Smart, inchiesta sulle reti

Il patron di Google di recente ha calcolato che ogni quarantott’ore
mettiamo in circolo in rete una quantità di contenuti
pari a quella creata dalla nascita dell’umanità fino al 2003.
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Da un po’ di tempo avevo in mente un concetto che non riuscivo a esplicitare in forma compiuta, ma fortunatamente capita ogni tanto che ci sia qualcuno che dice meglio di te le cose e soprattutto le studia e le approfondisce dando una struttura (a volte anche scientifica) ai pensieri. Il mio pensiero era sostanzialmente questo: non è vero che internet spoglia di identità i territori, le identità o le idee. Internet è invece uno strumento che se usato con intelligenza, visione e capacità imprenditoriale può esaltare e potenziare gli elementi caratteristici di un territorio. Ovviamente bisogna intendersi: spesso il carattere localistico di un territori può essere definito dalla lingua che viene parlata, altre volte da confini naturali, altri ancora le barriere possono essere definite dalla diffusione dei device con cui i contenuti sono distribuiti.
In soccorso a questa che non era un’idea compiuta né verificata è arrivata la pubblicazione di un libro davvero importante: Smart, inchiesta sulle reti di Frederic Martel, in Italia edito da Feltrinelli.
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Cercherò, usando soprattutto le parole di Martel, che per scrivere questo libro ha visitato una cinquantina di paesi e ha parlato con centinaia di persone, di spiegare la mia tesi. Il libro di Martel è un’operazione che si fa sempre più raramente e che si chiama un’inchiesta sul campo e – dopo il suo libro Mainstream, dedicato all’industria dei contenuti della old economy, che mi era molto piaciuto –  ha raggiunto molti centri decisionali, molti protagonisti del web e tanti luoghi dove si definiscono le tendenze del mercato e della fruizione delle internet che ci sono nel mondo.
Il libro parte da qui: […] contrariamente a quanto si creda, internet e le questioni del digitale non sono fenomeni di natura prettamente globale. Sono legati al territorio; sono locali. Uomini, donne, informazioni, e-commerce, applicazioni, mappe, social network sono uniti tra loro da legami, materiali e reali. E vuole dimostrare che: Il futuro di internet non è globale, ma è radicato in uno specifico territorio. Non è globalizzato, è localizzato.
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La prima tappa è la Silicon Valley, per andare a cercare i luoghi dell’innovazione, le app che stanno avendo successo, le idee che sono diventate realtà ed ora grandi player del mercato globale, le personalità che hanno segnato il nostro tempo digitale. E’ questo il territorio dell’innovazione (quel fazzoletto di territorio che sta attorno alla città di San Francisco) e i soggetti del cambiamento sono la start up. “Esiste una tendenza di fondo: avviare una start-up costa sempre meno, grazie al software libero e al cloud, inoltre è sempre più facile trovare i soldi. La Silicon Valley sta vivendo un nuovo boom e il ruolo dei venture capitalist, in precedenza indispensabili per le procedure di finanziamento, sta cambiando. Lo sviluppo dello smartphone e l’inesauribile mercato di applicazioni creatosi in questa zona hanno anch’essi modificato lo scenario.”
In sostanza le tecnologie, il loro successo e la loro diffusione impongono agli imprenditori di essere sempre un passo avanti e non adeguarsi al cambiamento, ma avere la capacità di reinventarsi continuamente. Per farlo c’è bisogno di un “microclima” favorevole, fatto di possibilità di trovare le idee, la volontà di andare avanti sapendo che le difficoltà saranno enormi, avere la possibilità di presentare le proprie idee a chi ha mentalità aperta e capacità di fornire fiducia e finanziamenti adeguati. Ma in realtà non sono solo i soldi a muovere l’innovazione, ma anche una tensione ideale che si fa fatica a descrivere. Il posto migliore del mondo per per realizzare le proprie idee è quello là.
Il confine tra piccole e grandi aziende si confonde, poiché le start-up hanno bisogno del denaro dei colossi della rete e questi ultimi hanno bisogno delle imprese innovative più piccole.” Google e Facebook devono costantemente esplorare nuove idee e sono le start-up a farsene carico. “Dal canto loro queste start-up non sono motivate unicamente dal denaro, come spesso si crede. Qui, a San Francisco, ci sono molti imprenditori un po’ folli con un unico obiettivo: creare un mondo migliore. Sembra stupido, ma succede, accade veramente. Vogliono risolvere i problemi, trovare soluzioni.
L’età, per forza di cose è una barriera. Perché per riuscire si deve passare molto tempo a farsi il culo. La cultura geek, la cultura hacker, la controcultura è a San Francisco. Chi vuole essere smart e creativo viene qui, nella capitale degli hippie e dei gay. E abbiamo tutti diversi lavori: un lavoro che ci fa mangiare; una start-up in cui investiamo i soldi; infine, un ‘side job’ in cui si investe tempo per fare davvero ciò che si ama.
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Ma quello che succede nella California del Nord non è il solo caso nel mondo. Un esempio che secondo me lascia a bocca aperta per i  numeri che produce, per le prospettive che ci sono e per come si sta sviluppando è quello cinese. Clonare, copiare esattamente ciò che si faceva altrove, è stata la soluzione inventata dalla Cina per risolvere il deficit di creatività unito a un altro problema fondamentale: come costruire una potente rete internet senza essere dominati dagli americani? Come innovare quando mancano le idee? La soluzione si chiama Renren (pronunciato Jenjen, il Facebook cinese), Youku (YouTube), QQ (Msn), Weibo (Twitter), Beidou (Gps), Meituan (Groupon), Weixin (WhatsApp) e soprattutto Baidu (pronunciato By-doo, un motore di ricerca che assomiglia a Google). I “modelli originali” americani sono stati vietati, ovvero bloccati e censurati, o acquisiti.
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Lo Youtube cinese, che si chiama Youku

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Il Google cinese, che si chiama Baidu

Il sistema cinese autoritario (non totalitario) ha trovato forme di censura che non rappresentano dei limiti economici alla crescita della rete, basti vedere quanto è diventato forte un colosso dell’e-commerce come Alibaba, paragonabile per dimensioni ad Amazon (attivo anche dall’Italia). Martel racconta anche la vita dei dissidenti, le forme di aggiramento dei sistemi di sorveglianza ma rivela anche la fragilità di questi movimenti che ovviamente noi occidentali vediamo con grande simpatia, ma che appaiono residuali rispetto al sistema che si è consolidato in questi ventisei anni, vale a dire dalla repressione del giugno del 1989, in piazza Tien a Men. In sostanza: la censura funziona come una patente a punti. Ti si fa capire che ci sono le possibilità di punirti, in un modo molto sofisticato. Un sistema fatto da migliaia di collaboratori diffusi nel territorio e – anche perché i tempi sono cambiati – per concezione assai diverso dai vecchi sistemai di controllo del blocco sovietico (ricordate Le vite degli altri?).
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Problemi del tutto diversi sono nel secondo stato più popoloso del mondo: In India, tutti credono di essere unici, ma non è affatto così. Molte persone portano lo stesso nome e cognome e hanno la stessa data di nascita. Ci sono 1,3 miliardi di persone ed è difficile non solo essere unici, ma dimostrare che si esiste.
Il più grande progetto di digitalizzazione di un paese sta avvenendo proprio in India con l’introduzione della carta di identità unica e per un paese di quasi due miliardi di persone è una cosa pazzesca. L’India è il paese che produce più ingegneri di lingua inglese al di fuori degli Stati Uniti, ed è questo il suo capitale più prezioso: ogni anno 4,3 milioni di studenti indiani conseguono un diploma post-laurea, di cui 1,5 milioni di ingegneri, informatici o tecnici. Eppure il paese non intende competere con la Cina, che resta migliore sotto il profilo della produzione di dispositivi, computer, telefoni o tablet: “Alla Cina l’hardware, all’India il software,” […] L’India ha anche il vantaggio di avere una radicata emigrazione nella Silicon Valley, cosa che favorisce gli scambi e ha creato un’ampia comunità di ingegneri con doppia nazionalità e un’esperienza globale.
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Ma il paese più sorprendente è quello delle start up: Israele. In una moderna via del centro di Tel Aviv, Viale Rothschild, ci sono edifici alti e moderni, in vetro dove hanno sede quasi seicento start-up.
Questo fenomeno non si riesce a spiegare. Israele è un paese con poche risorse naturali, dobbiamo inventarci tutto da noi. L’innovazione e l’imprenditorialità sono condizioni di sopravvivenza. Poi c’è l’esercito, che ha giocato un ruolo chiave all’interno del sistema tecnologico locale. Infine, c’è il nostro legame con gli Stati Uniti: tutti sognano che la loro start-up possa essere acquisita da un’azienda americana.
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Di grande interesse è anche il tema del superiore livello di istruzione che si raggiunge in Israele e l’influenza del servizio militare obbligatorio di tre anni che forma la mentalità dei giovani. In una testimonianza si legge: “In Francia mi insegnavano ad usare il PowerPoint, qui sotto le armi costruisco robot”. L’autore si spinge in una ardita immagine per spiegare quali siano gli ingredienti per uscire vincenti da questa darwiniana  lotta per ottenere il successo: “come per i pionieri del Wild Wild West americano, si tratta di una miscela di audacia e di spirito di conquista, impersonato da uomini che si assumono qualsiasi rischio e si fanno pochi scrupoli pur di perseguire il loro ideale”.
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Martel è andato anche in Kenia, a Kibera, a cercare #Mchanganyiko (che in lingua swahili significa ‘diversità’) e in Africa come in tutto il resto del mondo. La gente qui vive nel presente, non si proietta nel futuro. Bisogna parlare loro di ciò che riguarda l’oggi.
Qui, naturamente, anche il modello si adegua alle tecnologie diffuse e prende forma un esperimento interessante l’”informazione comunitaria”. In sostanza nella baraccopoli keniota esiste una forme di “sms reporting”: quando si ha un’informazione importante o si vede qualcosa di strano, si invia un un messaggino a Voice of Kibera con un codice di allerta e viene pubblicato sul blog… e così queste notizie si diffondono rapidamente tra gli abitanti. Infatti il punto è anche che
In Kenya è in corso la rivoluzione del telefono cellulare, il 70 per cento della popolazione ne ha uno. Il 90 per cento del traffico su internet si sviluppa attraverso il telefono. Ormai ci sono smartphone a 8000 shilling (circa 70 euro). Sono Nokia o Huawei con sistema operativo Android. Li chiamiamo minismartphone e tutti li vogliono. I kenioti sono pronti a molti sacrifici per avere un buon telefono o per accedere direttamente a internet. A volte si privano del cibo o dell’energia elettrica per questo. Presto avranno tutti uno smartphone.
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Il giro del mondo continua ancora per definire i temi della regolamentazione di internet (facendone un’interessante storia della regolamentazione dalle origini fino ai temi aperti oggi negli Stati Uniti) e arriva anche in Europa dove l’inchiesta approfondisce elementi più tecnici. Interessante, ma sinceramente meno efficace nella spiegazione e anche negli esempi, sono le suggestioni sul futuro del giornalismo culturale. In ogni caso un libro da leggere e da consultare di tanto in tanto, come se fosse una matrice per confrontare con le esperienze di successo le proprie idee.
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