Senza Palmira

Sentire le notizie che vedono ancora Palmira campo di battaglie e oggi riconquistata dalle forze dello Stato Islamico fa male al cuore. Saperla danneggiarla, inaccessibile, che la sua popolazione debba ancora patire violenze e dolore, vederne violentata l’eleganza e la storia è una colpa gravissima di queste nostre generazioni, che non sono state in grado di evitare tutto questo.

Quando vent’anni fa la vidi apparire nel deserto rimasi folgorato dalla bellezza dei resti romani e dalla forza e dall’armonia delle sue colonne, dalla vista dall’alto della collina. Sembrava che la regina Zenobia avesse lasciato in quel luogo parte del suo fascino e il turista (o il viaggiatore) con l’espressione attonita di chi guarda un tesoro troppo grande per trovare totale soddisfazione in quella vista. Mai potrò dimenticare quel turbine di sensazioni, quel godimento, quel piacere.

Ecco sapere che forse mai più potrò tornare, che difficilmente potrò avere l’emozione di accompagnare mio figlio a visitare quel posto che ho tanto amato è una ferita che va al di là del mio rifiuto della guerra, del mio impegno sociale o politico. E’ sentire una privazione assurda per l’umanità.

schermata-2016-12-12-alle-11-07-11

La regina Zenobia, nelle mie fantasie, era una donna bellissima, coraggiosa. La sua ambigua e provocante energia ne amplifica il fascino. Palmira e Zenobia coincidono moltiplicano la intrigante

Fonti classiche e arabe descrivono Zenobia come bella e intelligente, con una carnagione scura, i denti bianchi perlati e luminosi occhi neri. Si diceva che fosse ancora più bella di Cleopatra, ma che differisse dalla regina egizia per la sua reputazione di estrema castità. Fonti descrivono anche che Zenobia si comportasse come un uomo, amando l’equitazione, la caccia e bevendo di tanto in tanto con i suoi ufficiali e specialmente col suo generale favorito, il capace Zabdas. Effettivamente il bassorilievo rinvenuto a Palmira e conservato nel Museo Nazionale di Damasco mostra una donna attraente e raffinata ed è uno dei rarissimi ritratti della sovrana.

La battaglia di Caporetto

Sul Bot di Telegram de LaNostraStoria ho trovato questo pezzo:

La battaglia di Caporetto cominciò alle ore 2 di notte del 24 ottobre 1917 e rappresenta la più grave disfatta nella storia dell’esercito italiano.
I luoghi più significativi dove venne combattuta la battaglia furono l’omonima conca, le valli del Natisone e il massiccio del monte Colovrat. La disfatta italiana fu causata in gran parte anche dalle innovazioni offensive e difensive introdotte nell’esercito tedesco a partire dal 1916. Tra queste le squadre d’assalto, formate da 11 soldati tra cui fucilieri e mitragliatrici, addestrate allo scontro corpo a corpo. Da sottolineare inoltre la tecnica della difesa elastica, basata sulla distribuzione di soldati su più linee difensive in modo da garantire un ripiegamento limitato ed un efficace contrattacco. Anche il Regio Esercito era disposto su tre linee di difesa ma, a differenza dei loro nemici, i soldati erano ammassati in prima linea, mentre le altre due erano scarsamente presidiate. Nel corso della battaglia si scontrarono oltre 260 mila soldati italiani, capitanate dal generale Cadorna e Capello, sostenute da 1300 cannoni, e circa 353 mila soldati austro-tedeschi affiancate da 2500 cannoni e comandate dal generale tedesco Otto von Below. Alle 2 in punto del 24 ottobre 1917 le artiglierie austro-germaniche cominciarono a colpire le posizioni italiane dal monte Rombon all’alta Bainsizza alternando lanci di gas a granate convenzionali, colpendo in particolare tra Plezzo e l’Isonzo con un gas sconosciuto che decimò i soldati dell’87º Reggimento lì dislocati. Alle 6 il tiro cessò dopo aver causato danni modesti e riprese mezz’ora dopo stavolta contrastato dai cannoni del IV Corpo d’armata. Nel frattempo i fanti austro-tedeschi protetti dalla nebbia si avvicinarono notevolmente alle posizioni italiane e alle 8, senza neanche aspettare la fine dei bombardamenti, andarono all’assalto delle trincee italiane. L’avanzata decisiva che provocò il crollo delle difese italiane fu effettuata dalla 12ª divisione slesiana che progredì in poche ore lungo la valle dell’Isonzo praticamente senza essere vista dalle posizioni italiane in quota sulle montagne, sbaragliando durante la marcia lungo le due sponde del fiume una serie di reparti italiani colti completamente di sorpresa. L’avanzata dei tedeschi ebbe inizio a San Daniele del Carso, dove cinque battaglioni della 12ª slesiana ebbero facilmente la meglio sui reparti italiani scossi dal bombardamento, e subito cominciò la loro progressione in profondità: alle 10 e mezza si trovavano a Idresca d’Isonzo dove incontrarono un’inaspettata ma debole resistenza, cinque ore dopo fu raggiunta Caporetto. Nel frattempo, più a sud, l’Alpenkorps diventò padrone alle 17 e mezza del monte Podclabuz/Na Gradu-Klabuk, mentre del massiccio dello Jeza si occupò la 200ª Divisione, che conquistò la vetta alle 18 dopo aspri scontri con gli italiani. In generale la ritirata avvenne in una situazione caotica, caratterizzata da diserzioni e fughe che sfoceranno in alcune fucilazioni, mista a episodi di valore e disciplina durante i quali molti ufficiali inferiori, rimasti isolati dai comandi, acquisirono notevole esperienza di un nuovo modo di fare la guerra, ora più rapida. Cadorna ordinò all’intero esercito di ripiegare sul fiume Piave, sul quale nel frattempo si erano fatti significativi passi avanti nell’impostazione di una linea difensiva proprio grazie agli episodi di resistenza sul Tagliamento. A questo punto von Below aveva fretta, sia per il timore di ritornare a una guerra di posizione, sia perché era cosciente che i francesi e gli inglesi avrebbero inviato aiuti militari. In pianura però gli austro-tedeschi non ebbero analogo successo e molte unità italiane si riorganizzarono per raggiungere il Piave, l’ultima delle quali vi si posizionò il 12 novembre. Dall’inizio delle operazioni il 24 ottobre all’8 novembre i bollettini di guerra tedeschi avevano contato un bottino di 250 mila prigionieri e 2300 cannoni.

schermata-2016-10-24-alle-16-58-44

Quella disfatta ha a che fare con me e con la mia famiglia: a Caporetto tra i soldati semplici c’era mio nonno materno, Egidio Serantoni, un uomo minuto e dal fisico nervoso, ma con una forza straordinaria e con una volontà di ferro: figlio di quella Romagna contadina che ha tenuto botta anche in momenti drammatici, passando per due guerre mondiali. Era nato nel 1896 e quel giorno di ottobre del 1916 aveva vent’anni… mi vengono i brividi solo a pensarlo.

Per lui, come per tutti quelli che sono sopravvissuti a quella macelleria, ci furono delle conseguenze: per mesi, tornato a casa, durante la notte continuando a dormire si alzava e urlava, riviveva negli incubi quei momenti e la paura. Il racconto di mia nonna, anche dopo la scomparsa di “Gigiò” – che in dialetto significa “Egidio Grande”, come era soprannominato per il gusto dei paradossi della romagnolità – erano ancora carichi di angoscia e di amore tenero.

Caporetto per me è sinonimo del terrore di quell’uomo e il mio pacifismo giovanile è segnato da questa storia privata.

Seguiti su Intagram (6): Artnafir

IMG_7731
Nafir è un artista Iraniano autodidatta, nato a Tehran, le cui opere sono influenzate dall’arte e cultura Iraniane tradizionali. Lui stesso si definisce uno street artist “vandalo”, la sua arte si focalizza sui problemi sociali dell’Iran e di tutto il mondo. Nafir inizia a taggare nel 2008 in strada e col passar del tempo prova a fare lavori veloci a spray su muri affollati in Iran, per combattere contro la censura politica e per sollevare numerosi problemi sociali“. (Memorie Urbane)
IMG_7730
Per motivi facilmente comprensibili la vera identità di Nafir è tenuta segreta in patria e attorno al suo nome si è creata un’aura di mistero. E’ il Banksy iraniano. Insomma una volta ebbe a dichiarare che durante il giorno conduce una vita da iraniano normale, mentre la notte si trasforma nel “pittore clandestino” e, ovviamente, illegale.
Pare che ci sia una corsa contro il tempo delle autorità iraniane che normalmente riescono a cancellare le sue opere normalmente nel giro di 24 ore
Cose sue si possono trovare (e acquistare) on line e io l’ho scoperto grazie a Instagram, qui.

Dalemiani anonimi

Non conosco Ilda Curti, ma mi dispiace. Per scrivere un post così è per me irresistibile:

“Ciao, mi chiamo Ilda. Sono 15 anni che ho smesso di essere dalemiana. Quando mi viene la tentazione di pensare “beh, però è il più intelligente” mi ritrovo con il mio gruppo di dalemiani-anonimi e ci diamo forza a vicenda. Cantiamo in coro “patto della crostata”, ci teniamo per mano recitando Bicamerale e riacquistiamo serenità. Si può uscirne, vi assicuro. Dopo, ci si sente più forti ‪#‎dalemiani_anonimi‬ ‪#‎numeroVerde‬

Per quando mi chiederò che cosa succedeva in quei giorni annoto il link dell’intervista di Cazzullo a D’Alema di ritorno dall’Iran

Pechino 25 anni dopo

Non starò ad ammorbare il lettore di questa pagina (che così raramente curo con l’attenzione che vorrei) ed è per questo che preferisco fare parlare le immagini. Con questo post vorrei cercare di dare una risposta alla domanda “Che cos’è il cambiamento?”

Nell’agosto del 1991 con Anna, Marco e Raffaele andai a Pechino. Non era una meta a cui – parlo per me – avevamo pensato con particolare pathos, capitò quasi per caso. Fu un viaggio molto bello, intenso e che ha riempito la testa di pensieri, immagini e colori. Sembrava già uno straordinario risultato vedere che oltre un miliardo di persone potesse mangiare ogni giorno. Soprattutto nelle campagne si viveva come immagino si vivesse nell’800 nella pianura padana. Da qualche anno avevo cominciato a fotografare (maluccio, ma con una certa assiduità). Il digitale mi ha permesso di andare a ripescare un po’ di scatti che avevo fatto in quel viaggio tanto che oggi posso confrontarli con quelli che ho realizzato nei giorni scorsi in un altro viaggio a Pechino.

Come si vedrà non ci sono paragoni possibili: Pechino di oggi sembra in un pianeta diverso rispetto alla città che abbiamo visto 25 anni fa (anche se i monumenti storici, ovviamente, sono uguali). Mi fa addirittura più impressione confrontare questi scatti piuttosto che la sensazione fisica che ho avuto andando in giro per la capitale cinese in questi giorni. E’ impossibile confrontare esattamente quei luoghi… ma ciò che mi interessa mettere “a fuoco” è come un tempo lungo, ma non immenso, abbia portato radicali trasformazioni.

La Cina è un paese difficile, ma anche il mercato più grande del pianeta. Nonostante l’Italia sia considerata sempre con simpatia si fa fatica a vedere un vero impegno a cooperare e soprattutto a trovare le forme per entrare in questo grande contenitore di opportunità, noi non investiamo con intelligenza. Si narra di una battuta che ebbe a fare Cesare Romiti quando guidava la Fiat: “Non possiamo investire in Cina: questi vanno in giro in bicicletta…” Ecco: quelli che 25 anni fa riempivano piazza Teinanmen con le loro due ruote tenute insieme da un po’ di filo di ferro oggi riempiono le strade a 12 corsie della capitale cinese con auto di minimo 2000 di cilindrata… E Romiti è il Presidente della Fondazione Italia Cina… Insomma, magari c’è un po’ di leggenda attorno alla battuta, ma di certo noi – a differenza di tedeschi e francesi – non abbiamo scommesso sulla crescita della Cina ed ora stiamo lì, alla finestra, guardando a bocca aperta la crescita di questo paese.

Certo la crescita ha coinciso con una violenza sul territorio e con uno sfruttamento senza precedenti delle risorse naturali di cui quel paese dispone. Gli obiettivi che il Partito dava alle diverse regioni ha realizzato delle condizioni di vita in certi casi mostruose. La ricchezza è cresciuta con un livello di corruzione significativo (anche se su questo le pene sono sempre più che esemplari). Ma in questi anni, non con lentezza, stanno sorgendo grattacieli costruiti con criteri di ecosostenibilità, cominciano a vedersi negozi con prodotti biologici, la cura della salute sta diventando una nuova frontiera della Cina e sappiamo che quando si mettono in testa una cosa… raramente non raggiungono gli obiettivi che si prefiggono.

Per approfondire suggerisco la lettura del saggio che Giuseppe Rao ha scritto per Eclettismi un po’ di tempo fa, ma che mi pare ancora molto aggiornato…

 

 

 

L’uomo che visse tre volte

EPSON MFP image

Una fotografia del Neorelismo emiliano romagnolo, di Enrico Pasquali. E’ l’immagine di una casa di campagna alla Pieve di Sant’Andrea nel 1953. Un ambiente del tutto simile alle case dei protagonisti di questa storia, che abitavano ad un paio di chilometri da lì

La storia non ha nascondigli

Erano amici Enrico e Amedeo. Di quelle amicizie che durano per sempre. Amici come lo possono essere due che hanno fatto tante cose insieme. Cose appassionanti. Cose per cui si rischia la pelle. Cose che tatuano nel cuore la parola “Compagno”.

Amedeo era più grande. Era nato in un’epoca buia, quando la Prima Guerra Mondiale era cominciata da poco. In campagna, in mezzo al niente e campi di grano. Da due mesi aveva sposato Iole, compagna di scuola di Enrico, che era stato testimone al loro matrimonio.

Enrico aveva sempre il sorriso stampato sulla sua bella faccia. Dov’era lui, era festa. Era di una famiglia genericamente cattolica e per il suo carattere aperto e gioioso gli volevano bene in tanti. Era diventato partigiano quasi da bambino e la politica per lui era un modo di esprimere generosità, freschezza e spontaneità.

Faceva caldo il 27 agosto del 1950 a Ponticelli, una frazione di qualche centinaia di abitanti a 6 chilometri da Imola. Il mondo sembrava lontano: da pochi mesi, era scoppiata la Guerra di Corea, proprio quel giorno – ma chissà se qualcuno se ne sarebbero accorto in quel paese sulle rive del Santerno – si sarebbe suicidato Cesare Pavese. Quegli stessi giorni erano particolarmente intensi per il mondo cattolico: i preti, anche in quel fazzoletto di terra tra Romagna ed Emilia, erano infervorati per l’approssimarsi della chiusura dell’anno giubilare e per la pubblicazione della XIX enciclica del Papa Pio XII dal titolo Humani Generis dedicata alle «false opinioni che minacciano l’integrità della dottrina cattolica». Si trattava di un documento importante che affrontava il tema dell’esoterismo e del satanismo. Il diavolo, infatti, veniva talvolta affiancato al famigerato decreto del Sant’Offizio del 1 luglio 1949, noto come la “scomunica dei comunisti” (Qui il testo integrale).

Schermata 2016-02-15 alle 17.28.44
Faceva caldo quella domenica a Ponticelli, anche poco dopo l’alba. Enrico e Amedeo si erano alzati presto: erano già tutti indaffarati. Era il gran giorno. Nella piazza del paese, dalle 4 del pomeriggio fino a notte fonda ci sarebbe stato l’appuntamento a cui stavano lavorando da giorni: la Festa de l’Unità. Si videro appena dopo che il bar del paese aveva aperto per prendere un caffè. Amedeo sarebbe andato a fare il solito giro della domenica: casa per casa a diffondere l’Unità e poi sarebbe corso in piazza a dare una mano per gli ultimi ritocchi: dovevano essere pronti i chioschi per la vendita di vino, pizza fritta e panini; doveva essere sistemata la Ruota della fortuna e lo spazio per il tiro degli anelli alle bottiglie: Anche la pesca era uno spazio fondamentale per raccogliere soldi per finanziare il Partito. Ma soprattutto doveva essere una serata di divertimento e di festa per tutti.
Enrico invece aveva rimediato un Furetto (un ciclomotore della IsoMoto che non godeva di molta fortuna sul mercato), che aveva un aspetto già scassato, nonostante non fosse vecchissimo: ma a forza di essere usato ogni giorno per molte ore nelle strade bianche e piene di buche tra la Vallata del Santerno e la bassa imolese dimostrava già molti anni. Era contento, eccitato, perché aveva appuntamento con Riccardo, che portava da San Marino i fuochi artificiali che avrebbero reso la fine della serata meravigliosa, lasciando tutti quelli che guardavano in alto a bocca aperta.
Schermata 2016-02-15 alle 11.35.15
Il Furetto aveva un motore a due tempi di 65 cc di piccola potenza. Ebbe uno scarso successo malgrado lo slogan “Furetto…lo scooter perfetto”. 
Faceva già caldo quella mattina. Ma come due fratelli erano contenti. Più che affiatati: complici. Facevano la cosa che più piaceva loro: organizzare nel concreto una cosa che faceva stare bene le persone, tanta gente sarebbe arrivate da Fabbrica, Codrignano, Linaro, dalla Marana, dallo Sbago… da tutte le località della campagna attorno.
Faceva già caldo quando si salutarono. Non ci fu nessuna cerimonia: si sarebbero rivisti di lì a poche ore. Era normale.
Enrico partì con quel motorino lento e pernacchiante. Doveva fare molta strada e soprattutto, dopo, dovevano tornare in due su quel trabiccolo. Ore dopo incontrò Riccardo, che aveva fatto lo sminatore e per il Partito aveva imparato ad gestire le serate pirotecniche nelle Feste de l’Unità della Romagna, che cominciavano a diventare numerose e sempre molto partecipate. Non si erano mai visti, ma era facile individuare uno in stazione a Forlì con un sacco in spalla sotto la pensilina, con la sigaretta in bocca, appoggiato al muro, all’ombra. Si salutarono e sistemarono il sacco tra il manubrio e la sella e Riccardo prese posto sul portapacchi. Non era una situazione comoda, ma piano piano sarebbero arrivati.

Faceva caldo sulla via Emilia e il rumore del motore impediva anche di chiacchierare. All’imbocco della Strada Montanara dopo ore di viaggio si sentiva una strana puzza di olio bruciato. I due erano tranquilli: ormai mancava poco. Passarono l’ospedale di Imola, costeggiarono il canale proseguirono sulla strada costeggiando il rudere della villa sulla destra, un posto bellissimo, con quei pini che lo rendono dolce e delicato che fa sempre venir voglia prima o poi di andare lì e rimettere a posto tutto per farne un posto da favola. Oggi è come allora.

IMG_0015

Enrico Farolfi, da Giorgio e Cecilia Dall’Osso; nato il 28 settembre 1926 a Imola; ivi residente nel 1943. Licenza elementare. Elettricista. Militò nel battaglione Montano della brigata SAP Imola e operò nell’imolese. Partigiano dal 20 luglio 1944 al 14 aprile 1945. (Foto tratta da Il Momento)

Arrivarono al podere Giarona, a non più di 700 metri dalla piazza della festa. Fu un’altra buca, fu il caldo del motore arroventato dalla distanza e dal calore della giornata, fu una scintilla… ma il sacco si incendiò da sotto, da dove non si poteva vedere e i fuochi esplosero come una bomba. Il rumore si sentì a chilometri di distanza. Il motorino si schiantò in fiamme e i due furono sbalzati a qualche metro.

Ad accorgersi che quel botto veniva della strada e che si trattava di un incidente fu il medico condotto della zona: il dottor Bottao, che abitava proprio lì vicino: a cinquanta metri. Rapidamente arrivarono in tanti e si creò presto una gran confusione. Urla e silenzi di fronte a quei corpi per terra. Ai bambini fu intimato di stare lontano, di non avvicinarsi.

Il boato lo sentì bene anche Amedeo. Faceva molto caldo quel pomeriggio, ma si sentì gelare il sangue. Non sapeva cosa fosse successo ma cominciò a correre sulla Strada Montanara e fu tra i primi ad arrivare sul luogo dello scoppio. Vide il suo compagno a terra, rantolante: tra la polvere e il sangue. La scena era terrificante, per certi versi simile ad un momento che avevano vissuto insieme quando erano partigiani e le esplosioni erano di bombe e mitragliatori. L’uomo si avvicinò all’amico. Gli accarezzò il capo e cercò di calmarlo, di consolarlo, di fargli coraggio. Dopo un tempo che apparve infinito arrivarono i soccorsi e portarono Enrico in ospedale ad Imola.

Ad Amedeo era già chiaro quanto la situazione fosse disperata. Con la sua bicicletta faceva avanti indietro da Ponticelli all’ospedale di Imola: pochi chilometri ma fatti a tutta per provare a scaricare la tensione. Era nell’anticamera della stanza quando arrivò Veraldo Vespignani (qui si può sentire la sua voce in un brano della lunga chiacchierata che facemmo vent’anni va). Enrico tutto sommato era lucido, nonostante le massicce dosi di morfina che attutivano il dolore. Quando vide il sindaco addirittura si preoccupò di non essere troppo in disordine e con una mano fece per sistemarsi i capelli. “Sindaco. Come mi dispiace… La nostra festa… Avrei voluto che fosse bellissima…”
Schermata 2016-02-16 alle 22.13.31
L’amico era di nuovo lì la mattina dopo quando quel ragazzo che avrebbe compiuto 24 anni esattamente il mese dopo, dormiva ancora e da quel sonno non si sarebbe più svegliato.
Il momento della perdita è anche quando le persone più coinvolte si danno una scossa, mettono tutta l’energia possibile nel sistemare i particolari. E’ quando si affrontano tutte le cose pratiche per evitare di fermarsi a pensare. Amedeo parlottò con i compagni della sezione e insieme decisero di andare dalla famiglia. “Lo sapete – disse rivolto soprattutto alla madre – Enrico avrebbe voluto che del suo funerale si occupasse il Partito e avrebbe voluto che fosse un’occasione per i compagni di ritrovarsi in piazza con le bandiere rosse e i garofani”. La madre rimase perplessa, tutti i funerali della famiglia erano sempre stati fatti in chiesa. Parlò con il marito e alla fine senza entusiasmo accettarono la proposta.
Faceva caldo il pomeriggio del 30 agosto 1950 a Ponticelli dove le persone a migliaia si ritrovarono per salutare Enrico Farolfi. Fu una manifestazione di popolo imponente. La politica, la passione, il dolore si mescolarono al rispetto per una persona che si faceva voler bene.
Ecco l’episodio triste, drammatico, doloroso poteva essere finito qui. Ma anche in un remoto paese della bassa valle del Santerno “la storia non ha nascondigli” e il dolore delle persone a volte non è sufficiente, deve aggiungersi qualcosa.
La scena del secondo finale di questa vicenda si svolge la domenica 4 settembre 1950 alla messa nella chiesa di Ponticelli nel momento dell’omelia. Il sacerdote – secondo quanto mi è stato possibile ricostruire – parla dell’incidente, del lutto per la scomparsa di un parrocchiano, del dolore della famiglia e punta l’indice su quell’uomo che ha convinto la famiglia a non svolgere la funzione religiosa, un uomo mandato dal demonio. “Che quell’uomo, già scomunicato in quanto comunista, possa essere dannato!”
Amedeo Caprara era mio padre e oggi, 18 febbraio 2016, mentre pubblico questo post, avrebbe compiuto 100 anni.

***

My beautiful picture

Amedeo Caprara nel 1950

In questi giorni ho cercato di rimettere a posto i ricordi, di scartabellare tra i documenti che mi sono restati nei cassetti, di parlare con un po’ di persone, di cercare sul web e alla Biblioteca di Imola riferimenti che mi aiutassero a mettere a posto un po’ di pezzi: per trovare conferme e appigli alla mia memoria, anche perché ormai quei fatti sono annacquati tra i miei pochi neuroni funzionanti a già 18 anni dalla sua scomparsa. Sono contento di averlo fatto: è stato modo per dedicare ancora un po’ di tempo a lui.

***

Amedeo che visse nella balena

 
La prima vita. Era nato a Castel Guelfo, quinto di cinque figli, in una famiglia di braccianti. Il padre Alessandro era un uomo che aveva radici in quella bassa povera e malsana: tra i campi, alberi da frutta, risaie e zanzare. La madre aveva un cognome indicativo: Cristiani, ma come se non bastasse si chiamava Assunta. La sola cosa che conosco di lei è lo sguardo severo che ho visto nella foto ricordo distribuita al suo funerale. D’altra parte è morta dieci anni prima che io nascessi.
My beautiful picture

La famiglia di mio padre. Riconosco mio nonno, Alessandro Caprara, il secondo da sinistra, poi in piedi la figlia piccola Ida Caprara (che era del 1914 ed è morta a 99 anni) con il marito Agostino Bianconcini (presumo che questo fosse il giorno del loro matrimonio. Seduta, a sinistra, Assunta Cristiani, mia nonna, morta nel 1950. Penso che la fotografia sia degli anni Trenta.

La mattina all’alba faticava già nel campo, prima di andare a scuola. Il lavoro gli piaceva, molto più dello studio. Non era affatto stupido, ma faceva un po’ il “patacca” e quando fu promosso in terza elementare fece talmente arrabbiare il maestro che lo rimandò in seconda… così ne ebbe abbastanza e decise che la sua vita da grande sarebbe cominciata lì.

Lavorava come un mulo da quando aveva 8 anni: tutto il giorno. La sera cercava di divertirsi e col tempo la sua grande passione diventò il ballo. Mentre nelle case della “borghesia” imolese si ascoltava di nascosto Duke Ellington e Glen Miller, nelle aie della campagna e nelle balere messe sù alla buona si ballava il liscio. In questi posti dove d’inverno la nebbia del fumo delle Nazionali era più fitta di quella del novembre padano tutte le sere si tirava a tardi, fino a non poterne più.

Con il crescere era diventato piuttosto bello e le ragazze se ne accorgevano: i suoi vent’anni sono stati molto intensi. Teneva al suo aspetto e, di fronte ai miei capelli lunghi di diciottenne, si vantava nel raccontarmi che lui alla mia età tutti i giorni passava dal barbiere a farsi ritoccare i baffi (all’Amedeo Nazzari) e i capelli. Credo che fin da allora indossasse la cravatta tutti i giorni (quando non aveva gli abiti da lavoro).

My beautiful picture

Penso che questa sia una foto dell’albania e Amedeo è il primo in basso a sinistra

Detestava i fascisti, ma negli anni ’30 non credo che si occupasse di politica. Il senso del dovere veniva prima di tutto. Per forza di cose il 10 agosto del 1939 partì militare, nei bersaglieri, e rimase sotto le armi per più di quattro anni. All’inizio le cose non gli andavano così male: lo destinarono nei Balcani quando fu proclamato il Protettorato Italiano del Regno d’Albania, poi andò in Grecia, ma era entrato in cucina e aveva imparato a fare tante cose, evitando così la prima linea. In seguito tornò a fare servizio militare, ma nella sanità, in una base in Veneto: era lì l’8 settembre quando Badoglio annunciò l’armistizio con gli anglo-americani e l’esercito italiano si sbriciolò.
My beautiful picture

E’ il primo a destra e probabilmente è una foto scattata in Veneto, poco prima dell’8 settembre 1943

Per quanto ne so io – lui non ha mai parlato molto di quel periodo – l’11 settembre del 1943 era già scappato da Padova e tornato ad Imola dove cominciò a fare lavoretti in campagna per sopravvivere. Dal giugno del 1944 si aggregò ai gruppi partigiani ed entrò nel battaglione Montano della brigata SAP Imola. Era un clandestino e la sua libertà durò fino ai primi giorni di ottobre del 1944, quando fu catturato, incarcerato per un paio di giorni nella Rocca di Imola e poi fu trasferito a Fossoli (nei pressi di Carpi, in provincia di Modena) dove rimase fino al 27 ottobre 1944 quando fu deportato in Germania.
Dal 28 ottobre 1944 comincia la sua odissea. Davvero non so se fu per discrezione, per paura di riesumare ombre che aveva nel cuore e nella testa o per rimozione totale di quei giorni terribili, ma lui non raccontava quasi nulla di quella sua esperienza. Tanto che io credevo che si fosse trattato di un periodo molto breve e invece andando a spulciare i documenti ho scoperto che in quel campo di concentramento tedesco rimase per ben 7 mesi.
Schermata 2016-02-16 alle 16.19.21
Più volte lo sollecitai per sapere se si ricordava dove si trovasse quell’inferno e lui riusciva solo a rispondere “in Bassa Sassonia”. Per deduzione ho ricostruito che si potrebbe trattare del campo di concentramento di Belsen, quello dove finì i suoi giorni Anna Frank.
Una sola cosa, di quel posto maledetto, ricordava bene: un particolare della la sua fuga. Dovrebbe essere avvenuta durante i primi giorni di maggio del 1945. Raccontava che insieme ad un altro prigioniero con cui riusciva a comunicare solo attraverso le occhiate, probabilmente polacco, riuscirono a fuggire e si acquattarono in un fossato e stettero lì immobili per oltre un giorno, con lo sguardo rivolto verso il cielo. Ad un certo punto sentirono delle voci ed un rumore di cingoli e motore. Si sentì perduto. Poco metri più in là, passò un carro armato, lui presumeva tedesco. Nessuno del plotone che seguiva il carro vide i due fuggiaschi… Alcune ore dopo, faticosamente e si alzarono senza sapere se lì sopra li avrebbe attesi un proiettile o la libertà.
Uscire da quel fosso era come nascere un’altra volta.
Barcollando cominciarono a vagare nel buio. Per loro fortuna arrivarono nei pressi di una casa di contadini dove furono soccorsi ed accolti con un certo riguardo: li rivestirono, li nutrirono e da lì faticosamente Amedeo ripartì cercando qualche mezzo per ritornare a casa. Il suo peso normale era attorno agli 80 kg, tornato ad Imola, salì sulla bilancia e l’indicatore segnava 40 chilogrammi.
In quel fosso finì la sua prima vita e ne cominciava una nuova.

Una botta in testa

My beautiful picture

Una foto tessera di quegli anni. “La confusione mentale dovuta alla guerra è una sindrome molto frequente. Durante la Seconda guerra mondiale e i conflitti successivi, questa confusione di guerra ha lasciato il posto alle psicosi deliranti acute e in qualche caso rivestivano un aspetto schizofrenico più inquietante. Esse, normalmente, regrediscono rapidamente. Tutti questi quadri clinici acuti sono accompagnati da manifestazioni somatiche di spossatezza e sono seguiti da amnesia più o meno importante”.

La seconda vita. Dopo un trauma tanto violento tornare alla vita normale non è stato facile. I primi mesi sono stati dedicati ad una vera e propria riabilitazione alla normalità. La Germania ha lasciato dei segni profondi e dolorosi nel suo corpo: la tubercolosi gli ha risparmiato un solo polmone e le ombre di quella prigionia avevano per molti mesi intaccato l’equilibrio psichico di un uomo giunto a raccogliere le ultime risorse possibili per poter sopravvive. Piano piano, con pazienza e con molta volontà e tenacia, viaggiando in molti ospedali e incontrando situazioni mostruose, come solo una guerra può generare colpendo l’umanità più umile e sfortunata. Vide talmente tante miserie da sentirsi un privilegiato, un uomo fortunato. E questo – accanto alla convinzione di non volere figli per i rischi che un medico gli aveva pronosticato – lo aiutò a ritrovare serenità ed equilibrio.
Secondo il Libretto di Lavoro (rilasciato dal Ministero delle Corporazioni) il 27 luglio del 1945 ottiene il suoi primo lavoro presso la Società Anonima di Elettrificazione (impresa nata alla fine degli anni ’20 con lo scopo di elettrificare la linea ferroviaria Bolzano-Brennero, ma poi col tempo si era sviluppata ed era divenuta una delle aziende che hanno realizzato le infrastrutture che hanno permesso il boom economico dell’Italia). Poi è costretto a fermarsi per diverso tempo e ricordo che fu un periodo complicato di farmaci e ricoveri. Poi si riprese e fu ingaggiato con contratti brevi, precari e di lavori ad alto rischio, ma certamente che procuravano un discreto stipendio.

Dopo quel primo rapporto di lavoro con la SAE ne sono seguiti diversi altri. Il montatore è un po’ come il marinaio, si passano settimane lontano da casa e quando si è giovani e senza particolari vincoli non mancavano le occasioni di svago… In fondo a me sono arrivati chiari i principi saldissimi che valorizzano il rispetto delle regole e delle persone, la lealtà, la giustizia e l’importanza del lavoro. D’altra parte sono anche grato a mio padre che mi ha insegnato anche che la vita va vissuta meglio possibile, i soldi vanno spesi quando ci sono e essere felici è molto meglio che essere tristi. Senza dimenticare l’inestimabile valore del cazzeggio.

Accanto al lavoro cresceva anche l’attenzione e la partecipazione alla vita del Partito Comunista Italiano. Per diverso tempo non è stata una priorità assoluta, ma l’esperienza partigiana e le amicizie che si erano cementate nel tempo facevano crescere l’esigenza di dare il proprio contributo per costruire un società più giusta, ma con azioni, non con tante chiacchiere. Pare retorica, ma io credo che allora fosse proprio così: contava fare. In fondo la guerra aveva resettato tante cose, tante convinzioni e, per molti versi, era l’occasione per ripartire con una “innocenza reale” nel guardare la vita, nel lottare per l’utopia di costruire un mondo nuovo, migliore. C’era una profonda buona fede e la stessa ingenuità che quella generazione ha messo nel proprio impegno politico e sociale hanno contribuito non poco alla crescita dell’Italia.

All’inizio del 1950 – ancora quel decisivo anno – muore a 65 anni mamma Assunta. Amedeo “fa l’amore” da quasi un anno con un ragazza di Linaro che si chiama Iole e decidono di sposarsi. Lo fanno a giugno: vanno in comune in bicicletta loro due e i due testimoni. Passano a salutare i genitori di lei e poi si concedono un picnic al Parco delle Acque Minerali.

La vita scorre. I lavori si susseguono e permettono alla coppia di girare l’Italia: vanno per alcuni mesi a Bolzano e poi dal capo opposto del Paese: a Cefalù. Sono esperienze belle e che permettono di vivere anche momenti di serenità e cementare nuove amicizie.

My beautiful picture

Amedeo fu saldatore alla Benati, la prima volta alla fine anni ’50 e poi fino al 1969

Nell’ottobre del 1957 succede una cosa apparentemente senza importanza. Amedeo ha ottenuto un contratto come saldatore nelle Officine Benati, un’azienda che già dalla fine dell’800 fabbricava aratri, e che sotto la guida di Treggia pur non essendo un po’ traballante stava cercando personale. Accettò per stare un po’ a Imola e come sempre si buttò con entusiasmo e vigore nel lavoro. Un pomeriggio si era girato di scatto e un collega che passava di lì con un lungo tubo lo urtò violentemente in testa. Una botta molto forte. Non cadde per terra, ma certamente il colpo si fece sentire per tutta la giornata e a parte il bernoccolo che passò in un paio di giorni tutto sembrava normale.

Si susseguirono i lavori e a casa le insistenze di Iole si facevano sempre più pressanti per avere un figlio. Alla fine, quasi 10 anni dopo il loro matrimonio, abbattute le ultime resistenze di Amedeo arrivò la gravidanza. Io sono sempre stato convinto che la cosa che fece cambiare atteggiamento ad Amedeo rispetto alla paternità fu il fatto che io nacqui lo stesso giorno della fondazione del PCI: il 21 gennaio. Quel giorno del 1960 nonostante gli oltre 20 centimetri di neve, nonostante il freddo, nonostante la levatrice gli avesse impedito di stare in casa ad assistere al parto perché si sarebbe trovato ad ostacolare il suo lavoro, per mio padre fu il giorno più bello della sua vita. Ero sano, ero maschio ed ero nato il giorno del suo partito. Andò al bar a pagare da bere a tutti. Era gasatissimo al punto che voleva chiamarmi Carlo (come Marx). Sono ancora riconoscente a mia madre che riuscì ad evitare almeno questo… si misero d’accordo su un particolare: che la lettera iniziale del mio nome fosse uguale a quella del cognome. Non ho mai capito il motivo di questa trattativa… tant’è…

My beautiful picture

Amedeo e Iole, a occhio e croce potrebbero essere i primi anni ’70

Nel 1961 morì anche mio nonno Alessandro. Non posso ricordare nulla nemmeno di lui. Non so bene come potesse essere possibile, ma negli ultimi mesi della sua vita abitava con noi in una casa fatta di camera e cucina in via Fornace Gallotti, 6. Credo che quella morte sia stata un grande dolore. Molto più di quello che mi padre intendesse mostrare.

Io crescevo e se c’è un ricordo nitido è l’immagine di mio padre che la sera arrivava a casa dal lavoro e si sedeva prendeva l’Unità o Rinascita e leggeva. Leggeva. Leggeva. Ma un’altra cosa mi aveva impressionato: sempre più spesso la sera soffriva di lancinanti mal di testa. Dovevano davvero essere dei dolori insopportabili perché c’erano momenti in cui diventava rosso paonazzo e sembrava quasi non riuscire a resistere.

Ancora il suo destino era quello di pellegrinare in giro per medici ed ospedali per capire quale fosse la causa di questi dolori. Passano i mesi e gli anni e finalmente a novembre del 1965 al Bellaria di Bologna il professor Giulio Gaist riuscì a diagnosticare che si era formato un angioma nel cervello a seguito di un trauma che aveva lesionato una vena. Il dolore era dovuto alla pressione che questa massa esercitava su punti sensibile ed era assai probabile che la massa fosse in crescita e che quindi la situazione fosse destinata ad aggravarsi. Gaist fu molto chiaro: in quell’epoca un’operazione chirurgica sarebbe stato un rischio notevole, ma non intervenire significava solo aspettare il peggio. La sola domanda che fece mio padre fu: “Se mi opero, quante speranze ho di salvarmi?” Il professore rispose che se si voleva essere ottimisti, il 50%. Non ci pensò un minuto: guardò in faccia sua moglie che lo aveva accompagnato al consulto e rispose: “Professore, quando facciamo l’intervento?”

La sua seconda vita stava finendo su un tavolo operatorio e la sentiva rapidamente dissolversi perché l’anestesia era potente e le luci dei fari che illuminavano quei medici bardati con mascherine e lenti si spegnevano, nonostante lui cercasse di tenere gli occhi aperti e non sapeva se poi ci sarebbe stato un domani.

Il castello

La terza vita. Si rinasce ancora, ma serve sempre una grande volontà e una forza d’animo straordinarie per vivere veramente.
My beautiful picture

Io con Amedeo durante una gita sul Monte Grappa nel 1972

L’operazione era riuscita perfettamente. Era uno dei primi interventi al cervello a cielo aperto che rimetteva a posto una malformazione di un vaso sanguigno con quelle caratteristiche. Il professor Gaist portò quel caso in numerosi convegni e durante le visite di controllo che continuarono per anni, tra i due si creò un rapporto di amicizia e di stima reciproca.
Anche imparare a cavalcare la tigre: andare con decisione al cuore del problema per risolverlo quando si identifica e affrontare la paura con lucidità (e forse un pizzico di follia) è una cosa di cui sono debitore a mio padre. Non so se sempre sono stato coerente e all’altezza, ma ho cercato di esserlo. Mi è capitato spesso ho pensato a come ci si trova a dover giocare una scommessa con il destino. Una scommessa che non permette repliche: altro che Sliding Doors
Anche questa riabilitazione non fu breve. Amedeo tornò a lavorare alla Benati che nel frattempo era in impetuosa crescita per la gestione di Renato Bacchini (una specie di Gianni Agnelli di Imola) alla fine del 1966 – cinquant’anni fa – aveva perduto un po’ di ampiezza di campo visivo, ma le sue condizioni erano molto buone e la sua autostima a livelli elevati.
Durante la quaresima del 1967 il sacerdote che faceva il giro nelle case per la benedizione pasquale si trovò senza un chierichetto e quando arrivò a casa mia ero con mia madre (che in quel periodo faceva la sarta, a casa) e chiese a lei se io fossi stato disponibile a fare il giro con lui e un altro bambino che già lo accompagnava. “Se lui vuol venire lo può decidere da solo…” Decisi di andare. Non nego che l’esperienza mi piacque. Tornai a casa trionfante con dolci, caramelle, piccoli giocattoli e altri trofei. Quando mio padre arrivò a casa dalla fabbrica gli mostrai con orgoglio il frutto del mio lavoro pomeridiano. Ricordo perfettamente (nonostante siano passati così tanti anni) che era un venerdì. Amedeo non fece una piega. Il suo volto non tradiva nessuna espressione né di riprovazione, né di soddisfazione. Andò in bagno (che si raggiungeva scendendo quattro gradini fuori dalla porta). Passarono 3, forse 4 minuti. Aspettai in silenzio cercando la complicità nello sguardo di mia madre, che si limitò a dire: “Hai deciso tu…” Rientrò. “Sei andato col prete di casa in casa e ti sei divertito? Molto bene: da domenica vieni con me a vendere l’Unità!” La cosa mi sembrò una specie di sentenza inappellabile… ed in effetti tutte le domeniche da quando avevo 7 anni e due mesi fino a quando ne ho avuti più di 18, tutte le domeniche – con la neve o con il sole – sono andato a distribuire l’Unità a chi lo prendeva regolarmente e a chiedere di comprare il giornale a chi invece non era abituato a farlo… Evidentemente il rapporto di Amedeo con la Chiesa, 17 anni dopo quella famosa omelia di Ponticelli, non era ancora risolto…
Nell’ottobre del 1969 – presto per una persona senza problemi, ma abbastanza tardi per uno che aveva avuto la sua vita “sanitaria” da “paziente professionista”, come si auto definiva – è andato in pensione. Già da anni però era in contenzioso con lo Stato Italiano affinché fosse riconosciuta la “Pensione di guerra”. Fu alla fine del 1970 (evidentemente gli anni con lo zero dietro erano sempre decisivi) gli fu assegnata la V categoria e gli furono inviati tutti gli arretrati. Fu un’occasione di una piccola emancipazione economica. Andammo ad abitare un una casa nuova: ebbi per la prima volta una mia stanza e rimasero le risorse per fare un piccolo investimento: la realizzazione di un allevamento di circa 500 galline da uovo, nella valle del torrente Sellustra. Non fu una buona idea: tra predatori (fu la prima volta che sentii parlare della donnola), epidemie, alti costi di gestione e crescenti tensioni tra i tre soci, la cosa non funzionò. Ma di quei giorni ho un bel ricordo.
My beautiful picture

Ad una delle tante manifestazioni dell’ANPI, negli anni ’90

In ogni caso, essere collocato in quella V categoria non lo soddisfaceva per niente: un suo avvocato lo convinse che c’erano tutte le condizioni per accedere ai privilegi della I categoria. Cominciò quindi una sequela di ricorsi, di attese crescenti, di delusioni cocenti, di speranze che si rinnovavano… Cominciarono periodicamente “viaggi della speranza” sia a Bologna che a Roma. Docce scozzesi che si susseguirono per oltre 20 anni. La I categoria rappresentava l’accesso ad un benessere famigliare, ad una sicurezza che avrebbe accompagnato anche mia madre finché fosse vissuta (le famose pensioni di reversibilità) e un riconoscimento “pubblico” ai sacrifici e alle sofferenze che aveva vissuto nella sua prima vita.

La sua pratica era come se fosse immersa nell’acqua melmosa di un porto delle nebbie e in cuor mio non sono mai stato convinto che saremmo riusciti a ripescarla. Tanti anni dopo, doveva essere il 1986, durante il primo periodo che passato a Roma a lavorare, mio padre mi chiese di andare da un avvocato che lo seguiva di tanto in tanto e gli mandava comunicazioni rassicuranti. Non so che ruolo avesse, ma frequentava la Corte dei Conti. Fu un’esperienza traumatica: abitava in un piano alto di via dei Gracchi, in uno di quei palazzi umbertini che quando entri ti fanno sentire piccolo, insignificante. Presi l’ascensore di ferro battuto ed entrai in un corridoio enorme, nella penombra. Una cameriera in livrea mi fece accomodare in una stanza piena di libri con rilegature antiche e due dita di polvere sopra. Dopo un buon quarto d’ora l’avvocato entrò con un passo lentissimo e una faccia che mi apparve come mummificata. Per me quella fu per sempre la faccia della burocrazia romana. Parlava con voce bassa, quasi incomprensibile: “Ci vuole tempo, la prossima settimana andrò ad esaminare il fascicolo… Certo che con 500 mila lire forse si può guadagnare qualche giorno…” Mi sentivo come nel gabinetto del dottor Caligari.

La sentenza che chiudeva definitivamente (e negativamente) questa storia, che avrebbe fatto impallidire Franz Kafka e il suo Castello praghese, arrivò nel 1996. mio padre non la prese troppo male, ma certamente il suo privato “sole dell’avvenire” tramontava e questa attesa infinita che si chiudeva fu quasi una liberazione.
My beautiful picture
La terza vita di Amedeo, forse, fu quella più serena. Ci fu ancora molto impegno nel Partito dove conobbe tanti compagni (uno in particolare), ma riusciva a vedere anche le storture e i difetti di quella comunità che tanto ha amato e sulla quale ha sempre riposto molta fiducia. Nell’89 si schierò a favore della Svolta, ma soprattutto si impegnò nella crescita dell’ANPI (la sola organizzazione di cui ancora oggi io abbia la tessera). Fin che ha potuto ha coltivato le sue passioni: per il ballo – prima di tutto – la lettura, le passeggiate in montagna.

Non conobbe mai suo nipote e questa è forse la cosa che mi dispiace di più. E’ per questo che il racconto che ho fatto in questa giornata speciale lo dedico ad Alessandro, perché ha avuto un grande nonno. E io ne sono molto orgoglioso.

Pubblicità, propaganda e stelline de l’Unità

“La pubblicità crea modelli, li ritrae e condiziona i nostri comportamenti. Se consideriamo l’immagine della donna, dal secondo dopoguerra ad oggi, la pubblicità ne ha dato una rappresentazione sempre diversa: nel ruolo di casalinga negli anni ’50 e ’60, amica e compagna negli anni ’70, donna in carriera negli anni ’80 e ’90. Oggi i ruoli sono molti: donna di casa, madre e moglie, figlia, amica, lavoratrice, ragazza acqua e sapone e seduttrice”.

Fashionnewsmagazine

IMG_3446

Parlo ancora del 1950.

Mi ha sempre incuriosito come le grandi tendenze mondiali ricadevano nella realtà locale, in particolare della provincia padana. Insomma a casa mia.

La zona di Imola, e più in generale l’Emilia Romagna, era uscita dalla Seconda Guerra Mondiale stremata. Era stata dichiarata zona depressa. Basta guardare le foto di Enrico Pasquali per rendersi conto di quanto la miseria e la fame fossero la regola, non l’eccezione.

L’incertezza durata mesi sull’esito del conflitto con lo stop delle forze alleate sulla Linea Gotica avevano reso le città sulla via Emilia delle zone di guerriglia e le attività industriali, spesso riconvertite solo alle necessità belliche, erano gli obiettivi dei bombardamenti alleati. Le bombe tedesche invece avevano uno scopo di altro genere, ma certamente terrorizzavano la popolazione, altrettanto.

IMG_3439

Cinque anni dopo la Liberazione, se andiamo a guardare i giornali locali – Il Momento, Il Diario e il Giornale dell’Emilia (che poi fu sostituito dal Resto del Carlino) – si percepisce già l’inizio di una nuova fase di fiducia e di speranza. Sono solo particolari, ma ho fotografato alcune inserzioni pubblicitarie che danno un senso di come la vita stia riprendendo e come ci si stia riorganizzando la vita da “formichine” con grande impegno e con una grande voglia di trovare occasioni di svago e divertimento: nonostante la crisi. Le inserzioni pubblicitarie ci raccontano molto di questo clima.

IMG_3443

Accanto all’economia c’è la società, o meglio la vita, e il senso di ripresa, di risveglio è presente in tutte le sue pieghe.

IMG_3459

 

Le mie “ricerche” si sono concentrate su un aspetto che riguarda la politica, ma che mai come in quel periodo era di supporto alla crescita della giustizia sociale, delle forme di supplenza alle debolezze dello stato. E’ in questa fase che la cultura riformista (o riformatrice, se vogliamo) offre il meglio. I partiti hanno rappresentato un elemento di innovazione e le loro sedi erano luoghi di elaborazione di idee e proposte per lo sviluppo delle città. Non tutto è stato oro, ovviamente, il “collante ideologico” e la guerra fredda che si combatteva tra chi stava con gli americani e chi con i russi in queste righe rimarranno solo sullo sfondo, ma non va mai dimenticato.

IMG_3399

La cellula era l’organizzazione di base del PCI: diverse cellule davano origine ad una sezione. Oggi li chiamano circoli.

La prima Festa nazionale de l’Unità (che fu ispirata da Giorgio Amendola che aveva molto apprezzato la Fète de l’Huma, appuntamento dedicato al finanziamento de l’Humanité, il giornale del Partito Comunista Francese e si svolgeva in Francia fin dal 1930) si svolse a alle porte di Milano e aveva come titolo: Scampagnata de l’Unità. Ad Imola le feste cominciano nel settembre del 1945 e poi si sviluppano e diventarono con il tempo decine in tutti i comuni del circondario.

IMG_3416

Il Momento, in un suo pezzo del 1950, descrive così il programma della festa dei Giovani Comunisti: “Ecco il programma dettagliato del grande festival che la Sezione Giovanile di Ponticelli organizza per domenica prossima: ore 14: apertura dei festeggiamenti. Funzioneranno chioschi per la vendita di vino e pizza fritta, panini ecc. Ruota della fortuna, tiro degli anelli alle bottiglie. Pesca. ecc. ore 15: corsa podistica m. 100 piani per giovani dai 14 ai 18 anni (non compiuti); corsa podistica m. 200 piani per i giovani dai 18 ai 21 anni (non compiuti); gara ciclistica delle “lumache” per giovani e ragazze (premio all’ultimo); corsa ciclistica di velocità per ragazze. ore 17: grande Comizio. Parleranno un membro della Segreteria della Federazione Giovanile Comun. Province. ed un compagno della Federazione del P.C.I. ore 20,30: arrivo della staffetta di giovani e ragazze con le fiaccole provenienti da borgate e paesi vicini, indi gran ballo con orchestra.
N.B. Le iscrizioni alle varie gare sportive popolari in programma si riceveranno durante la festa presso il palco della direzione del Festival stesso”. Le lettere maiuscole e le abbreviazioni sono rigorosamente le originali.

Ma anche in questo “mondo a parte” che era rappresentato dall’enorme comunità degli iscritti al Partito Comunista imolese arrivavano le influenze dei “modelli” capitalistici e l’immagine della donna era utilizzata come attrazione “delle masse che sentivano il bisogno di opporsi alla borghesia”. Infatti molto spesso nei programmi delle feste erano inseriti concorsi di bellezza e sfilate che a detta di chi partecipava richiamavano molta attenzione. Le “stelline” de l’Unità erano un must da Chiusura (che per chi non è della zona non può sapere di che metropoli si tratti) alla Casetta tra gli abeti, che sinceramente non so se esista ancora…

 

Ora ci sarebbe da riflettere molto più compiutamente su quanto tempo sia stato necessario a fare evolvere idee a favore dell’emancipazione delle donne nella “chiesa comunista”. La stessa storia dell’amore travolgente tra Nilde Iotti e Palmiro Togliatti fu dapprima negata, poi nascosta, poi malamente tollerata per essere poi riconosciuta legittima solo nel corteo funebre del Segretario del Partito, quando la Iotti sfilò subito dietro la bara e prima del gruppo dirigente del PCI, come a sancire che i sentimenti privati andavano rispettati, anche se riguardavano una figura come quella del “semidio” del segretario.