflessivo, più maturo e sincero di quando ci limitavamo a “pensare positivo”. “Non si può tornare indietro” e qui Jovanotti non fa neppure un passo indietro. Anzi. Sembra un ragazzo che scala una montagna con una voglia e un’energia da ventenne. Non pare che non ci sia nessun naufragio nella testa di questo artista europeo, cosmopolita, che si nutre di mondo: dei ritmi che va a trovare là dove nascono, ma è sensibile ai drammi e alle cose che non vanno. La sua opera è sempre in cerca di comprendere la luce attesa dell’alba, ma che illumina di novità e io lo vedo lì: “Al centro di un passaggio la grande mutazione c’è un pezzo che si stacca dalla costa e va in esplorazione di terre emerse per impiantare un nuovo rituale” … lo spazio della libertà come l’alba che ci dà una possibilità
* All the people. Un virtuosismo e una serie di citazioni musicali con ritmi africani e chissà da dove ancora. Tante lingue. Tanto ritmo. Un piccolo delirio dove non mancano buone idee. Glielo concedo perché 30 pezzi sono veramente tanti…
**** Perché tu ci sei. Una ballata alla Jovanotti, quello migliore. Mi ha ricordato il senso di disagio di “Una storia d’amore” che era in Buon Sangue, che a me piaceva tanto. Un amore complice che lascia un segno indelebile e il giro di note da chansonnier. Ti sembra di sentire l’odore di Parigi (almeno la mia Parigi) anche se ci sono i cavalli che corrono, le palme e il soffio che alza la polvere e modella le nuvole e il sudore che scaccia gli spiriti nelle notti elettroniche. Arrangiamento maturo e sicuro. Uno dei migliori file del “disco”.
*** Sabato. Mi aveva preoccupato. Certo averlo sempre nelle orecchie sabato, sabato, sabato è sempre sabato… aiuta a superare le perplessità. Poi, diciamolo, io ho diretto per tanti anni un giornale che si chiama “sabato sera” e quindi convincermi che Sabato sia un pezzo imprescindibile ci voleva poco. I sabati sera in provincia poi sono il retrogusto noia, attese deluse e sorprese che ha segnato “le grandi compagnie” degli anni ’70. Io che ero tra i viaggiatori a bordo di astronavi verso la Riviera Romagnola: la nostra galassia dove cercavamo vita, quando Lorenzo quel motorino in copertina se lo sognava… Insomma un brano che avevo rimandato ai corsi di recupero, ma che alla fine ho promosso con un voto discreto.
**** Si alza il vento. La necessità del vivere giorno e notte e innamorarsi di un’idea incredibile, provando di fare veramente quello che si voleva. Un pezzo sulla curiosità e sul coraggio, sulla necessità di mettersi in gioco e sfruttare l’alito di vento che si alza. Non c’è “populismo”, non c’è “giovanilismo” in questa riflessione cantata. L’arrangiamento è bellissimo e Bobino, che non conoscevo, mi pare veramente bravissimo. Bello, bello. E cresce un casino con l’ascolto.
***** L’astronauta. Poi ad un certo punto Matthew McConaughey si gira, guarda in camera e comincia a cantare questa canzone… Io me lo sono immaginato così il video di questa canzone, vera e propria Interstellar della musica italiana. E’ uno di quei pezzi che ricorderemo per tutta la vita. Fantastico. Non so se sia perché abbiamo lassù Samantha Cristoforetti, ma la trovo una canzone eterna. Un capolavoro di malinconia e di poesia. Forse il miglior pezzo di sempre di Jovanotti (che ne ha fatti un bel po’ che porterei con me nell’isola deserta). C’è un astronave alla deriva e “il segnale è debolissimo”, ma perdendosi nello spazio alla ricerca di organismi primordiale: il desiderio di far tornare indietro il tempo è fortissimo. “Ditele che sto pensando a lei e che l’ultimo pensiero è solo lei” è l’appello struggente dell’astronauta che sa che non potrà tornare. Una composizione perfetta. Un arrangiamento spettacolare… Una volta ai concerti quando arrivava il momento di pezzi così ci sarebbero stati accendini e lacrimoni. Domani ci saranno cellulari e, comunque, lacrimoni.
*** L’estate addosso. Pezzo paraculo, ma in forma intelligente. Un bell’omaggio al grande Franco Battiato. Con un braccio rotto, in spiaggia in un angolo per fare colpo con quella che ti aspetti che venga a parlare con te… L’estate è la libertà, l’estate addosso, bellissima e crudele. I brevi amori infiniti. “La protezione zero spalmato sopra il cuore” è un’immagine efficace. Scivola via, ti viene da cantare e penso che avrà fortuna.
*** 7 milioni. Anni fa, con i miei amici prendevamo la macchina e partivamo con un obiettivo: una città, un paese, un rudere, una mostra, un concerto, un’opera lirica, in fondo però non era importante dove andare: era importante partire, perché come hanno detto in tanti: la meta era il viaggio e l’andare era il modo di manifestare “una grande voglia di vedere e andare dove portano le strade…” Tocca corde su cui sono molto sensibile questo 7 milioni: il senso del viaggio (più moderno e tecnologico di quello che avevamo noi figli degli anni 60, dei primi anni ’60), ma la sostanza è la stessa. Tanta energia, grande ritmo. Un pezzo ottimo per gli stadi.
**** Gli immortali. Indicazione prima dell’ascolto: non accettate gomme dagli sconosciuti. Ho avuto la sensazione che sia la storia di un cervello in fuga che si butta all’avventura raccontato alla grandissima… masticando una gomma al sapore di infinito: le grandi sfide devono avere un aspetto epico e per affrontare il mondo ci sono momenti in cui è sano e bello sentirsi Immortali. Momenti notevoli con un giro di chitarra molto efficace. Ora che ci si ritrova qui…. Più la senti e più sei parte degli immortali: una specie di droga leggerissima (che magari è in quella gomma da masticare).
*** Tutto acceso. Ritmo forsennato: pezzo da ballare, da saltare, da cantare in coro. E’ l’amore che mi guida non c’è niente di più bello di una sfida… voglio farlo ora sulla solita canzone che ogni volta sembra sempre nuova, e lo sai perché? perché lei è sempre la stessa quelli nuovi siamo io e te… C’è anche qui un frammento di coro da stadio, un trucco che coinvolge l’ascoltatore e qui la lezione è di Claudio Cecchetto dei tempi di “Mamma guarda come mi diverto”…