La Pazza Gioia

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La Pazza Gioia non è un film facile.
Non era facile realizzarlo e non è facile per lo spettatore che si deve immergere in una dimensione parallela, che inevitabilmente genera inquietudine.
La Pazza Gioia è una straordinaria prova di attrici.
Valeria Bruni Tedeschi è magnifica e mantiene il suo ruolo in modo eccellente riuscendo anche a esaltare tutte le sfumature della sua deriva di ricca fuori di testa. Le darei un 8 e mezzo.
Micaela Ramazzotti interpreta la sua bipolare Donatella in da attrice matura e con qualità di cui non la credevo capace: incarnando – anche fisicamente –  una drop out di cui si conserverà memoria per molto tempo. Merita 9.
Complessivamente il viaggio di Paolo Virzì nel mondo del disagio mentale è un po’ troppo bucolico, ma la sua mano di regista è sempre molto convincente e leggera anche in situazione davvero al limite. In sostanza in un orizzonte della produzione italiana di fiction dove prevalgono le tinte fosche, dove si premia l’estetica di Gomorra e di Jeeg Robot un film come La Pazza Gioia che scommette sul sole per illuminare i lati oscuri della nostra vita e dei margini della nostra società appare dolcemente anacronistico, come la citazione di Thelma e Louise.
Insomma sufficienza piena.
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Mariangela Melato: un libro

Anch’io, come Alberto Crespi, magari l’avevo già vista prima da qualche parte, magari al cinema, ma fu in quella fantasmagorica edizione dell’Orlando Furioso di Luca Ronconi che quella voce roca – alle mie orecchie tanto inesperte mi sembrò di una sensualità ambigua – mi colpì nel profondo. Era il 1975: Mariangela Melato era Olimpia. Non una protagonista, ma accanto ai cavalli volanti e alle macchine per la prima volta visibili ed esplicite in una televisione che trasmetteva in 5 puntate il teatro d’avanguardia, dava umanità e “carne” a quel personaggio di cui sapevo pochissimo.

Avevo quindici anni e tutto mi sembrava andasse bene…

Non conosco il teatro neppure oggi, anche se mi affascina, quindi non posso raccontare degli spettacoli che ho visto: ricordo solo al Comunale di Imola, Vestire gli ignudi, dove nella memoria ho solo una sensazione di luce attorno a lei. Riempiva la scena con la sola sua presenza, ma non credo sia stato uno dei lavori migliori che ha fatto.

Ieri sono andato al Teatro Eliseo alla presentazione di un libro/omaggio, Magnetica Mariangela, che Anna Testa (che teneva su Nessuno TV e REDTV una rubrica di teatro) ha scritto e Tommaso La Pera (uno dei grandi fotografi del teatro italiano) ha documentato con i suoi scatti.

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Tre cose dette mi hanno colpito:

Il racconto dell’ammirazione di Mariangela Melato per Rina Volonghi, che è stata spiegata soprattutto per la sintonia con la quale le due attrici affrontavano il lavoro. La Volonghi diceva: “Sono un’operaia del teatro” e la Melato, che non si fermava mai e lavorava continuamente, quando arrivava per le prove usava dire: “E` arrivata la metalmeccanica”. Come a dire, per entrambe, che il lavoro di attrice era, per l’appunto, un lavoro serio, faticoso, per il quale serve applicazione e tempo.

La seconda è un episodio raccontato magistralmente dal regista Marco Sciaccaluga. A Napoli andava in scena la sua Fedra, non propriamente uno spettacolo leggero che si apre con Ippolito che dice: “Avanti, circondate quel bosco fitto e quella vetta, Ateniesi! Perlustrate a passo veloce, sparpagliandovi, le terre sotto il petroso Parnete e quelle investite dal fiume che si affretta alle valli di Tria…” e poi un attimo di silenzio. In sala, dalle prime file si sente una signora che dice a voce alta: “… Nun me piace!”… Figurarsi il gelo tra gli attori. La Melato che nella regia di quella tragedia doveva arrivare sul palco dalla platea disse piano: “Ora te lo faccio vedere io!” … fece un’interpretazione magnifica e la sua sola presenza in scena ammutolì tutti. Il direttore del teatro, dopo l’ovazione finale andò in camerino e disse: “Mariangela! Un silenzio come quello che hai provocato non si sentiva a Napoli dai tempi dei bombardamenti americani”. Mariangela Melato aveva avuto la stessa potenza delle bombe.

Era prima di tutto donna di teatro, anche se al cinema ha regalato grandissime interpretazioni: Mimì metallurgico ferito nell’onore (1972) e Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto(1974), di Lina Wertmüller e, soprattutto, Todo Modo con la regia di Elio Petri  del 1976. Andò anche a Hollywood, dove recitò in una pellicola non eccellente: il dimenticabile Flash Gordon diretto da Mike Hodges. La sorella Anna ha raccontato che in quel periodo fu contattata da Ridley Scott che le propose la parte da protagonista in un film dove c’erano dei mostri spaziali… era “Alien”… Ma dopo la conversazione con il regista, non ancora all’apice del successo, tornò in albergo e parlando con la sorella disse: “Ma perchè dovrei fare una cosa del genere?” e rifiutò. Probabilmente quel no le ha precluso una carriera americana molto più luminosa, ma non le avrebbe fatto fare il lavoro che amava di più, tra le tavole dei palcoscenici italiani.

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Poi una volta (5)

Ballo a Tangeri

C’era vento alla fine di aprile del 1991 in una spiaggia a ovest di Tangeri. C’era il sole e l’aria era fresca. Non c’era musica, ma bastava il rumore del vento per trovare un ritmo e ballare ebbri di felicità… e ballare da solo… Mi ero vestito come Port Moresby ne Il tè nel deserto, che avevamo visto da poco, ed ero ancora innamorato di Kit (Debra Winger). Eravamo lì per seguire le loro orme e raccontare in un documentario i luoghi di quel film… Alcuni problemi tecnici e la bellezza dei colori del Marocco ci hanno distratti. (Il fotografo è Raffaele Tassoni).

Il gattino peruviano e il gattone siamese

Nelle more del quarantennale della scomparsa di PPP riemergono degli elementi che ricordavo poco o che non conoscevo affatto. Ad esempio l’incontro tra Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini raccontato dal maestro riminese in una conversazione del 1992 con Goffredo Fofi (contenuta in L’arte della visione, Donzelli – 2009 ).

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In lui tutto era vissuto in un modo più forte, disperato. Soffrendo e leccandosi le ferite. Certo, di questo, rappresenta l’esempio più pertinente, più eroico e più tragico.

Io ho avuto un’enorme simpatia per Pasolini. Lessi Ragazzi di vita, e fu un innamoramento totale. Lo cercai, e lui arrivò da Canova con il suo passetto elastico, intimidito, con gli occhiali neri, e mi fu subito simpatico, lo sentii come una sorta di fratellino, tenero, delicato e monello, sassaiolo, di quelli che fanno a sassate a fiume. Lo invitai a collaborare a Le notti di Cabiria, riferendogli il soggetto.

Accettò la proposta di collaborazione con entusiasmo, una qualità che me lo rese subito familiare. Era un uomo generoso, immediato.

Diventammo amici. Facevamo scorribande notturne in quei quartieri tetri che lui conosceva e io no, Tiburtino III, Primavalle, Prima Porta… dove lui era conosciutissimo. Appena arrivava c’era un correre di piccole ombre, si apriva qualche finestra, “C’è Pier Paolo”, “è Pier Pa’…”

Analogo calore e ammirazione viene anche nella testimonianza di Pasolini… E’ un racconto che viene citato in molti libri: citerò per affinità generazionale quello di Steve Della Casa, Italiana. Il cinema attraversa l’Italia-The cinema explores Italy,  Electa, 2005.

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Ricorderò sempre la mattinata in cui ho conosciuto Fellini: mattinata “favolosa” secondo la sua “punta” linguistica più frequente.

Fellini guidava la macchina magicamente come tirandola e tenendola sospesa con un filo. Una mano, dunque, appoggiata al volante della macchina, materna come una tardona e concentrata come un alchimista, con l’altra Fellini si girava e rigirava i capelli, usando il solo indice come tornio o fuso. Mi raccontava, trascinandomi in quella campagna perduta in un miele di suprema dolcezza stagionale, la trama delle Notti di Cabiria. Io, gattino peruviano accanto al gattone siamese.

La realtà di Fellini è un mondo misterioso – o orrendamente nemico, o perdutamente dolce – e l’uomo di Fellini è una creatura altrettanto misteriosa che vive in balia di quell’orrore e di quella dolcezza.

Fellini è una savana piena di sabbie mobili, per penetrare nella quale necessita o la guida nera della malafede o l’esploratore bianco della razionalità: ma poi né l’uno né l’altro basterebbero, e il territorio resterebbe inesplorato se Fellini stesso non mandasse, distrattamente, e come per caso, a guidarti un uccellino magico, un grillo sapiente, una pascoliana farfalla…

Fellini prende comunque dai suoi collaboratori quello che deve prendere: che lo capiscano o non lo capiscano. Tu parli, scrivi, ti entusiasmi: lui ci si diverte, e silenziosamente pesca nel fondo”.

Le citazioni sono condensata nel profilo Facebook “Pier Paolo Pasolini – Eretico & Corsaro” da qui viene anche la foto dei due premiati.

Non male questa piccola presentazione Prezi di  Emma van Sloten

 

 

Seguiti su Instagram (3)

Quello di @thefilmsillustrator non è un profilo ancora ricchissimo. Spero che continui a popolare di foto di poster la sua bacheca. Ma la serie di case #archidirector che mi ha fatto scoprire vale la visita…

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Seguendo quella traccia, poi ho anche trovato le origini dell’idea. Prima nel sito di Federico Babina (che, per gli amanti del genere, è una specie di pasticceria…) e poi alla probabile fonte: il bellissimo sito www.archidirectors.com … Elegante e raffinato.

La casa di Tati mi piace moltissimo: ma c’è da perdere la testa con Chaplin, Fellini, Kubrick…

Anna Magnani e Marlon Brando

Indro Montanelli aveva una grande ammirazione per Anna Magnani e lei lo andava a trovare di tanto in tanto. Nel suo libro “Soltanto un giornalista” racconta questo episodio:

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Marlon Brando, Anna Magnani and Joanne Woodward in The Fugitive Kind, 1960

Marlon Brando, Anna Magnani and Joanne Woodward in The Fugitive Kind, 1960

Anna Magnani fu l’attrice più congeniale [al Neorealismo] perché tutto, con lei, diventava drammatico e plebeo. Se rideva, era la risata d’una baccante. Se piangeva ere il pianto di una laminatrice lucana. Io la chiamavo la mia sauna: quando annunciava una sua visita – ma di solito piombava senza annunziarla – l’unica cosa che ignoravo era se si sarebbe cominciato dal caldo o dal freddo. Ma sotto sotto era irresoluta, timida e umbratile. Un giorno mi convocò terrorizzata al suo albergo a New York dove Marlon Brando, che non aveva mai incontrato, le aveva preannunciato una visita. Dopo qualche minuto di conversazione, anzi di monologo perché Anna, che se lo beveva con gli occhi, per soggezione non aveva proferito verbo, come se nulla fosse Brando le prese la testa tra le mani e se l’attirò sulle ginocchia. Anna era come paralizzata dallo stupore. Ma dopo un po’ le si accese un guizzo negli occhi. E girandosi verso di me sussurrò: “Aò, vedi un po’ d’annattene”.

Anna Magnani e Marlon Brando

Anna Magnani e Marlon Brando

Il Capitale Umano

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C’è un grande lavoro dietro Il Capitale Umano. Profondo, intergenerazionale, di ricerca sociale, economica. Siamo di fronte ad un’indagine quasi antropologica. La Brianza di VirzÌ diventa così un luogo definito e limitato là nel Nord evoluto, tra gli orfani di una passata sazietà e i figli di una rinnovata disperazione. Ma purtroppo è una Brianza che è dentro di noi, e ce la ritroviamo nello stomaco dalla prima scena delle pulizie della cena di gala, fino al party consolatorio della scena finale: come una gastrite.
Il Capitale Umani è un film importante, non un capolavoro (molto lontano dall’esserlo) ma non fatto per piacere, piuttosto direi che è fatto per capire, un pretesto artistico per viaggiare nell’anima dell’Italia, per scandagliarne meandri oscuri.

Qualcuno a proposito di questo film ha citato La Tragedia di Un Uomo Ridicolo. Si, anche a me ha ricordato qualcosa di quel cinema, anche se non si possono mai fare confronti così lontani: ma Tognazzi sarebbe stato un protagonista perfetto in questa storia.

Io considero questo film un affresco inquietante e racconta come mai prima un pezzo della nostra decadenza. Lo fa con coraggio, perchè tiene lo spettatore a disagio, non lo lusinga, non lo circuisce: gli fa far fatica. Si sta lì come su una sedia instabile e senti che in ogni momento ci puó essere una caduta. Invece questo equilibrio resta fino alla fine, anzi diventa l’elemento di forza di questo thriller delle coscienze.

Ma è anche un film molto politico, quasi partitico. Quando l’ideologia sinistroide parlava della cultura profonda prodotta dal berlusconismo – in particolare i girotondi di Moretti sono cresciuti su questo concetto – identificava un fondo di verità. VirzÌ – non immune da fremiti movimentisti – ce lo rappresenta in questa storia: il desiderio del denaro, della scalata sociale, la finanza senza cuore, la marginalità della donna, l’irrilevanza della politica, il degrado della cultura… Evita – per quanto gli è possibile – schematismo e dogmatismo, ma sceglie una strada “gramsciana” (pardon) mostrando un disprezzo distaccato verso l’indifferenza che la crisi ha prodotto nelle coscienze (anche degli intellettuali di sinistra, ormai disposti a scambiare scampoli di impegno per una scopata). Lo fa spietatamente, ma delicatamente (come una buona infermiera quando fa i prelievi di sangue)

È uno dei film scritti meglio in italia in questo secolo: “riesce ad andare in profondità nonostante una misura, una leggerezza un equilibrio difficili da raggiungere”, ho scritto a Francesco Piccolo, appena uscito dal cinema. Trovare leggerezza e profondità insieme non è mai facile, ma è ancor più difficile in un racconto corale come questo.

Gli attori sono bravi e azzeccati. Fabrizio Bentivoglio è il personaggio chiave del film. Ecco, pur mostrando indubbie qualità a me è sembrato eccessivo, troppo maschera nel contesto del racconto. In un dipinto ad acquarello, lui è disegnato ad olio. “È davvero sgradevole” – dice di lui il Bernaschi – lo deve essere, ma trovo la sua figura troppo stridente nella vita quotidiana: la pasta dell’immobiliarista Dino Ossola non si puó combinare con quella di Roberta Morelli (una sorprendente Valeria Golino, grandissima attrice non protagonista), la psicologa con cui convive. Insomma ho visto che per molti l’interpretazione di Bentivoglio è un punto di forza. Io lo trovo il punto di debolezza del film.

Fabrizio Gifuni è perfetto e Valeria Bruni Tedeschi fa la sua migliore interpretazione di sempre.
Insomma non siamo di fronte al solito Virzì: toscano, cazzone, intelligente e furbo, dolce e amaro: cresciuto alla grande scuola della commedia all’italiana. È un VirzÌ ambizioso, molto maturo e con un respiro internazionale. Vuole raccontare cosa è diventata l’Italia e lo fa con un coraggio inedito per un uomo di sinistra.
Darei 7 a Il Capitale Umano, ma la prossima volta serve un po’ di Maalox.