Informazioni su claudiocaprara

Mi occupo di diverse cose di editoria. Qualche competenza di politica. Una passione per le musiche. Il calcio è vita. Nel CDA di Cinemovel Foundation, che porta il cinema dove non c'è (o non c'è più).

Via Fornace Gallotti, 6

Facebook è, non a torto, odiata da molti, ma le potenzialità di riconnessione tra le persone rappresenta una qualità eccezionale.

Questa mattina ero in tram e una notifica mi avverte “Gledis Bona ti ha inviato una richiesta di amicizia”. Naturalmente, immediatamente, con una certa emozione mi sono tornate in mente le immagini della mia infanzia. Dal 1960 al 1967 Gledis e i suoi genitori abitavano in una palazzina di due piani nella periferia di Imola. In via Fornace Gallotti, numero 6, al piano inferiore sono nato io (in casa) e per i primi anni della nostra vita ci vedevamo tutti i giorni. Erano case piccole: una stanza da letto e una cucina. Il gabinetto era fuori, nel nostro caso e forse leggermente più comodo nel caso dei Bona.

Da quando ho cominciato a camminare e per diverso tempo, il mio mondo era un cortile lungo e stretto dove passavo le giornate con l’obbligo impostomi da mia madre di non oltrepassare il piccolo cancello. Spesso stavo lì con Gledis e altre volte con un altro nostro vicino di casa: Vanes (i nomi propri nella Romagna del boom economico sono una letteratura a parte), che abitava con suo fratello e i genitori dall’altro della rete.

L’infanzia è fatta di tante cose. Quelle buone, se sono in quantità prevalente rispetto alle brutte, con l’andare del tempo prendono il sopravvento nei ricordi e tutto nella mente ci appare come con il trattamento del filtro Nashville di Instagram o le pubblicità della Nutella.

Ho accettato l’invito, è davvero una vita che non ci sentivamo… ci siamo salutati e dopo poco mi ha scritto: “Te la ricordi sta foto?”…

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… No! Non la ricordavo proprio. Io con la pistola, Vanes Mimmi arrestato e Gledis con il fucile… In un momento tutte le cose dolci dell’infanzia mi sono tornate in mente… Sull’anno di questo scatto lui è sicuro: era il 1967. “Doveva essere una giornata di festa, eravamo elegantissimi…” Abbiamo deciso che fosse Pasqua perchè così sono passati esattamente 50 anni e questa foto è un modo per festeggiare questi giorni un po’ più speciale.

Zanca

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Con Alessandro Zanchetta siamo stati compagni di classe. Non lo vedevo da tanti anni. Fin da ragazzo (la foto che ho trovato sul suo profilo FB è del periodo in cui ci frequentavamo) è sempre stato sregolato e in certe cose geniale. In un periodo della nostra vita fu un amico sincero e generoso.

La prima volta che sono andato a Parigi, nel 1980, ero con lui e Paolo Montroni. Fu un viaggio indimenticabile. Bellissimo. Seminale. Per tutti noi, così diversi, così entusiasti, così curiosi. E Zanca curioso lo è stato sempre: senza freni, senza regole e senza remore. Ogni sua passione diventava totalizzante. Ad esempio da ragazzo, parliamo degli anni ’70, era diventato CB e grande esperto di ricetrasmittenti. In ogni momento del giorno e della notte stava attaccato alla sua radio. La leggenda, da lui stesso alimentata, dice che le sue frequenze fossero arrivate a interferire con quelle dell’esercito americano e che in un pomeriggio di primavera una squadra dei carabinieri gli fosse arrivata a casa per sequestrare le sue apparecchiature… Ne andava molto fiero.

Giocava discretamente a basket ed era un appassionato di NBA quando in Italia la conoscevano davvero in pochi. Era un ragazzo dall’intelligenza acuta e originale.

Un’estate, credo nell’81 – già ci vedevamo poco – si appassionò alla bicicletta e naturalmente cominciò a macinare chilometri in lungo e in largo. Lungo la via Sellustra lanciato a tutta velocità cadde e si fece molto male. Lui era così. Esagerato: le sue corse e le sue avventure molto spesso finivano con un crash, ma questo dolore era come se lui lo avesse già messo in conto e non cambiavano il suo atteggiamento verso vita…

E’ stata la persona più anarchica che io abbia conosciuto. Anticonvenzionale in tutto. Era sportivo e non ha fumato per tanto tempo e poi, quando ha cominciato, fumava due tre pacchetti al giorno. Qualche volta ho anche cercato di convincerlo a “darsi una regolata”, ma era ostinato e sordo, per ciò che riguardava le sue scelte e la sua libertà. La sua bussola era totalmente fuori da ogni convenzione, a volte – per me – da ogni logica. Era radicale, estremista, fascista… “negro, ebreo, comunista…” Ha condotto una vita “Avvelenata”, senza mediazioni, fuggendo ogni vincolo ed ogni imposizione.

Ogni tanto, nelle cene di classe, ci domandavamo che fine avesse fatto… Nessuno ne sapeva un gran che… si parlava del suo look inequivocabilmente da biker, dei suoi capelli ostinatamente lunghi. Del suo consumare la vita come una candela che brucia da entrambi i lati…

Addio vecchio matto!

Colombia in Bianco e Nero

“Cent’anni di solitudine non è altro che un tentativo di scrivere un vallenato in 450 pagine” – Gabriel Garcia Marquez

E’ vero che la Colombia è colore, ma la fotografia che amo di più è in bianco e nero…

In questi 8 minuti ci sono due brani musicali: uno di cumbia e uno di vallenato. Sono due tra le principali musiche popolari della Colombia e dopo un po’ ho quasi avuto la sensazione di distinguerle…

Ora però basta Colombia… Almeno fino a quando non ci tornerò…

A proposito di “pensare lungo”

Su Facebook ho postato questa sintesi che ha ricevuto diverse reazioni… per non farla perdere nei meandri della cronologia del social, appunto questo post anche qui…

“Qualche giorno fa ho rilasciato un’intervista a Stefano Salomoni del Nuovo Diario, nell’ambito degli articoli che questo giornale sta pubblicando in vista delle elezioni del sindaco e del consiglio comunale del prossimo anno.

Il mio approccio – inevitabilmente, dato che guardo le cose di Imola da lontano – è metodologico. Il nuovo governo della città non potrà essere scelto preoccupati solo di una gestione ordinaria della città (che pure non va sottovalutata), ma le forze politiche che hanno maggiori responsabilità devono mettere in campo un progetto fondato su “pensieri lunghi” che possano porre solide basi per definire lo sviluppo della città dei prossimi 20 – 30 anni.

Alcune cose, su come saremo, già le sappiamo. Ad esempio abbiamo chiaro che ci sarà una popolazione più vecchia, tendenzialmente vivremo in case più piccole, il nostro livello di conoscenza e di utilizzo delle tecnologie sarà molto elevato, almeno il 40% dei lavori che si fanno oggi sarà estinto, la carta stampata sarà per collezionisti…
Per questo suggerisco che prima di parlare di nomi su chi sarà il candidato del centro-sinistra (con il trattino sempre più evidente) è fondamentale il progetto di cui, alla fine, il nuovo sindaco sarà motore e garante; quale squadra lo interpreterà; quale percorso sarà messo in moto per giungere a questo obiettivo.

Senza presunzione (peraltro sono cose già al centro dell’attenzione) suggerisco 4 spunti per rendere più concreto questo mio pensiero, sapendo benissimo che fin qui è stato fatto un lavoro più che buono, che bisogna valorizzare e sviluppare molte cose già oggi in campo, ma su altri temi è obbligatorio andare oltre e – se vogliamo usare le parole della politica – fare scelte di discontinuità.

  1. Mi capita in questi mesi di frequentare la Casa di Riposo. Mi ha colpito positivamente il grado di disponibilità, sensibilità e qualità degli operatori del quel servizio. Nella sanità imolese credo che questo sia un valore straordinario. Ora, dal punto di vista strategico, dobbiamo fare tesoro di questo elemento e pensare a come combinare progetti di sviluppo dei servizi che fatalmente non potranno fare esclusivo affidamento alle risorse pubbliche o al reddito da pensione dei singoli. Sperimentare modelli di un welfare che coinvolge il privato è ormai un tema uneludibile e le dimensioni della nostra realtà possono aiutare un dialogo e una progettazione con soggetti ed imprese del settore (banche, assicurazioni, imprese, associazionismo, università). Su questo fino ad oggi non siamo andati molto oltre all’enunciazione teorica del problema, ora a mio parere si deve passare alla sperimentazione di progetti.
  2. Il web non è più un oggetto strano: è parte della nostra vita e lo sarà stabilmente. Naturalmente il suo sviluppo prescinde da noi, ma sempre più il carattere locale della rete puó rendere più amichevole il rapporto con la tecnologia ed essere – meglio di oggi – uno strumento di socialità dolce. Io non so se si possa pensare a un “piano locale per una socializzazione gentile” su un piccolo territorio, ma certamente coinvolgere il sistema di relazioni esistente (sindacati, commercianti, imprenditori, agricoltori…) e gli organi di informazione e comunicazione (privati e pubblici) definendo una rete di consegna a domicilio di beni e servizi che abbia finalità: relazionali per le persone che abitano da sole; commerciali di valorizzazione e commercializzazione di prodotti a km 0. In questo io vedo che la politica non possa essere uno spettatore, tanto che il tema della messa in rete dei propri servizi, la trasparenza, l’anagrafica, i big data debbano trovare una responsabilità stabile e più pesante nei prossimi assetti di governo locale.
  3. Mi è successo, anche in giro per il mondo, di sentire parlare di SACMI. In quei momenti mi sono sentito orgoglioso di essere imolese, perchè questa azienda è frutto della mia e della nostra storia. Anche nella sua origine legata a momenti molto difficili per i lavoratori imolesi c’è la spiegazione di come le radici di una storia possano essere un elemento immateriale che influenza il successo di un gruppo capace di modernizzarsi e crescere. Mi viene in mente quando mi raccontavano che la luce dell’ufficio di Aldo Villa era sempre accesa come a dire che intelligenza, applicazione e passione nel lavoro, alla fine, portano dei risultati anche nel tempo. Ora io credo che non si possa prescindere anche in futuro da un patto tra la città e le sue grandi imprese – faccio l’esempio di SACMI perché è quella più chiaro – e da una condivisione di obiettivi. Bill Gates in questi giorni ha sollevato il tema di una tassa per le aziende che usano robot in sostituzione dei lavoratori. Non so se questa sia la strada giusta, ma di certo il tema della responsabilità delle imprese verso il territorio è cruciale, da discutere alla luce del sole.
  4. Le eccellenze della nostra città sono un vanto, ma non sono acquisite una volta per tutte. È da molto tempo che non parlo con il Maestro Scala, ma di certo con lui possiamo condividere pensieri di strategia e la sua visione larga (ancorché settoriale) e la sua esperienza ci possono dare spunti di riflessione e io ritengo che anche su questo una visione di città possa essere utile. Dell’autodromo so poco. Mi piace la linea di sviluppo che ha seguito, ma penso che accanto ad una direzione commerciale vada strutturata una direzione artistica di alto profilo, capace di trattare con le grandi agenzie di organizzazione degli eventi, ma che abbia facilità a parlare direttamente con le star proponendo idee per valorizzare l’Enzo e Dino Ferrari come uno dei grandi palcoscenici europei”.

 

Questa è l’intervista pubblicata:

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Ho usato le virgolette, perchè l’espressione “pensieri lunghi” è di Enrico Berlinguer…

Colombia a colori

Non c’è nulla che colpisca di più del fragoroso rincorrersi dei colori e della confusione violenta che generano nelle piazze coloniali o nelle strade di Bogotà o Cartagena o anche tra le polverose botteghe di Macondo (Aracataca). Due settimane per un paese tanto grande non sono niente. Due settimane rubate ad uno dei momenti di maggiore attività lavorativa dell’anno sono un attimo di eternità.

Se debbo dire che cosa mi è piaciuto di più di questo paese che si aspetta finalmente una pace solida e un po’ di tranquillità per potere progettare il proprio futuro, è proprio questo senso di allegria e di tinte forti che attraversano la musica (che c’è ovunque e ad ogni ora del giorno e della notte: sugli autobus e sulle automobili, nei bar dove si fa colazione con le uova strapazzate o a Cabo de la Vela dove si cena a lume di lampade alimentate da gruppi elettrogeni rumorosi e antichi), i colori delle case, gli abiti delle ragazze e i banchi di frutta dei mercati… Colori ovunque anche quando la pioggia dell’Equatore scende a catinelle e paralizza la megalopoli  di oltre 8 milioni di abitanti, Bogotà, che è la capitale di questo paese.

Ho fatto foto nei luoghi che hanno un segnaposto rosso, quelli che corrispondono, in linea di massima, a tutti i posti che con Lucio Picci abbiamo visitato.

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Poi c’è una presentazione video* che dura due canzoni, 7 minuti circa (30 secondi al giorno… si poteva essere più sintetici di così?… lo dico per rassicurare gli ipotetici spettatori). Spero possa dare l’idea di che cosa intento per confusione di colori (con rare licenze di bianco e nero, ma foto che a me paiono a loro volta quasi colorate).

Un tempo, dopo i nostri giri, facevamo delle pallosissime proiezioni di diapositive… Piacevano solamente a chi aveva partecipato all’avventura del viaggio. Anche questa cosa qui penso abbia più o meno lo stesso indice di gradimento… Ma visto che Lucio ha perduto la macchina fotografica l’ultimo giorno, prima di arrivare a Bologna, sono sicuro che la guarderà almeno due volte…

 

* Ovviamente la prima foto è una citazione di La La Land…

Da Fiumicino alle Ande

Video

Insomma, qualche settimana fa, sono andato a fare un giro dall’Oceano Pacifico a quello Atlantico con lui.

Io, a dir la verità, mi sono anche divertito, nonostante ci sia stato da lavorare molto: in 12 giorni abbiamo fatto 2000 chilometri in autobus e 200 a piedi.

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Ho fatto un po’ di fotografie, che ora mostro in questa presentazione a chi avrà voglia di ascoltare un po’ di musica molto di sinistra come sottofondo…

Consideratelo un modo di dirvi buon anno… ma non credo che oltre a Lucio Picci (il più fotografato che rovina l’atmosfera) ci saranno altri con la voglia di guardare tutta la pappardella…