Via Fornace Gallotti, 6

Facebook è, non a torto, odiata da molti, ma le potenzialità di riconnessione tra le persone rappresenta una qualità eccezionale.

Questa mattina ero in tram e una notifica mi avverte “Gledis Bona ti ha inviato una richiesta di amicizia”. Naturalmente, immediatamente, con una certa emozione mi sono tornate in mente le immagini della mia infanzia. Dal 1960 al 1967 Gledis e i suoi genitori abitavano in una palazzina di due piani nella periferia di Imola. In via Fornace Gallotti, numero 6, al piano inferiore sono nato io (in casa) e per i primi anni della nostra vita ci vedevamo tutti i giorni. Erano case piccole: una stanza da letto e una cucina. Il gabinetto era fuori, nel nostro caso e forse leggermente più comodo nel caso dei Bona.

Da quando ho cominciato a camminare e per diverso tempo, il mio mondo era un cortile lungo e stretto dove passavo le giornate con l’obbligo impostomi da mia madre di non oltrepassare il piccolo cancello. Spesso stavo lì con Gledis e altre volte con un altro nostro vicino di casa: Vanes (i nomi propri nella Romagna del boom economico sono una letteratura a parte), che abitava con suo fratello e i genitori dall’altro della rete.

L’infanzia è fatta di tante cose. Quelle buone, se sono in quantità prevalente rispetto alle brutte, con l’andare del tempo prendono il sopravvento nei ricordi e tutto nella mente ci appare come con il trattamento del filtro Nashville di Instagram o le pubblicità della Nutella.

Ho accettato l’invito, è davvero una vita che non ci sentivamo… ci siamo salutati e dopo poco mi ha scritto: “Te la ricordi sta foto?”…

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… No! Non la ricordavo proprio. Io con la pistola, Vanes Mimmi arrestato e Gledis con il fucile… In un momento tutte le cose dolci dell’infanzia mi sono tornate in mente… Sull’anno di questo scatto lui è sicuro: era il 1967. “Doveva essere una giornata di festa, eravamo elegantissimi…” Abbiamo deciso che fosse Pasqua perchè così sono passati esattamente 50 anni e questa foto è un modo per festeggiare questi giorni un po’ più speciale.

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Zanca

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Con Alessandro Zanchetta siamo stati compagni di classe. Non lo vedevo da tanti anni. Fin da ragazzo (la foto che ho trovato sul suo profilo FB è del periodo in cui ci frequentavamo) è sempre stato sregolato e in certe cose geniale. In un periodo della nostra vita fu un amico sincero e generoso.

La prima volta che sono andato a Parigi, nel 1980, ero con lui e Paolo Montroni. Fu un viaggio indimenticabile. Bellissimo. Seminale. Per tutti noi, così diversi, così entusiasti, così curiosi. E Zanca curioso lo è stato sempre: senza freni, senza regole e senza remore. Ogni sua passione diventava totalizzante. Ad esempio da ragazzo, parliamo degli anni ’70, era diventato CB e grande esperto di ricetrasmittenti. In ogni momento del giorno e della notte stava attaccato alla sua radio. La leggenda, da lui stesso alimentata, dice che le sue frequenze fossero arrivate a interferire con quelle dell’esercito americano e che in un pomeriggio di primavera una squadra dei carabinieri gli fosse arrivata a casa per sequestrare le sue apparecchiature… Ne andava molto fiero.

Giocava discretamente a basket ed era un appassionato di NBA quando in Italia la conoscevano davvero in pochi. Era un ragazzo dall’intelligenza acuta e originale.

Un’estate, credo nell’81 – già ci vedevamo poco – si appassionò alla bicicletta e naturalmente cominciò a macinare chilometri in lungo e in largo. Lungo la via Sellustra lanciato a tutta velocità cadde e si fece molto male. Lui era così. Esagerato: le sue corse e le sue avventure molto spesso finivano con un crash, ma questo dolore era come se lui lo avesse già messo in conto e non cambiavano il suo atteggiamento verso vita…

E’ stata la persona più anarchica che io abbia conosciuto. Anticonvenzionale in tutto. Era sportivo e non ha fumato per tanto tempo e poi, quando ha cominciato, fumava due tre pacchetti al giorno. Qualche volta ho anche cercato di convincerlo a “darsi una regolata”, ma era ostinato e sordo, per ciò che riguardava le sue scelte e la sua libertà. La sua bussola era totalmente fuori da ogni convenzione, a volte – per me – da ogni logica. Era radicale, estremista, fascista… “negro, ebreo, comunista…” Ha condotto una vita “Avvelenata”, senza mediazioni, fuggendo ogni vincolo ed ogni imposizione.

Ogni tanto, nelle cene di classe, ci domandavamo che fine avesse fatto… Nessuno ne sapeva un gran che… si parlava del suo look inequivocabilmente da biker, dei suoi capelli ostinatamente lunghi. Del suo consumare la vita come una candela che brucia da entrambi i lati…

Addio vecchio matto!

Da Fiumicino alle Ande

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Insomma, qualche settimana fa, sono andato a fare un giro dall’Oceano Pacifico a quello Atlantico con lui.

Io, a dir la verità, mi sono anche divertito, nonostante ci sia stato da lavorare molto: in 12 giorni abbiamo fatto 2000 chilometri in autobus e 200 a piedi.

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Ho fatto un po’ di fotografie, che ora mostro in questa presentazione a chi avrà voglia di ascoltare un po’ di musica molto di sinistra come sottofondo…

Consideratelo un modo di dirvi buon anno… ma non credo che oltre a Lucio Picci (il più fotografato che rovina l’atmosfera) ci saranno altri con la voglia di guardare tutta la pappardella…

 

Senza Palmira

Sentire le notizie che vedono ancora Palmira campo di battaglie e oggi riconquistata dalle forze dello Stato Islamico fa male al cuore. Saperla danneggiarla, inaccessibile, che la sua popolazione debba ancora patire violenze e dolore, vederne violentata l’eleganza e la storia è una colpa gravissima di queste nostre generazioni, che non sono state in grado di evitare tutto questo.

Quando vent’anni fa la vidi apparire nel deserto rimasi folgorato dalla bellezza dei resti romani e dalla forza e dall’armonia delle sue colonne, dalla vista dall’alto della collina. Sembrava che la regina Zenobia avesse lasciato in quel luogo parte del suo fascino e il turista (o il viaggiatore) con l’espressione attonita di chi guarda un tesoro troppo grande per trovare totale soddisfazione in quella vista. Mai potrò dimenticare quel turbine di sensazioni, quel godimento, quel piacere.

Ecco sapere che forse mai più potrò tornare, che difficilmente potrò avere l’emozione di accompagnare mio figlio a visitare quel posto che ho tanto amato è una ferita che va al di là del mio rifiuto della guerra, del mio impegno sociale o politico. E’ sentire una privazione assurda per l’umanità.

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La regina Zenobia, nelle mie fantasie, era una donna bellissima, coraggiosa. La sua ambigua e provocante energia ne amplifica il fascino. Palmira e Zenobia coincidono moltiplicano la intrigante

Fonti classiche e arabe descrivono Zenobia come bella e intelligente, con una carnagione scura, i denti bianchi perlati e luminosi occhi neri. Si diceva che fosse ancora più bella di Cleopatra, ma che differisse dalla regina egizia per la sua reputazione di estrema castità. Fonti descrivono anche che Zenobia si comportasse come un uomo, amando l’equitazione, la caccia e bevendo di tanto in tanto con i suoi ufficiali e specialmente col suo generale favorito, il capace Zabdas. Effettivamente il bassorilievo rinvenuto a Palmira e conservato nel Museo Nazionale di Damasco mostra una donna attraente e raffinata ed è uno dei rarissimi ritratti della sovrana.

La battaglia di Caporetto

Sul Bot di Telegram de LaNostraStoria ho trovato questo pezzo:

La battaglia di Caporetto cominciò alle ore 2 di notte del 24 ottobre 1917 e rappresenta la più grave disfatta nella storia dell’esercito italiano.
I luoghi più significativi dove venne combattuta la battaglia furono l’omonima conca, le valli del Natisone e il massiccio del monte Colovrat. La disfatta italiana fu causata in gran parte anche dalle innovazioni offensive e difensive introdotte nell’esercito tedesco a partire dal 1916. Tra queste le squadre d’assalto, formate da 11 soldati tra cui fucilieri e mitragliatrici, addestrate allo scontro corpo a corpo. Da sottolineare inoltre la tecnica della difesa elastica, basata sulla distribuzione di soldati su più linee difensive in modo da garantire un ripiegamento limitato ed un efficace contrattacco. Anche il Regio Esercito era disposto su tre linee di difesa ma, a differenza dei loro nemici, i soldati erano ammassati in prima linea, mentre le altre due erano scarsamente presidiate. Nel corso della battaglia si scontrarono oltre 260 mila soldati italiani, capitanate dal generale Cadorna e Capello, sostenute da 1300 cannoni, e circa 353 mila soldati austro-tedeschi affiancate da 2500 cannoni e comandate dal generale tedesco Otto von Below. Alle 2 in punto del 24 ottobre 1917 le artiglierie austro-germaniche cominciarono a colpire le posizioni italiane dal monte Rombon all’alta Bainsizza alternando lanci di gas a granate convenzionali, colpendo in particolare tra Plezzo e l’Isonzo con un gas sconosciuto che decimò i soldati dell’87º Reggimento lì dislocati. Alle 6 il tiro cessò dopo aver causato danni modesti e riprese mezz’ora dopo stavolta contrastato dai cannoni del IV Corpo d’armata. Nel frattempo i fanti austro-tedeschi protetti dalla nebbia si avvicinarono notevolmente alle posizioni italiane e alle 8, senza neanche aspettare la fine dei bombardamenti, andarono all’assalto delle trincee italiane. L’avanzata decisiva che provocò il crollo delle difese italiane fu effettuata dalla 12ª divisione slesiana che progredì in poche ore lungo la valle dell’Isonzo praticamente senza essere vista dalle posizioni italiane in quota sulle montagne, sbaragliando durante la marcia lungo le due sponde del fiume una serie di reparti italiani colti completamente di sorpresa. L’avanzata dei tedeschi ebbe inizio a San Daniele del Carso, dove cinque battaglioni della 12ª slesiana ebbero facilmente la meglio sui reparti italiani scossi dal bombardamento, e subito cominciò la loro progressione in profondità: alle 10 e mezza si trovavano a Idresca d’Isonzo dove incontrarono un’inaspettata ma debole resistenza, cinque ore dopo fu raggiunta Caporetto. Nel frattempo, più a sud, l’Alpenkorps diventò padrone alle 17 e mezza del monte Podclabuz/Na Gradu-Klabuk, mentre del massiccio dello Jeza si occupò la 200ª Divisione, che conquistò la vetta alle 18 dopo aspri scontri con gli italiani. In generale la ritirata avvenne in una situazione caotica, caratterizzata da diserzioni e fughe che sfoceranno in alcune fucilazioni, mista a episodi di valore e disciplina durante i quali molti ufficiali inferiori, rimasti isolati dai comandi, acquisirono notevole esperienza di un nuovo modo di fare la guerra, ora più rapida. Cadorna ordinò all’intero esercito di ripiegare sul fiume Piave, sul quale nel frattempo si erano fatti significativi passi avanti nell’impostazione di una linea difensiva proprio grazie agli episodi di resistenza sul Tagliamento. A questo punto von Below aveva fretta, sia per il timore di ritornare a una guerra di posizione, sia perché era cosciente che i francesi e gli inglesi avrebbero inviato aiuti militari. In pianura però gli austro-tedeschi non ebbero analogo successo e molte unità italiane si riorganizzarono per raggiungere il Piave, l’ultima delle quali vi si posizionò il 12 novembre. Dall’inizio delle operazioni il 24 ottobre all’8 novembre i bollettini di guerra tedeschi avevano contato un bottino di 250 mila prigionieri e 2300 cannoni.

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Quella disfatta ha a che fare con me e con la mia famiglia: a Caporetto tra i soldati semplici c’era mio nonno materno, Egidio Serantoni, un uomo minuto e dal fisico nervoso, ma con una forza straordinaria e con una volontà di ferro: figlio di quella Romagna contadina che ha tenuto botta anche in momenti drammatici, passando per due guerre mondiali. Era nato nel 1896 e quel giorno di ottobre del 1916 aveva vent’anni… mi vengono i brividi solo a pensarlo.

Per lui, come per tutti quelli che sono sopravvissuti a quella macelleria, ci furono delle conseguenze: per mesi, tornato a casa, durante la notte continuando a dormire si alzava e urlava, riviveva negli incubi quei momenti e la paura. Il racconto di mia nonna, anche dopo la scomparsa di “Gigiò” – che in dialetto significa “Egidio Grande”, come era soprannominato per il gusto dei paradossi della romagnolità – erano ancora carichi di angoscia e di amore tenero.

Caporetto per me è sinonimo del terrore di quell’uomo e il mio pacifismo giovanile è segnato da questa storia privata.

Poi una volta (7)

Mi pare fosse maggio, comunque era già caldo, e io occupavo un sontuoso ufficio al secondo piano di Palazzo Chigi. Non ricordo bene come si era sviluppata l’idea dell’appuntamento. Fatto sta che Giovanni Lindo Ferretti con Jovanotti e la sua compagna, Francesca arrivarono scortati da un raggiante commesso, vestito da pinguino.

Il motivo della visita era riferito all’incarico che “il Comitato Bologna 2000 diede a Jovanotti e a Giovanni Lindo Ferretti di ideare un Festival di musica internazionale per l’estate del 2000″, perchè il capoluogo emiliano era Capitale Europea della Cultura del 2000.

La conversazione, a ripensarci, fu abbastanza paradossale perchè ad un certo punto Ferretti mi chiese di impegnare me – e il Governo Italiano – a fare incontrare ad un concerto rock in Piazza Maggiore l’allora Patriarca di Mosca, Alessio II e il Papa, Giovanni Paolo II, eventualmente se proprio non se ne fosse potuto fare a meno all’incontro poteva essere presente anche il Presidente del Consiglio italiano… Insomma un gioco da ragazzi…

Ci furono anche altri discorsi più operativi e con un livello di concretezza maggiore, ma quella richiesta credo che la ricorderò per tutta la vita… Anche perchè il leader dei CSI argomentava il progetto in modo molto convinto e affascinante.

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(Poi ci furono le elezioni a Bologna, vinse Guazzaloca, Jovanotti si sfilò dal progetto, Ferretti organizzò un festival di musica, ma – ovviamente – con un profilo assai diverso rispetto agli obiettivi iniziali)

 

 

Poi una volta (6)

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Era il 22 aprile del 1993 ed eravamo nel campo sportivo della scuola di Pontesanto – dove io avevo frequntato le elementari – e dove non avevo mai giocato prima (e non sarebbe mai più successo… almeno fino ad oggi). La dizione della sfida era Selezione Giornalisti contro Piloti di Formula Uno. Già allora, nonostante l’età non fosse poi così avanzata, la mia forma fisica era piuttosto approssimativa e non sgomitavo certo per essere in campo dal primo minuto. Ricordo solo due cose di quella mia esibizione: marcare Michael Schumacher mi appariva come rincorrere Maradona e la soddisfazione nel dare un calcio a Flavio Briatore, che era ospitato nella squadra dei piloti ma non appariva molto più scattante di me. Della panchina, invece, oltre al convalescente Marco Isola ricordo la presenza dell’allora fidanzata di Francesco Baccini, incomprensibilmente tagliata dal fotografo… Perdemmo. Sonoramente. E per questo non affrontammo mai la Nazionale Cantanti.