Smart, inchiesta sulle reti

Il patron di Google di recente ha calcolato che ogni quarantott’ore
mettiamo in circolo in rete una quantità di contenuti
pari a quella creata dalla nascita dell’umanità fino al 2003.
* * *
Da un po’ di tempo avevo in mente un concetto che non riuscivo a esplicitare in forma compiuta, ma fortunatamente capita ogni tanto che ci sia qualcuno che dice meglio di te le cose e soprattutto le studia e le approfondisce dando una struttura (a volte anche scientifica) ai pensieri. Il mio pensiero era sostanzialmente questo: non è vero che internet spoglia di identità i territori, le identità o le idee. Internet è invece uno strumento che se usato con intelligenza, visione e capacità imprenditoriale può esaltare e potenziare gli elementi caratteristici di un territorio. Ovviamente bisogna intendersi: spesso il carattere localistico di un territori può essere definito dalla lingua che viene parlata, altre volte da confini naturali, altri ancora le barriere possono essere definite dalla diffusione dei device con cui i contenuti sono distribuiti.
In soccorso a questa che non era un’idea compiuta né verificata è arrivata la pubblicazione di un libro davvero importante: Smart, inchiesta sulle reti di Frederic Martel, in Italia edito da Feltrinelli.
Schermata 2015-12-23 alle 11.47.55
Cercherò, usando soprattutto le parole di Martel, che per scrivere questo libro ha visitato una cinquantina di paesi e ha parlato con centinaia di persone, di spiegare la mia tesi. Il libro di Martel è un’operazione che si fa sempre più raramente e che si chiama un’inchiesta sul campo e – dopo il suo libro Mainstream, dedicato all’industria dei contenuti della old economy, che mi era molto piaciuto –  ha raggiunto molti centri decisionali, molti protagonisti del web e tanti luoghi dove si definiscono le tendenze del mercato e della fruizione delle internet che ci sono nel mondo.
Il libro parte da qui: […] contrariamente a quanto si creda, internet e le questioni del digitale non sono fenomeni di natura prettamente globale. Sono legati al territorio; sono locali. Uomini, donne, informazioni, e-commerce, applicazioni, mappe, social network sono uniti tra loro da legami, materiali e reali. E vuole dimostrare che: Il futuro di internet non è globale, ma è radicato in uno specifico territorio. Non è globalizzato, è localizzato.
* * *
La prima tappa è la Silicon Valley, per andare a cercare i luoghi dell’innovazione, le app che stanno avendo successo, le idee che sono diventate realtà ed ora grandi player del mercato globale, le personalità che hanno segnato il nostro tempo digitale. E’ questo il territorio dell’innovazione (quel fazzoletto di territorio che sta attorno alla città di San Francisco) e i soggetti del cambiamento sono la start up. “Esiste una tendenza di fondo: avviare una start-up costa sempre meno, grazie al software libero e al cloud, inoltre è sempre più facile trovare i soldi. La Silicon Valley sta vivendo un nuovo boom e il ruolo dei venture capitalist, in precedenza indispensabili per le procedure di finanziamento, sta cambiando. Lo sviluppo dello smartphone e l’inesauribile mercato di applicazioni creatosi in questa zona hanno anch’essi modificato lo scenario.”
In sostanza le tecnologie, il loro successo e la loro diffusione impongono agli imprenditori di essere sempre un passo avanti e non adeguarsi al cambiamento, ma avere la capacità di reinventarsi continuamente. Per farlo c’è bisogno di un “microclima” favorevole, fatto di possibilità di trovare le idee, la volontà di andare avanti sapendo che le difficoltà saranno enormi, avere la possibilità di presentare le proprie idee a chi ha mentalità aperta e capacità di fornire fiducia e finanziamenti adeguati. Ma in realtà non sono solo i soldi a muovere l’innovazione, ma anche una tensione ideale che si fa fatica a descrivere. Il posto migliore del mondo per per realizzare le proprie idee è quello là.
Il confine tra piccole e grandi aziende si confonde, poiché le start-up hanno bisogno del denaro dei colossi della rete e questi ultimi hanno bisogno delle imprese innovative più piccole.” Google e Facebook devono costantemente esplorare nuove idee e sono le start-up a farsene carico. “Dal canto loro queste start-up non sono motivate unicamente dal denaro, come spesso si crede. Qui, a San Francisco, ci sono molti imprenditori un po’ folli con un unico obiettivo: creare un mondo migliore. Sembra stupido, ma succede, accade veramente. Vogliono risolvere i problemi, trovare soluzioni.
L’età, per forza di cose è una barriera. Perché per riuscire si deve passare molto tempo a farsi il culo. La cultura geek, la cultura hacker, la controcultura è a San Francisco. Chi vuole essere smart e creativo viene qui, nella capitale degli hippie e dei gay. E abbiamo tutti diversi lavori: un lavoro che ci fa mangiare; una start-up in cui investiamo i soldi; infine, un ‘side job’ in cui si investe tempo per fare davvero ciò che si ama.
 * * *
Ma quello che succede nella California del Nord non è il solo caso nel mondo. Un esempio che secondo me lascia a bocca aperta per i  numeri che produce, per le prospettive che ci sono e per come si sta sviluppando è quello cinese. Clonare, copiare esattamente ciò che si faceva altrove, è stata la soluzione inventata dalla Cina per risolvere il deficit di creatività unito a un altro problema fondamentale: come costruire una potente rete internet senza essere dominati dagli americani? Come innovare quando mancano le idee? La soluzione si chiama Renren (pronunciato Jenjen, il Facebook cinese), Youku (YouTube), QQ (Msn), Weibo (Twitter), Beidou (Gps), Meituan (Groupon), Weixin (WhatsApp) e soprattutto Baidu (pronunciato By-doo, un motore di ricerca che assomiglia a Google). I “modelli originali” americani sono stati vietati, ovvero bloccati e censurati, o acquisiti.
Schermata 2016-01-07 alle 13.59.11

Lo Youtube cinese, che si chiama Youku

Schermata 2016-01-07 alle 14.02.32

Il Google cinese, che si chiama Baidu

Il sistema cinese autoritario (non totalitario) ha trovato forme di censura che non rappresentano dei limiti economici alla crescita della rete, basti vedere quanto è diventato forte un colosso dell’e-commerce come Alibaba, paragonabile per dimensioni ad Amazon (attivo anche dall’Italia). Martel racconta anche la vita dei dissidenti, le forme di aggiramento dei sistemi di sorveglianza ma rivela anche la fragilità di questi movimenti che ovviamente noi occidentali vediamo con grande simpatia, ma che appaiono residuali rispetto al sistema che si è consolidato in questi ventisei anni, vale a dire dalla repressione del giugno del 1989, in piazza Tien a Men. In sostanza: la censura funziona come una patente a punti. Ti si fa capire che ci sono le possibilità di punirti, in un modo molto sofisticato. Un sistema fatto da migliaia di collaboratori diffusi nel territorio e – anche perché i tempi sono cambiati – per concezione assai diverso dai vecchi sistemai di controllo del blocco sovietico (ricordate Le vite degli altri?).
 * * *
Problemi del tutto diversi sono nel secondo stato più popoloso del mondo: In India, tutti credono di essere unici, ma non è affatto così. Molte persone portano lo stesso nome e cognome e hanno la stessa data di nascita. Ci sono 1,3 miliardi di persone ed è difficile non solo essere unici, ma dimostrare che si esiste.
Il più grande progetto di digitalizzazione di un paese sta avvenendo proprio in India con l’introduzione della carta di identità unica e per un paese di quasi due miliardi di persone è una cosa pazzesca. L’India è il paese che produce più ingegneri di lingua inglese al di fuori degli Stati Uniti, ed è questo il suo capitale più prezioso: ogni anno 4,3 milioni di studenti indiani conseguono un diploma post-laurea, di cui 1,5 milioni di ingegneri, informatici o tecnici. Eppure il paese non intende competere con la Cina, che resta migliore sotto il profilo della produzione di dispositivi, computer, telefoni o tablet: “Alla Cina l’hardware, all’India il software,” […] L’India ha anche il vantaggio di avere una radicata emigrazione nella Silicon Valley, cosa che favorisce gli scambi e ha creato un’ampia comunità di ingegneri con doppia nazionalità e un’esperienza globale.
 * * *
Ma il paese più sorprendente è quello delle start up: Israele. In una moderna via del centro di Tel Aviv, Viale Rothschild, ci sono edifici alti e moderni, in vetro dove hanno sede quasi seicento start-up.
Questo fenomeno non si riesce a spiegare. Israele è un paese con poche risorse naturali, dobbiamo inventarci tutto da noi. L’innovazione e l’imprenditorialità sono condizioni di sopravvivenza. Poi c’è l’esercito, che ha giocato un ruolo chiave all’interno del sistema tecnologico locale. Infine, c’è il nostro legame con gli Stati Uniti: tutti sognano che la loro start-up possa essere acquisita da un’azienda americana.
Schermata 2015-11-11 alle 11.47.32
Di grande interesse è anche il tema del superiore livello di istruzione che si raggiunge in Israele e l’influenza del servizio militare obbligatorio di tre anni che forma la mentalità dei giovani. In una testimonianza si legge: “In Francia mi insegnavano ad usare il PowerPoint, qui sotto le armi costruisco robot”. L’autore si spinge in una ardita immagine per spiegare quali siano gli ingredienti per uscire vincenti da questa darwiniana  lotta per ottenere il successo: “come per i pionieri del Wild Wild West americano, si tratta di una miscela di audacia e di spirito di conquista, impersonato da uomini che si assumono qualsiasi rischio e si fanno pochi scrupoli pur di perseguire il loro ideale”.
 * * *
Martel è andato anche in Kenia, a Kibera, a cercare #Mchanganyiko (che in lingua swahili significa ‘diversità’) e in Africa come in tutto il resto del mondo. La gente qui vive nel presente, non si proietta nel futuro. Bisogna parlare loro di ciò che riguarda l’oggi.
Qui, naturamente, anche il modello si adegua alle tecnologie diffuse e prende forma un esperimento interessante l’”informazione comunitaria”. In sostanza nella baraccopoli keniota esiste una forme di “sms reporting”: quando si ha un’informazione importante o si vede qualcosa di strano, si invia un un messaggino a Voice of Kibera con un codice di allerta e viene pubblicato sul blog… e così queste notizie si diffondono rapidamente tra gli abitanti. Infatti il punto è anche che
In Kenya è in corso la rivoluzione del telefono cellulare, il 70 per cento della popolazione ne ha uno. Il 90 per cento del traffico su internet si sviluppa attraverso il telefono. Ormai ci sono smartphone a 8000 shilling (circa 70 euro). Sono Nokia o Huawei con sistema operativo Android. Li chiamiamo minismartphone e tutti li vogliono. I kenioti sono pronti a molti sacrifici per avere un buon telefono o per accedere direttamente a internet. A volte si privano del cibo o dell’energia elettrica per questo. Presto avranno tutti uno smartphone.
 * * *
Il giro del mondo continua ancora per definire i temi della regolamentazione di internet (facendone un’interessante storia della regolamentazione dalle origini fino ai temi aperti oggi negli Stati Uniti) e arriva anche in Europa dove l’inchiesta approfondisce elementi più tecnici. Interessante, ma sinceramente meno efficace nella spiegazione e anche negli esempi, sono le suggestioni sul futuro del giornalismo culturale. In ogni caso un libro da leggere e da consultare di tanto in tanto, come se fosse una matrice per confrontare con le esperienze di successo le proprie idee.
Annunci

World Digital Librery

Il progetto WDL (World Digital Librery) è la cosa più ambiziosa che si trova in giro per il web. Si tratta di un’operazione sostenuta dall’Unesco e da Google e di fatto è la moderna biblioteca di Alessandria, anche se ancora molto c’è da fare per avere un peso paragonabile (anche se in un altro mondo). Anche questo sito e una miniera di suggestioni e di cose interessanti in Smart, inchiesta sulle reti, di Frederic Martel in italia edito da Feltrinelli. Un testo fondamentale per chi si occupa di informazione, cultura, televisione… o anche solo per chi è interessato a dove va il mondo.

Schermata 2015-12-03 alle 18.38.44

Una carta dell’Italia del 1890 pubblicata in America mostra il nostro Paese dopo la sua unificazione… http://www.wdl.org/en/item/414/view/1/1/

Seguiti su Instagram (5): Virgola

E’ una star di Instagram e non solo, in realtà l’idea di cominciare a raccogliere e annotare un po’ di cose che altrimenti dimenticherei su questo blog sperimentale che non ho mai il tempo e la voglia di rendere un po’ più decente è stata proprio la scoperta su Instagram di Virgola. Il concetto da cui parte questa ragazza siciliana trapiantata a Firenze è dare un senso nuovo agli oggetti del quotidiano immaginando per loro una nuova, effimera, vita.

Il risultato è notevole e ho visto, che a differenza di altri profili che mi hanno colpito, Virgola è una celebrità ed è stata premiata già tre volte agli “Oscar” di Instagram Italia. Anche se il risultato è ancora più spettacolare sul suo sito web.

In un’intervista Virginia Azzurra Di Giorgio, come si chiama, dice: “La cosa buffa è che quando guardo un oggetto per immaginare una vignetta, lo giro, lo rigiro finchè non trovo l’ispirazione. E quando la trovo, vedo immediatamente come verrà la vignetta e sorrido. Ecco, quando sorrido vuol dire che la vignetta c’è”.

D’altra parte Virgola è fortissima anche Facebook dove ha quasi 22000 followers. Racconta cosi le origini della sua attività di illustratrice che l’ha fatta arrivare a collaborare con Netflix Italia: Il primo disegno è stato con una Gocciola Pavesi. Ricordo che pioveva e gli ho disegnato accanto un ombrellino. Mi ha fatto tanta simpatia, ma soprattutto non ho mai più mangiato quella gocciola, perché nella mia testa le avevo dato vita. E da lì l’idea. Dare vita agli oggetti! Non ho più smesso, al punto che è diventata la mia professione, o quantomeno il mio piccolo guadagno mensile: da quando ho iniziato a vendere segnalibri, cover e tazze sono riuscita ad abbandonare un lavoro che amo e odio allo stesso tempo, ovvero la modella in un’accademia di pittura e scultura da quasi quattro anni. Sono totalmente autodidatta. Sono sicura che l’esercizio quotidiano e costante sia la migliore forma di apprendimento, in tutto. Quindi disegno tassativamente ogni giorno.

Schermata 2015-11-04 alle 18.57.10Tu me fais tourner la tête Mon manège à moi, c’est toi 🎼🖌🎨 Thanks for amazing delivery #TLeClerc 💋 #virginiasdraws

Un video pubblicato da ® ➳ info@diariodivirgola.it (@virgola_) in data: 29 Ott 2015 alle ore 03:15 PDT

//platform.instagram.com/en_US/embeds.js

Le parole di una guerra che è davvero finita

Vagamente psichedelica / La sua t-shirt all’epoca / Prima di perdersi nel punk / Prima di perdersi nel crack / Si mise insieme ad un nazista / Conosciuto in una rissa 
(La guerra è finita – Baustelle, 2005)

«… e invece, Antonia, la mia grande angoscia di questi tempi è cominciare a vedere che tutte queste cose, il femminismo, l’autocritica, la rivoluzione, sono importanti, ma non sono ancora tutto, anzi sono forse solo una piccolissima parte di un viaggio molto lungo che non so quanto duri né dove porti e se porti da qualche parte. Alla fine del quale dovrebbero esserci due nuovi Rocco e Antonia, diversi, pieni solo di amore e di cose belle… ma per arrivarci bisogna strippare come disperati, stare molto soli e guardarsi dentro con molta cattiveria, accettare senza prendersi per il culo le cose molto dure che ci possono dire o far capire i compagni di viaggio, essere capaci di dirne di altrettanto dure»
(Porci con le ali, Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice, 1976)

Poi la barca dell’amore si è spezzata contro lo scoglio banale della vita quotidiana
(Vladimir Vladimirovič Majakovskij)

Il mood de “La guerra è finita“, romanzo d’esordio di Lucia Guarano edito da RoundRobin, ha molto a che fare con l’Indy pop del pezzo dei Baustelle. Anche questo lavoro io l’ho letto un po’ come una musica sì leggera, ma che dolcemente scava nella testa di chi sa sentire il ritmo della scrittura, ma che alla fine arriva al cuore e non lascia mai indifferenti (specie chi ha lasciato un pezzo di vita nel 1977).

Copertina de La guerra è finitaPer provare ad entrare ne La guerra è finita io ho trovato tre strade: parlare della storia e dei sentimenti delle due protagoniste, ricordare l’esperienza della gente della mia età e confrontarla con quella del racconto, riprendere quasi quarant’anni dopo un’analisi di quella particolare fase storica, culturale e politica del nostro Paese.
L’autrice è nata nel 1979, quindi in quell’anno maledetto e magico non c’era. I fatti inventati in questa storia d’amore e grandi passioni, sono innestati nel movimento studentesco romano del 1977. Dunque non siamo di fronte a personaggi e episodi realmente accaduti, ma la cronaca di quei giorni, invece, è vera, cruda, pesante. È un elemento importante questo, perché se da un lato chi c’era potrebbe ergersi a censore e fustigatore della ricostruzione del clima di quegli anni, chi non ha vissuto quell’esperienza tanto violenta può pensare che si parli di un mondo lontanissimo e solo immaginario. Invece la costruzione del racconto, a mio parere, regge bene e la scrittura evita i tanti trabocchetti di cui è costellata la cronologia di quell’anno cruciale della storia italiana. Insomma, mi pare che l’autrice abbia trovato la giusta distanza dai fatti e definisce in forma credibile quelle “giornate particolari” di una storia recente, ma ancora assai dolorosa.

* * *

Le protagoniste del libro sono due ragazze alla fine del loro percorso universitario: Anna e Mia. Sono legate da una vita passata insieme, ma separate da un temperamento diverso e da un’estrazione sociale assai lontana. Ciò che le unisce in quel momento è la politica e la critica radicale allo “stato di cose esistenti”, specie nel loro mondo: “Ormai vedevamo l’università come il perno di un sistema finito completamente in mano a quelli che chiamavamo i baroni”.
C’è una frase che definisce il loro legame, perché è veramente la chiave di quella generazione (che per molti versi è stato ciò che ha portato me e molti come me a fare della politica il nostro pubblico e privato): Anna e Mia condividono “lo stesso vuoto”… Ecco, quel vuoto ci ha portato a occupare completamente la nostra vita di riunioni e di impegni che – incidentalmente – ci hanno aperto le porte del mondo reale. Ricordo che una rivista molto “fighetta” (si chiamava “L’Illustrazione Italiana”), definì i giovani del 1983, quindi i recenti reduci della guerra della fine degli anni ‘70: “una generazione scritta sull’acqua”. Ma quel vuoto, quella mancanza di solidità, era in contrapposizione con chi c’era prima di noi e le granitiche certezze politiche, economiche, culturali e morali cominciavano a mostrare le prime crepe, o meglio si stavano liquefacendosi e noi siamo stati protagonisti di una generazione di comprimari, incapaci di comprendere la propria differenza, di analizzare quei sintomi di sazietà e noia, declinando quasi tutto in un bisogno di autonomia spesso senza reali contenuti, ma apparentemente ben confezionato.

“Mai come in quella fase – neppure nel 1968 – il cuore dello scontro sociale era l’università e mai prima d’allora il nemico giurato del movimento era “la sinistra storica”. Fin dai primi mesi dell’anno la tensione era altissima e “d’altronde – spiega la voce narrante di Mia – erano mesi che si era prevista una situazione del genere; più precisamente dal giorno in cui la politica italiana era passata sotto il controllo del Governo delle astensioni, l’esecutivo monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti e sorretto, non dai voti, ma dall’astensione di tutti i partiti dell’arco costituzionale. Tutti, nessuno escluso. Era il primo governo, dal 1948, che non vedeva il Partito Comunista Italiano all’opposizione. Ed era comprensibile, considerato che in Italia l’opposizione non esisteva più. Negli ultimi mesi stavamo assistendo impotenti alla difesa delle istituzioni da parte dei dirigenti del PCI. Li vedevamo schierarsi dalla parte di quelli che volevano la repressione ed eravamo costretti ad ascoltare i loro continui richiami ai sacrifici. La Democrazia Cristiana non rappresentava più il nostro unico nemico. Se ne era aggiunto un altro, molto più pericoloso. Si chiamava Partito Comunista”.

* * *

“La guerra è finita” è un bel libro e cercherò di evitare di svelare quegli elementi che creano la tensione narrativa, che mantengono alto l’interesse per tutte le oltre 300 pagine. Ciò che però mi interessa di più è il rapporto tra la vicenda privata, le profonde relazioni umane e la cronologia del movimento. Per parlarne ho cercato di individuare alcuni hashtag che mi servono a dare un senso a questo discorso.

#autonomia
Leggendo il libro mi è venuta in mente il clima di Todo Modo, un film profetico di Elio Petri del 1976. E mi è capitata sotto gli occhi frase del regista che voglio riproporre qui: «Il Neorealismo se non è inteso come vasta esigenza di ricerca e di indagine, ma come vera e propria tendenza poetica, non ci interessa più (…) Occorre fare i conti con i miti moderni, con le incoerenze, con la corruzione, con gli esempi splendidi di eroismi inutili, con i sussulti della morale: occorre sapere e potere rappresentare tutto ciò». Anche nella cultura la critica “ai genitori”, il Neorealismo di chi aveva fatto la Resistenza, è solo esercizio di maniera e la stessa Commedia all’Italiana è in quel periodo tendenzialmente in una fase declinante.
Ecco, la nuova generazione del 1977 cerca autonomia: esige autonomia e lo fa spesso con gesti di eroismo inutile.
La supponenza e il fastidio con cui noi della sinistra istituzionale abbiamo guardato questo movimento ci ha fatto ignorare anche quello che di buono ha espresso. Per noi l’autonomia era una malattia. Certamente non serviva quel paternalismo peloso con cui tanti del Pci guardavano questi “zingari felici” messi sullo stesso piano degli – anche per me – insopportabili incappucciati. “Immediatamente sento il calore della comunità operaia e proletaria tutte le volte che calo il passamontagna. Questa mia solitudine è creativa (…) Ogni azione di distruzione e di sabotaggio ridonda su di me come un segno di colleganza di classe. Nè l’eventuale rischio mi offende: anzi mi riempie di emozione febbrile come attendendo l’amata” (Toni Negri, Il dominio e il sabotaggio, Feltrinelli, 1977 – citazione da Rose e Pistole di Stefano Cappellini, Rose e Pistole, Sperling & Kupfer Editori).
L’inno dolce e violento di quel mondo è “Ma chi ha detto che non c’è”  di Gianfranco Manfredi: se l’ascolto mi fa venire i brividi ancora oggi. Lo so, quel fremito di massa era impossibile da trasformare in energia positiva. Sentite qui dove stava la filosofia degli autonomi: “sta nel prendersi la merce, sta nel prendersi la mano, nel tirare i sampietrini, nell’incendio di Milano, nelle spranghe sui fascisti, nelle pietre sui gipponi”… Nella farsesca ripetizione di questi giorni c’è solo la caricatura diun’epoca.

#Politica (Con la lettera maiuscola).

Più corrosivo dell'acido muriatico, sempre

Più corrosivo dell’acido muriatico, sempre

“Dopo l’ingresso nel Movimento tutto il resto era, improvvisamente, passato in secondo piano. Tutto, compresa la tesi”, dice la protagonista della loro vita… Ma questa era la realtà di quegli anni. Io ricordo che tenevo nota delle riunioni a cui ho partecipato in quegli anni e tra assemblee a scuola, le riunioni di settore della FGCI (territorio, “lavoro di massa”, analisi situazione internazionale) e incontri istituzionali: consigli di classe, di istituto e di distretto, poi le visite nei circoli della provincia, le riunioni di partito… a fine anno avevo collezionato più di 400 appuntamenti. Faccio fatica a capire come abbia fatto anche ora. Insomma, la vita era la politica e viceversa. Per questo mi sono innamorato di Mia. Perché è una di quelle ragazze irraggiungibili e affascinanti che stavano dall’altra parte nelle riunioni di movimento e che coprivano il loro corpo di calze nere e abiti larghi, che uno spicchio di pelle bianca era più eccitante di un film di Walerian Borowczyk, che andavamo a vedere con la scusa della cultura per vedere un po’ di donne nude. Ragazze a volte bellissime che apparivano sfrontate, disinvolte, e sicure (“c’è chi dice è una strega tanto lei se ne frega, ai giudizi degli altri non fa neanche una piega…” – Vasco Rossi, La strega – diva del sabato sera).

#repressione
C’è un bel dialogo tra padre e figlia che riassume bene l’incapacità di comprendere i ragazzi da parte delle generazioni adulte della borghesia italiana: “Be’, se tu, come dicono, sei una delle leader del grande Movimento Studentesco, non mi sorprende affatto che stia facendo questa fine”. “E non sei contento? Ci state massacrando, non era quello che volevi?” “Massacrando, dici… Pensavate forse di poter trasformare Roma in un Far West e cavarvela con una pacca sulla spalla come nel Sessantotto?”
Ci state massacrando. Certo, c’è la tendenza “storica” della sinistra radicale a lamentarsi, a fare la vittima, ma c’era un clima e delle scelte politiche che viste oggi sono comprensibili, ma non so se davvero fino in fondo giustificabili. Di lì a pochi mesi si sarebbe aperta una ferita mai rimarginata con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, la grande polemica tra trattativa e fermezza. Ma il tema del dialogo con il movimento degli studenti di allora, la possibilità della sinistra di entrare in comunicazione con quel ribollire di idee, di inquietudini, di mondi è un tema che non abbiamo mai liberato. Solo una parte, per altro marginale, del Partito Socialista riuscì a comprendere le potenzialità del libertarismo del movimento (e anche questa duttilità fu per noi, in seguito, motivo di astio).

La critica alla repressione fu, naturalmente, anche questo

Io, a traino della linea del PCI (e ovviamente della FGCI), sottovalutavo il tema della repressione. Lo consideravo un pretesto. Fu uno degli elementi per cui non si aprì mai un vero dialogo tra noi giovani comunisti e quella realtà politica. A volte cincischiavamo facendo scivolate demagogiche (ricordo un’assemblea in cui il mio segretario di federazione disse: “La violenza ha solo un colore ed è quello nero dei fascisti”). Altre volte eravamo sordi e chiusi e basta.
“La repressione sistematica e generalizzata del Governo stava colpendo tutti quei gruppi che avevano fatto parte della contestazione. Ma non era tutto. Stava colpendo anche ogni settore della cultura del Movimento. Ci stavano cancellando. Volevano che non restasse neanche il ricordo di quella Primavera di Sangue. Non volevano che le generazioni che erano da venire sapessero cosa fosse realmente accaduto in quei mesi. In pratica, fare come se gli studenti del Settantasette non fossero mai esistiti”.

#violenza
Sulla violenza io non ho cambiato idea. L’interpretazione secondo cui esistessero due tipi di violenza “La prima è la violenza terroristica e siamo tutti d’accordo che è sbagliata. Poi c’è quella contestataria. Ed ecco, questo secondo tipo di violenza a volte è necessario, in questo momento forse è addirittura positivo” era diffusa ed è solo l’altra faccia della medaglia di chi pensava, qualche anno dopo, un altro genere di reato: il furto. Rubare per sé era un reato grave, rubare per il partito un po’ meno. Insomma – lo dico tagliandola con l’accetta, e chiedo venia – anche nei meccanismi di pensiero il ’77 ha anticipato gli anni ’80 e chi era barricadero a vent’anni si è intruppato nel patinato boom delle “Milano da bere” a trenta.

#ironia

Re Nudo nasce nel Novembre del 1970 interprete dei bisogni esistenziali del tempo di vita oltre le otto ore lavorative. Era la rivista delle altre sedici ore trascurate dalla politica. Sessualità, musica, droghe psichedeliche, festival, comuni, viaggi, erano le tematiche principali. Re Nudo era la rivista di riferimento, ponte tra la sinistra extraparlamentare meno ortodossa e il mondo freak alternativo più aperto al sociale. Trapper esce nell’estate 1976 a Milano come foglio di critica marx/z/iana Un’ambigua utopia è un foglio di poesia metropolitana Il Cannibale è il mitico foglio di Andrea Pazienza, Filippo Scozzari, Tanino Liberatore, Massimo Mattioli che poi confluirà nel Male. Anche se gli indiani metropolitani sono una realtà poco omogenea la loro nascita si può datare nel 1973 a Torino quando giovani operai di Miratori organizzarono, fuori dal sindacato, un happening con tamburi e balli. Nel 1976 esce a Milano Apache, su iniziativa del gruppo Apache Rho. Il falso e la caricatura diventano nel 1977 una pratica comune, così l’Unità diventa l’Unanimità e La Città Futura (il settimanale della FGCI diretto da Ferdinando Adornato) diventa La Città Fottuta Foto ed elementi per le didascalie sono tratte da: Claudio Solaris, Il movimento del settantasette, AAA Edizioni, 1997

Re Nudo nasce nel Novembre del 1970 interprete dei bisogni esistenziali del tempo di vita oltre le otto ore lavorative. Era la rivista delle altre sedici ore trascurate dalla politica. Sessualità, musica, droghe psichedeliche, festival, comuni, viaggi, erano le tematiche principali. Re Nudo era la rivista di riferimento, ponte tra la sinistra extraparlamentare meno ortodossa e il mondo freak alternativo più aperto al sociale.
Trapper esce nell’estate 1976 a Milano come foglio di critica marx/z/iana
Un’ambigua utopia è un foglio di poesia metropolitana
Il Cannibale è il mitico foglio di Andrea Pazienza, Filippo Scozzari, Tanino Liberatore, Massimo Mattioli che poi confluirà nel Male.
Anche se gli indiani metropolitani sono una realtà poco omogenea la loro nascita si può datare nel 1973 a Torino quando giovani operai di Miratori organizzarono, fuori dal sindacato, un happening con tamburi e balli. Nel 1976 esce a Milano Apache, su iniziativa del gruppo Apache Rho.
Il falso e la caricatura diventano nel 1977 una pratica comune, così l’Unità diventa l’Unanimità e La Città Futura (il settimanale della FGCI diretto da Ferdinando Adornato) diventa La Città Fottuta
Foto ed elementi per le didascalie sono tratte da: Claudio Solaris, Il movimento del settantasette, AAA Edizioni, 1997

Uno dei momenti più intensi del libro è il racconto della piazza dell’università, prima dell’inizio del comizio di Luciano Lama, il 17 febbraio 1977. Dopo aver descritto con notevole efficacia le azioni di un gruppo di “indiani metropolitani” Lucia immagina che qualcuno dica: “Ormai, hanno perso pure il senso dell’umorismo”. La “scuola” del movimento è dettata da un gigante assoluto quale è stato Andrea Pazienza, da Ranxeros di Tamburini e Liberatore, dalla genialità de Il Male di Vincino e da quella miriade di fogli, foglietti, numeri unici, volantoni che sorgevano e scomparivano in poche ore.
La verità è che i comunisti il senso dell’ironia lo hanno acquisito successivamente, nel loro declino, e grazie all’enorme lavoro di intellettuali della risata (e non solo) come Altan e Sergio Staino, che ha fatto scuola soprattutto con Linus e poi con la nascita di Tango, lavoro che poi è proseguito con lo straordinario successo di Cuore di Michele Serra… ma qui siamo già negli anni ’90…
Lo conferma anche lo storico “ufficiale” del PCI Paolo Spriano, che ad un certo punto scrive il saggio: “L’ironia metropolitana” (in AA.VV. Altolà! Chi va là?): “L’ironia non è mai stata, in Italia, un’arma della lotta politica sociale né tanto meno si è trasferita sul piano di un’agitazione di massa, destinata a diventare un fatto di costume, o per l’insieme della società nazionale o per un gruppo sociale omogeneo”
La forza creativa, comunicativa, innovativa del movimento del ’77 è ciò che ha cambiato per sempre la politica e la comunicazione politica. Le metafore, le stravaganze, il colore, il rapporto con le arti grafiche e le scritte sui muri della città trovano il massimo livello di poesia e di comicità.
E’ significativo ricordare che su Lotta Continua (che era sopravvissuto come testata allo scioglimento dell’organizzazione politica) trovi spazio una rubrica di Marino Sinibaldi dal titolo “Cento Fogli” che recensiva la miriade di fogli di informazione, riviste, ciclostilati che escivano in quel periodo.


#inquietudine

Il Bobo di Sergio Staino anima critica del PCI

Il Bobo di Sergio Staino anima critica del PCI. Ricordate che dal 6 maggio al 23 agosto 2015 al Macro Testaccio a Roma c’è una grande mostra di Sergio (che ho avuto l’onore di curare) dove questa tavola originale è esposta.

Se dico inquietudine a me viene in mente Enrico Berlinguer. Ricordo la Festa de L’Unità di Modena: settembre 1977. Una macchina organizzativa strepitosa, una dimostrazione di forza enorme e questo uomo issato su quel palco davanti a centinaia di migliaia di persone che pendevano dalle sue labbra… E, a pochi giorni dal convegno contro la repressione di Bologna, non trovò parola migliore – per descrivere quel movimento che aveva segnato la storia di quell’anno – di “untorelli”. Io ricordo nitidamente il brivido che mi corse sulla schiena. Forse non riuscivo a esprimere questo mio disagio, ma mentre tutti intorno a me si spellavano le mani io rimasi immobile, impietrito. Ripensandoci penso che sia stata l’impossibilità di comprendere quella parte di società che ha impedito al PCI di mantenere quel dinamismo che lo aveva caratterizzato fino alla grande vittoria del 1976. Eravamo un enorme, grande partito che non aveva capito che i suoi piedi stavano diventando d’argilla.
Io, noi, abbiamo sempre considerato Berlinguer un comunista di qualità superiori. Quel discorso credo sia stato un segnale di disagio, sì: di inquietudine per un mondo che andava in direzione diversa rispetto a quanto lui, e noi comunisti di allora – intesi come intelligenza collettiva – avevamo immaginato e previsto. Fu una lunga transizione che doveva subire degli strappi, dei nuovi inizi e delle svolte drammatiche. Ma fu un processo troppo lento, burocratico e controverso che non ha saputo evitare una sconfitta storica (e, ancora oggi, assistiamo a scene farsesche di chi vuole riesumarne dei brandelli).

#fiancheggiatore
“Provocatori sono PCI e sindacato, che pieni di paura invocano lo Stato”. Le cuciture ideologiche della vecchia sinistra non tenevano più. Il feticcio della “Resistenza tradita” che per tre decenni ha vissuto nella doppiezza del partitone che teneva sotto controllo e sedava le velleità rivoluzionarie di Pietro Secchia e del suo gruppo aveva ormai perso il controllo. Da Trento e Padova a Reggio Emilia, da Torino a Genova, da Milano a Roma si verificò il passaggio alla clandestinità di poche decine di “combattenti”. Ecco che allora, dietro la violenza verbale del movimento, i tafferugli in assemblea, le manifestazioni violente è cresciuto un mondo di coesistenza e di simpatia tra le persone che erano attratte ideologicamente, sentimentalmente e fisicamente da chi aveva fatto la scelta di vivere la lotta armata.
La definizione è, ancora una volta, una forma semplicistica e di parte per definire un’area per la quale non ho mai avuto un grammo di simpatia. Ma mi sono chiesto dove quel malessere, quella rabbia, abbia poi trovato sbocco negli anni successivi e se la generazione del ’77 è generalmente uscita perdente ed emarginata dalla guida dell’Italia (i Bersani, i Fassino, i Veltroni… ma anche lo stesso D’Alema, che pure è un po’ più anziano), dove siano naufragate le istanze di così radicale cambiamento che questa “zona grigia” della cultura proletaria (che pur ampiamente minoritaria non era poi così insignificante culturalmente) ha portato avanti in quel periodo. A definire una risposta – sia pure parziale e a sua volta un po’ grottesca – è la fiction di Sky 1992, dove il protagonista è un manager di Publitalia. Ecco l’illuminazione: il simbolo dell’eredità del 1977 italiano è Antonio Ricci. Si badi: io ho una certa ammirazione per lui, anni fa ho passato quasi una notte intera a parlare con lui (è un raccontatore formidabile) di televisione, di politica (e del suo amico del cuore Beppe Grillo), di storie, di polemiche che ha attraversato in questi decenni. Sentivo di avere di fronte a me un’epoca e oggi – la butto lì – ho scoperto che l’Italia che ha fatto lui è quella sarcastica, ironica, populista e patinata che ha segnato il nostro modo di essere negli ultimi 30 anni.

#droga
Non credo che il rapporto tra il successo delle droghe pesanti e la politica sia così diretto. Nel decennio ’75-’85 una parte assai consistente della mia generazione è stata annientata dall’eroina. La lotta alla droga fu per me una battaglia molto importante, che partiva da traumi personali profondi: persone che avevano condiviso con me esperienze, momenti di felicità, avventure giovanili li incontravo catatonici nelle vie del centro e quasi si nascondevano ai miei occhi e io non avevo la forza di parlare loro, anche perché non trovavo le parole giuste, il modo adeguato di confrontarmi con quelle scelte. L’eroina è stata il nostro subdolo Vietnam, le imboscate dalla giungla del mercato nero che ci trovavano ogni volta impreparati e in balia della morte e la nostra resistenza non è stata adeguata.
Io mi ero molto appassionato al tema: nella FGCI dei primi anni ’80, soprattutto lavorando con i “compagni di Rimini” (il segretario di allora – Daniele Paci – è stato pubblico ministero nel processo che ha condannato gli assassini della Uno Bianca) avevamo raccolto tanti elementi sul traffico della droga, sulla formazione del mercato criminale, sulle prime infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna. I nostri “Dossier” diffusi in migliaia di copie portarono in piazza tanta gente. Ma l’informazione e la coscienza sull’offerta non ci ha consentito di comprendere fino in fondo la domanda, e la nostra impotenza si è spesso riflessa sull’immobilità delle scelte di governo delle città. Se abbiamo lasciato morire tante persone come noi: amici, parenti, compagni di scuola… evidentemente la mia generazione difficilmente poteva guidare l’Italia e condurla a essere migliore.

* * *

Altan 2Insomma, magari è solo una vicenda legata alla mia esperienza personale, ma incontrare Mia, leggere i sentimenti profondi che ha per l’amica di una vita. Sentire che quell’attrazione contiene tanti elementi di ambiguità, mai svelati nel libro, ma lasciati all’interpretazione del lettore, mi ha fatto guardare in un vetro nero, affumicato, quello con cui si guardano le eclissi e ho visto in quelle due donne persone che ho incontrato davvero, dalle quali ero attratto e allo stesso tempo spaventato. Persone che avevano il fascino delle certezze, la sicurezza di essere dalla parte giusta e che esibivano una forza che io non avevo. Persone che si sono schiantate contro la cruda, solida realtà e che, molto spesso, sono state le vittime della guerra che abbiamo combattuto sul fronte immaginario delle illusioni.

Il Capitale Umano

Image

C’è un grande lavoro dietro Il Capitale Umano. Profondo, intergenerazionale, di ricerca sociale, economica. Siamo di fronte ad un’indagine quasi antropologica. La Brianza di VirzÌ diventa così un luogo definito e limitato là nel Nord evoluto, tra gli orfani di una passata sazietà e i figli di una rinnovata disperazione. Ma purtroppo è una Brianza che è dentro di noi, e ce la ritroviamo nello stomaco dalla prima scena delle pulizie della cena di gala, fino al party consolatorio della scena finale: come una gastrite.
Il Capitale Umani è un film importante, non un capolavoro (molto lontano dall’esserlo) ma non fatto per piacere, piuttosto direi che è fatto per capire, un pretesto artistico per viaggiare nell’anima dell’Italia, per scandagliarne meandri oscuri.

Qualcuno a proposito di questo film ha citato La Tragedia di Un Uomo Ridicolo. Si, anche a me ha ricordato qualcosa di quel cinema, anche se non si possono mai fare confronti così lontani: ma Tognazzi sarebbe stato un protagonista perfetto in questa storia.

Io considero questo film un affresco inquietante e racconta come mai prima un pezzo della nostra decadenza. Lo fa con coraggio, perchè tiene lo spettatore a disagio, non lo lusinga, non lo circuisce: gli fa far fatica. Si sta lì come su una sedia instabile e senti che in ogni momento ci puó essere una caduta. Invece questo equilibrio resta fino alla fine, anzi diventa l’elemento di forza di questo thriller delle coscienze.

Ma è anche un film molto politico, quasi partitico. Quando l’ideologia sinistroide parlava della cultura profonda prodotta dal berlusconismo – in particolare i girotondi di Moretti sono cresciuti su questo concetto – identificava un fondo di verità. VirzÌ – non immune da fremiti movimentisti – ce lo rappresenta in questa storia: il desiderio del denaro, della scalata sociale, la finanza senza cuore, la marginalità della donna, l’irrilevanza della politica, il degrado della cultura… Evita – per quanto gli è possibile – schematismo e dogmatismo, ma sceglie una strada “gramsciana” (pardon) mostrando un disprezzo distaccato verso l’indifferenza che la crisi ha prodotto nelle coscienze (anche degli intellettuali di sinistra, ormai disposti a scambiare scampoli di impegno per una scopata). Lo fa spietatamente, ma delicatamente (come una buona infermiera quando fa i prelievi di sangue)

È uno dei film scritti meglio in italia in questo secolo: “riesce ad andare in profondità nonostante una misura, una leggerezza un equilibrio difficili da raggiungere”, ho scritto a Francesco Piccolo, appena uscito dal cinema. Trovare leggerezza e profondità insieme non è mai facile, ma è ancor più difficile in un racconto corale come questo.

Gli attori sono bravi e azzeccati. Fabrizio Bentivoglio è il personaggio chiave del film. Ecco, pur mostrando indubbie qualità a me è sembrato eccessivo, troppo maschera nel contesto del racconto. In un dipinto ad acquarello, lui è disegnato ad olio. “È davvero sgradevole” – dice di lui il Bernaschi – lo deve essere, ma trovo la sua figura troppo stridente nella vita quotidiana: la pasta dell’immobiliarista Dino Ossola non si puó combinare con quella di Roberta Morelli (una sorprendente Valeria Golino, grandissima attrice non protagonista), la psicologa con cui convive. Insomma ho visto che per molti l’interpretazione di Bentivoglio è un punto di forza. Io lo trovo il punto di debolezza del film.

Fabrizio Gifuni è perfetto e Valeria Bruni Tedeschi fa la sua migliore interpretazione di sempre.
Insomma non siamo di fronte al solito Virzì: toscano, cazzone, intelligente e furbo, dolce e amaro: cresciuto alla grande scuola della commedia all’italiana. È un VirzÌ ambizioso, molto maturo e con un respiro internazionale. Vuole raccontare cosa è diventata l’Italia e lo fa con un coraggio inedito per un uomo di sinistra.
Darei 7 a Il Capitale Umano, ma la prossima volta serve un po’ di Maalox.

Mauro Scrobogna

La foto che ha scattato Mauro Scrobogna alla fine dell’intervista di Giovanni Floris a Silvio Berlusconi, ieri sera a Ballarò farà epoca. E’ l’immagine della debolezza di un signore che ha fatto il suo tempo e che ha trovato davanti a se un giornalista capace di entrare nel merito dei problemi, di smascherare i buff e di cercare di capire davvero cosa sta dietro le promesse elettorali. Il punto sta proprio qui: questa campagna elettorale è stata tenuta fuori dalla realtà e il “dibattito politico” si è avviluppato attorno ad un solo tema: quello dell’IMU e delle politiche fiscali. PD e Sel in qualche modo hanno cercato di parlare di lavoro, ma evocandolo come problema, senza avere una proposta forte da mettere al centro dell’attenzione. Ancora una volta – come succede da 19 anni a questa parte – tutto il circo mediatico si è fatto incantare dalle presunte capacità maieutiche del Presidente di Mediaset e, per comodità, per convenzione, per pigrizia, per mancanza di professionalità, per fare cassetta (o audience) ai giornalisti è andata bene così. Alla fine il prodotto Berlusconi vende bene e il resto è un “buco nero” che spesso non tiene. Ma siamo alla fine. Lo dice lo stesso Mr B. e la pagina del libro della nostra storia che non si vuole girare ormai l’abbiamo riletta in ogni suo carattere e, vada come vada, questo è l’ultimo voto del secolo scorso. Il vecchio cerca di resistere al nuovo con tutti i mezzi. Anche con un pugno. Ma è un pugno stanco e non andrà a segno.