Colombia a colori

Non c’è nulla che colpisca di più del fragoroso rincorrersi dei colori e della confusione violenta che generano nelle piazze coloniali o nelle strade di Bogotà o Cartagena o anche tra le polverose botteghe di Macondo (Aracataca). Due settimane per un paese tanto grande non sono niente. Due settimane rubate ad uno dei momenti di maggiore attività lavorativa dell’anno sono un attimo di eternità.

Se debbo dire che cosa mi è piaciuto di più di questo paese che si aspetta finalmente una pace solida e un po’ di tranquillità per potere progettare il proprio futuro, è proprio questo senso di allegria e di tinte forti che attraversano la musica (che c’è ovunque e ad ogni ora del giorno e della notte: sugli autobus e sulle automobili, nei bar dove si fa colazione con le uova strapazzate o a Cabo de la Vela dove si cena a lume di lampade alimentate da gruppi elettrogeni rumorosi e antichi), i colori delle case, gli abiti delle ragazze e i banchi di frutta dei mercati… Colori ovunque anche quando la pioggia dell’Equatore scende a catinelle e paralizza la megalopoli  di oltre 8 milioni di abitanti, Bogotà, che è la capitale di questo paese.

Ho fatto foto nei luoghi che hanno un segnaposto rosso, quelli che corrispondono, in linea di massima, a tutti i posti che con Lucio Picci abbiamo visitato.

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Poi c’è una presentazione video* che dura due canzoni, 7 minuti circa (30 secondi al giorno… si poteva essere più sintetici di così?… lo dico per rassicurare gli ipotetici spettatori). Spero possa dare l’idea di che cosa intento per confusione di colori (con rare licenze di bianco e nero, ma foto che a me paiono a loro volta quasi colorate).

Un tempo, dopo i nostri giri, facevamo delle pallosissime proiezioni di diapositive… Piacevano solamente a chi aveva partecipato all’avventura del viaggio. Anche questa cosa qui penso abbia più o meno lo stesso indice di gradimento… Ma visto che Lucio ha perduto la macchina fotografica l’ultimo giorno, prima di arrivare a Bologna, sono sicuro che la guarderà almeno due volte…

 

* Ovviamente la prima foto è una citazione di La La Land…

Marlborough Street, Boston, quarant’anni fa

Ci sono molti siti dove si trovano delle foto che hanno fatto la storia del fotogiornalismo. Questa così impressionante ha vinto il Pulitzer del 1975.

Pulitzer 46

Stanley J. Forman immortala un momento drammatico durante l’incendio di un palazzo in Marlborough Street a Boston. La ragazza più grande (la prima dal basso) purtroppo muore nella caduta dalla scala antincendio, ma la piccola bambina viene salvata dalla presa al volo di un pompiere accorso sul luogo della catastrofe.

La foto fece una grande impressione non solo negli Stati Uniti, naturalmente. Fu soprattutto importante perchè dopo questo reportage cambiarono le norme in materia di prevenzione degli incendi e diventarono molto più severe. (fotogalleria.eu)

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Provo di fondare una rubrica, per darmi un ordine… segnalerò dei profili Instagram che mi sono piacuti selezionando qualche foto da proporre anche qui.

Comincio con un fotografo giapponese trapiantato a New York nel 1986. Q. Sakamaki. E’ un fotografo di persone, di passioni politiche e sociali, di disagio e situazioni complicate. Il bianco e nero più che una furbata espressiva sembra un’esigenza. Il suo sito è qui

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DT

A small Afghan refugee in the early morning at the port after she stayed over the night yet she and her family missed the ferry to Athene. Thousands migrants have been stuck daily in Lesbos island, since the authority is overwhelmed by the huge number of refugees. #war #lesbos #migrant #refugee #girl #afghan #greece

Una foto pubblicata da Q. Sakamaki (@qsakamaki) in data: 14 Ott 2015 alle ore 15:22 P

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Deeply stoned in the street of Harlem in the late morning. #Harlem #street #NYC #newyork #woman

Una foto pubblicata da Q. Sakamaki (@qsakamaki) in data: 3 Ago 2015 alle ore 08:54 PDT

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Ius Soli

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Ius Soli

Ieri pomeriggio al Gianicolo l’aria era tersa e il sole si accingeva a tramontare. Ho fatto una foto vagamente patriottica, visto anche il luogo risorgimentale, all’ombra della statua equestre di Giuseppe Garibaldi. Il venditori ha sulla spalla il mazzo di rose che compongono una curiosa bandiera di spine: bianca rossa e verde, in lontanza c’è l’Altare della Patria… ma lui mi pareva un magrebino e non so quanto la Bocassini (http://www.ilpost.it/2013/05/13/boccassini-e-la-furbizia-orientale-di-ruby/) lo potrebbe giudicare furbo… E’ una specie di manifesto alla ius soli!

Mauro Scrobogna

La foto che ha scattato Mauro Scrobogna alla fine dell’intervista di Giovanni Floris a Silvio Berlusconi, ieri sera a Ballarò farà epoca. E’ l’immagine della debolezza di un signore che ha fatto il suo tempo e che ha trovato davanti a se un giornalista capace di entrare nel merito dei problemi, di smascherare i buff e di cercare di capire davvero cosa sta dietro le promesse elettorali. Il punto sta proprio qui: questa campagna elettorale è stata tenuta fuori dalla realtà e il “dibattito politico” si è avviluppato attorno ad un solo tema: quello dell’IMU e delle politiche fiscali. PD e Sel in qualche modo hanno cercato di parlare di lavoro, ma evocandolo come problema, senza avere una proposta forte da mettere al centro dell’attenzione. Ancora una volta – come succede da 19 anni a questa parte – tutto il circo mediatico si è fatto incantare dalle presunte capacità maieutiche del Presidente di Mediaset e, per comodità, per convenzione, per pigrizia, per mancanza di professionalità, per fare cassetta (o audience) ai giornalisti è andata bene così. Alla fine il prodotto Berlusconi vende bene e il resto è un “buco nero” che spesso non tiene. Ma siamo alla fine. Lo dice lo stesso Mr B. e la pagina del libro della nostra storia che non si vuole girare ormai l’abbiamo riletta in ogni suo carattere e, vada come vada, questo è l’ultimo voto del secolo scorso. Il vecchio cerca di resistere al nuovo con tutti i mezzi. Anche con un pugno. Ma è un pugno stanco e non andrà a segno.