Carte Segrete

Grazie alla preziosa collaborazione di Raffaele Tassoni e Edoardo Pederzoli pubblico una seconda versione, più precisa e con diversi punti di vista, del post che avevo pubblicato il 31 gennaio
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In una bancarella del mercato di Piazza San Giovanni di Dio ho trovato alcuni numeri di una rivista letteraria degli anni ’60. Alla fine ho ceduto ed ho comprato una copia: il numero 6, anno II, aprile – giugno 1968. Mi è sempre piaciuta l’edizione di questa stravagante pubblicazione con la rilegatura in cartone grezzo con titoli e grafica in nero e rosso. In questo numero mi hanno incuriosito il saggio su Paul Klee: Che cosa crea l’artista . Il saggio “Robert Lowell: Omaggio di un poeta nordamericano al Che Guevara” e soprattutto “Adrian Henry, Roger mcGough, Brian Patten, Alan akson, Christopher Lougue, Adrian Mitchell: I poeti degli acidi” e “Ruth Bronsteen: Manuale Hippy – Materiali del movimento studentesco romano: Istruzioni per l’autodifesa.
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Ma al di là di questi noiosi ed inutili particolari Carte Segrete è legato ad un episodio indimenticabile di una vacanza a Berlino nell’agosto del 1984. Era la prima volta che con Raffaele Tassoni, Marco Cani, Edoardo Pederzoli e Massimo Cattabriga andavamo oltre la Cortina di Ferro. Fu uno di quei viaggi che non si dimenticano.
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Partimmo da Imola con la mia SEAT Ronda (che era uguale alla Ritmo, ma fatta in Spagna e costava meno dell’originale della Fiat), di sera, per essere la notte a Monaco di Baviera dove ci imbucammo ad una festa di universitari.
Non ci fermammo ed arrivammo a Salisburgo in tarda mattinata senza dormire un momento e senza più fermarsi. Trovammo una stanza da una signora austriaca che abitava in campagna e decidemmo di schiacciare un pisolino alle 5 del pomeriggio per uscire poi a cena: ci svegliammo la mattina alle 9 dopo una delle dormite più meravigliose della mia vita facemmo una pantagruelica colazione austriaca.
Il giorno dopo ripartimmo per Vienna dove ci fermammo qualche giorno (non entro nei particolari, ma fu una gita piena di incontri e di serate senza fine).
Poi passammo la frontiera, per la prima volta non su un mezzo pubblico, verso un paese dell’Est, per vedere Bratislava.
Qui nel ricordo di Edoardo ci fu anche un mio sbrocco: alla dogana… “ci fecero scendere tutti dall’auto e ispezionarono minuziosamente l’abitacolo e grossolanamente anche i bagagli. L’unica cosa un po’ spavalda e scherzosa che feci fu semplicemente dire al doganiere, che stava controllando le nostre carte d’identità e guardando la mia foto, “Are very beautiful! Vero?”. Per ricordarmi quanto fossi rilassato io, Edo aggiunge: “Cap che mi disse una roba tipo: “Ma sei scemo ? Qui siamo alla cortina di ferro, ci mettono tutti dentro!
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Bratislava fu memorabile per altro e si trattò di certo di una tappa turbolenta: Marco entrò in un’osteria piuttosto decadente con la sua macchina fotografica, ma la cosa non piaceva agli avventori che cominciarono ad urlargli improperi in slavo e poi lo seguirono prima da lontano e uno cominciò ad inseguirlo anche con una bottiglia rotta in mano… non volevano essere fotografati. Ci dileguammo rapidamente da quella situazione dove avevamo più di una sensazione di non essere proprio graditi e di lì a poco ci si avvicinò un ragazzo molto gentile che si offrì di accompagnarci nel giro in città. La sua attenzione era molto concentrata su Raffaele. Si capì presto che più che gentilezza si trattava di una vero e proprio abbordaggio… Non credo che a Raffaele fosse mai successo prima e per noi giovani della provincia padana non era una cosa a cui eravamo abituati piacere ai ragazzi, non eravamo molto “sciolti”…
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Un SEAT Ronda che fu prodotta dal 1983 al 1986.

Su questo poi Raffaele contesta: “Non è vero che non eravamo provinciali, ma semplicemente le sue attenzioni erano fastidiose. Mentre voi (stronzi) cercavate sempre di lasciarmi solo con quel tizio – diceva di essere un pezzo gesso del partito locale – ci aveva offerto cena e da dormire nella villa dei suoi. Voi eravate favorevoli e solo perché avevo minacciato di andarmene da solo in treno che avete accettato di andarcene un giorno prima del previsto“.
Comunque sia… Alla fine ci convincemmo tutti e ce ne andammo a gambe levate da Bratislava e finimmo a dormire a Brno.
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Il giorno dopo arrivammo a Praga. Ci fermammo una settimana e fu indimenticabile. Praga di trent’anni fa era una città magnifica: decadente e antica, umiliata e orgogliosa, in ogni angolo grigio c’erano cantieri aperti e i lavorio proseguivano “lenti ma sicuri”. Politica, poesia, filosofia, sesso, “murate” e cazzeggio. Praga era speciale. Dispiacque a tutti andarsene…
Riprendemmo il viaggio verso Karlovy Vary, alle terme, a bere acqua calda in strane tazze in ceramica.
Poi, finalmente, un’altra traversata notturna.
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Il confine con tra Cecoslovacchia (sì si chiamava così, non è un errore) e Germania Est sembrava una normale frontiera, come ne avevamo già passate tante. Il doganiere parlò a lungo con Raffaele, in tedesco. Io non capii una parola, ma non ero il solo… Raffaele ci rassicurò: “ho capito tutto, l’importante è che entro 24 ore si sia a Berlino ad un punto di frontiera: possiamo fare quello che vogliamo…”
Ricordo – perché ce lo siamo raccontato tante volte – che la discussione fu: “in fondo si fa dell’allarmismo, non è che ci sia tutta questa mancanza di libertà…”
Insomma io guidavo e tutti cantavamo a squarciagola. Uscimmo dall’autostrada a Dresda e poi ancora a Lipsia e ci colpivano quelle macerie che ancora ricordavano la grande tragedia della seconda guerra mondiale. Ma era notte fonda e da lontano vedemmo anche la luce azzurrina sul tetto che girava di un’auto della polizia…
Certo quelle scritte in autostrada “Transit” un po’ ci insospettivano, ma perché non avere fiducia in Raffaele? in fondo lui una volta in Germania c’era già stato, con i suoi genitori… era evidente che lui ne sapeva più di noi.
All’alba arrivammo a Berlino, non so come ma entrammo trionfanti in Alexander Platz. La torre era aperta e salimmo all’ultimo piano e c’era un ristorante bar tipico di un paese a socialismo realizzato: un self service freddo come una mensa di un carcere femminile, ma pieno di cose che non eravamo abituati a mangiare a colazione: caviale, insalata russa, salsicce dai sapori improbabili, uova cotte in tutte le forme. Io credo che tutto fosse a base di mercurio, ma avevamo fame e quindi mangiammo e bevemmo anche il caffè, che nella mia memoria ancora mi fa stringere lo stomaco. Sazi e rilassati arrivammo finalmente alla frontiera… ma girammo un po’ (o forse ci perdemmo) perché volevamo passare dal Checkpoint Charlie, non si poteva scegliere nulla di meno…
La versione di Raffaele è per certi versi più dettagliata, molto meno netta per altre aspetti, ma si sa ognuno ricorda le cose come meglio ritiene: “Alla dogana per entrare in Germania c’era molta nebbia, io avevo capito che avevamo 24 ore per raggiungere Berlino Ovest e l’autostrada Transit non siamo mai riusciti a prenderla. A Dresda – conferma Tassoni – ci passò vicino anche una macchina della polizia che però non ci chiese i documenti. Arrivati a Berlino Est la cartina non chiariva bene dove passare da Est ad Ovest a parte la dogana indicata sull’autostrada. Perciò dopo colazione Iniziammo a imboccare tutte le strade, verso sinistra, che dovevano portare ad Ovest e purtroppo le trovammo bloccate dal muro. Iniziammo a chiedere a dei passanti indicazioni, ma non capivano l’inglese e ci guardavano sorpresi per la nostra presenza poi finalmente interrogammo un signore distinto, vestito con giacca e cappello, che conosceva un po’ di inglese ci indicò alcune vie più avanti un passaggio molto importante per andare ad Ovest, il Check Point Charlie”. 
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Ora facciamo un passo indietro, così si capisce che cosa c’entra la rivista letteraria Carte Segrete. In valigia avevo messo due libri: il primo era Cocaina, di Pitigrilli e il numero 2 di Carte Segrete: con questa copertina di cartone grezzo che sembrava uno dei dossier dei film di spie americane… forse era proprio il motivo del mia acquisto… e forse il principale motivo per cui ne ho comprato una copia anche questa mattina.
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Foto (censurata) della doccia nella dacia viennese, durante quel viaggio mitteleuropeo

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La mia versione:
Dunque eccoci al ponte delle spie. Avevamo un paio di auto davanti a noi. Ma le operazioni erano veloci: erano più o meno le 8 del mattino e già cominciavamo a discutere dove cercare l’albergo arrivati dall’altra parte del muro.
Il poliziotto che ci vide ci gelò con uno sguardo: gli avevo dato il foglio che ci avevano consegnato alla dogana in entrata e dopo averlo visto si allontanò per chiamare un gruppo di colleghi. Ci fecero scender con le mani in alto, ci fecero appoggiare all’auto e ci perquisirono: io e Raffaele fummo portati in un ufficio. Ci fecero sedere. Aspettammo lì tre ore, con gli agenti che passavano, parlavano tra di loro e si allontanavano guardandoci con un certo disprezzo… io ricordo ancora i momenti e la sensazione della pelle d’oca che sentivo sulle braccia e il brivido che mi correva sulla schiena ogni volta che qualcuno si avvicinava a noi.
Gli altri tre, intanto, assistevano allo svuotamento delle valige, all’ispezione dell’auto e alla perlustrazione palmo a palmo anche del fondo della mia Ronda, usarono specchi, macchine varie e, naturalmente arrivarono a prendere in mano Cocaina e Carte Segrete. I “miei amici” naturalmente dissero che erano miei e un funzionario arrivò da me con i libri in mano e mi chiese qualcosa in tedesco. Credo di avere avuto un colore cadaverico. Li aprii, li sfogliai e dimostrai che si trattavano di testi, che il titolo non aveva molto a che fare con il contenuto… Non saprei dire che cosa possa avere capito il ragazzo in divisa che avevo di fronte… sta di fatto che non approfondì… non avrebbe capito nulla di più comunque.
Aspettammo ancora, tutti insieme.
Era ormai l’una passata…
La liberazione arrivò quando il responsabile arrivò spiegandoci che non dovevamo essere lì, non dovevamo esserci a quell’ora e non dovevamo avere fatto nulla di quello che avevamo candidamente raccontato… Credo che la nostra avventura sia stata considerata molto comica dalle guardie della Germania Est che guardandosi tra loro si sorridevano, come se avessero lì davanti a loro dei dementi… Ci diedero un foglio dove c’era scritto che dovevamo pagare una multa di 50 marchi, che erano tanti soldi, ma meno di quanto avremmo temuto.
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La versione di Raffaele Tassoni:

Alla Dogana le macchine che ci precedevano passavano molto velocemente i controlli, ma erano vetture di rappresentanza nere ed alcune avevano anche le classiche bandierine dei diplomatici. Noi eravamo gli unici con una utilitaria bianca. Arrivati al nostro turno ci fecero accostare nel parcheggio mentre le altre le controllavano sulla strada di passaggio e chiesero che uno di noi li seguisse in ufficio, voi avete detto che toccava a me visto che avevo iniziato io a tenere i rapporti in lingua con l’autorità.

Mi hanno portato in una stanza con solo una scrivania due sedie ed uno specchio, il classico specchio che permette a qualcuno ad osservarti senza essere visto.

Mi hanno lasciato solo un’ora poi finalmente è arrivato un graduato che però parlava solo tedesco, era brusco nel fare domande in tedesco ma io non capivo nulla e dicevo “ I speak only English, Italian or French. Se ne è andato e ho aspettato altre due ore prima che entrassero un militare di più alto grado accompagnato da una assistente sempre in divisa. In Inglese mi hanno chiesto di spiegargli il nostro giro e che cosa avessimo fatto nelle ore tra il passaggio della Dogana e l’arrivo al Check Point. Ho pensato che fosse preferibile fare l’ingenuo per cui gli ho fatto i complimenti per la loro bella città e oltre a parlargli di cosa avessimo fatto a Berlino Est gli ho descritto tutto il tragitto con le diverse soste.

La signora in divisa mi ha poi spiegato che avremmo dovuto fare il transito al massimo in 6 ore e che non avremmo mai dovuto uscire dall’autostrada di Transito. Avevamo accumulato 8 ore di ritardo da giustificare oltre ad essere passati in strade proibite. Però avevo l’impressione che il mio racconto gli fosse sembrato credibile e che quindi ci avrebbero perdonato. Mi ha informato che avrebbero dovuto discutere del caso e mi avrebbero fatto sapere. Dopo una ventina di minuti è rientrata scusandosi per non essere riuscita ad aiutarci e che avrei dovuto seguirli fuori dalla dogana.

Uscito dall’ufficio ho raggiunto i miei compagni di viaggio che stavano dall’auto e ho spiegato loro che mi stavano portando via. Di lì a poco ci ha raggiunto una camionetta militare e li ho veramente pensato ci avrebbero arrestato, invece ci hanno semplicemente rimproverato, o almeno credo visto che continuavano a parlare sempre in un tedesco sconosciuto e ci hanno consegnato un verbale di 100.000 lire di multa. Abbiamo fatto la colletta e siamo potuti ripartire.

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Passammo il confine e dopo avere insultato il nostro navigatore festeggiammo come si doveva lo scampato pericolo e ci immergemmo nelle mille luci di Berlino Ovest: il paese dei balocchi anche per chi veniva solo da 10 giorni in paesi socialisti.
Ci tornammo, a Berlino,  anni dopo quando il muro non era ancora crollato… ma quella prima volta rimane indimenticabile.

Il gattino peruviano e il gattone siamese

Nelle more del quarantennale della scomparsa di PPP riemergono degli elementi che ricordavo poco o che non conoscevo affatto. Ad esempio l’incontro tra Federico Fellini e Pier Paolo Pasolini raccontato dal maestro riminese in una conversazione del 1992 con Goffredo Fofi (contenuta in L’arte della visione, Donzelli – 2009 ).

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In lui tutto era vissuto in un modo più forte, disperato. Soffrendo e leccandosi le ferite. Certo, di questo, rappresenta l’esempio più pertinente, più eroico e più tragico.

Io ho avuto un’enorme simpatia per Pasolini. Lessi Ragazzi di vita, e fu un innamoramento totale. Lo cercai, e lui arrivò da Canova con il suo passetto elastico, intimidito, con gli occhiali neri, e mi fu subito simpatico, lo sentii come una sorta di fratellino, tenero, delicato e monello, sassaiolo, di quelli che fanno a sassate a fiume. Lo invitai a collaborare a Le notti di Cabiria, riferendogli il soggetto.

Accettò la proposta di collaborazione con entusiasmo, una qualità che me lo rese subito familiare. Era un uomo generoso, immediato.

Diventammo amici. Facevamo scorribande notturne in quei quartieri tetri che lui conosceva e io no, Tiburtino III, Primavalle, Prima Porta… dove lui era conosciutissimo. Appena arrivava c’era un correre di piccole ombre, si apriva qualche finestra, “C’è Pier Paolo”, “è Pier Pa’…”

Analogo calore e ammirazione viene anche nella testimonianza di Pasolini… E’ un racconto che viene citato in molti libri: citerò per affinità generazionale quello di Steve Della Casa, Italiana. Il cinema attraversa l’Italia-The cinema explores Italy,  Electa, 2005.

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Ricorderò sempre la mattinata in cui ho conosciuto Fellini: mattinata “favolosa” secondo la sua “punta” linguistica più frequente.

Fellini guidava la macchina magicamente come tirandola e tenendola sospesa con un filo. Una mano, dunque, appoggiata al volante della macchina, materna come una tardona e concentrata come un alchimista, con l’altra Fellini si girava e rigirava i capelli, usando il solo indice come tornio o fuso. Mi raccontava, trascinandomi in quella campagna perduta in un miele di suprema dolcezza stagionale, la trama delle Notti di Cabiria. Io, gattino peruviano accanto al gattone siamese.

La realtà di Fellini è un mondo misterioso – o orrendamente nemico, o perdutamente dolce – e l’uomo di Fellini è una creatura altrettanto misteriosa che vive in balia di quell’orrore e di quella dolcezza.

Fellini è una savana piena di sabbie mobili, per penetrare nella quale necessita o la guida nera della malafede o l’esploratore bianco della razionalità: ma poi né l’uno né l’altro basterebbero, e il territorio resterebbe inesplorato se Fellini stesso non mandasse, distrattamente, e come per caso, a guidarti un uccellino magico, un grillo sapiente, una pascoliana farfalla…

Fellini prende comunque dai suoi collaboratori quello che deve prendere: che lo capiscano o non lo capiscano. Tu parli, scrivi, ti entusiasmi: lui ci si diverte, e silenziosamente pesca nel fondo”.

Le citazioni sono condensata nel profilo Facebook “Pier Paolo Pasolini – Eretico & Corsaro” da qui viene anche la foto dei due premiati.

Non male questa piccola presentazione Prezi di  Emma van Sloten

 

 

La Leopolda della Propaganda

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Io alla Leopolda mi trovo bene. Non mi sento a casa, ma mi piace. I motivi sono tanti: perchè incontro un sacco di gente che non mi capita molto spesso di incrociare. Vedo gente che capisce di politica e che ne discute in modo molto divertente e competente. Vedo gente che ritenevo totalmente incapace di fare qualsiasi discorso politico e mi offre conferme in questa mia opinione… Ma soprattutto perchè è uno dei pochi posti che ho frequentato in questi vent’anni dove la politica è vita.
Quella di quest’anno era la mia quarta Leopolda.
La prima era una specie di prova generale: chi c’era ricorderà la regia doppia: sindaco Renzi – consigliere regionale Pippo Civati. Quanto tempo è passato! Funzionava bene, ma non si capiva quale fosse la direzione. Ma era una bella cosa anche quella.
(Domenica 13 dicembre 2015, ad un certo punto delle conclusioni ho avuto quasi la sensazione che Renzi potesse citare quel passato… ma in realtà era solo una specie di mio flashback. Infatti Renzi cita il passato remoto e cancella con certosina precisione il passato più recente, si è permesso solo una civetteria ricordando questa intervista).
La seconda è quella del Big Bang. Si è trattato dell’appuntamento seminale. Quello da cui si è generato tutto ciò che abbiamo visto in questi anni. Si è trattato di una grande fucina di idee, di proposte, di provocazioni e di suggestioni che hanno fatto la fortuna del nostro giovane Presidente del Consiglio.
La metafora di quell’anno, paradossalmente era tutta in una frase antica di una canzone di Francesco De Gregori (mai pronunciata testualmente in platea) “… a giocare col nero perdi sempre”, ma magistralmente declinata da Alessandro Baricco: che propose, come raccontava all’epoca Fabio Martini su La Stampa «un ripasso degli errori» della sua generazione di sinistra. «Per anni abbiamo mosso per secondi, abbiamo voluto sempre i “neri”, perché avevamo paura di perdere (…) è mai possibile questa cosa per cui l’altro vince sempre, solo perché ha barato? Statisticamente qualche volta l’altro vince perché è più bravo».
Nei fatti fu una vera rivoluzione: l’uscita della sinistra che vuole governare davvero dall’antiberlusconismo di maniera e la liberazione del più grande peso che avevamo sulle spalle: il nostro vero fattore K. La presa di coscienza della possibilità di competere, di essere “contemporanei” e di guardare in faccia il nostro tempo.
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Dopo due anni di assenza sono tornato in quel posto meraviglioso di Firenze (per altro è in vendita e quindi se ci fosse qualcuno interessato all’acquisto il prezzo base è 7 milioni e 200 mila Euro)
Quella di quest’anno è stata la Leopolda della propaganda. Anzi della Propaganda con la lettera maiuscola. (Per i dietologi la Propaganda 6… se fossi stato il direttore de Il Fatto avrei titolato: La P6… per ricordare la loggia Propaganda 2, visto che a loro piace questo gioco sciocco).
Ma come è andata?
Non ci sono state novità dal punto di vista del progetto. Non ci sono nuove suggestioni particolari dal punto di vista del programma. Ci sono stati molti ministri interrogati in forma elementare da persone che partecipavano in platea, che hanno risposto in forma molto didattica e comprensibile sulle questioni di loro competenza.
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Ovviamente anche tra i ministri ci sono quelli che se la cavano meglio e altri che invece si trovano lì come pesci fuor d’acqua perché in realtà sono dei parvenue della Leopolda. Tra questi mi è piaciuto Giuliano Poletti che riesce a piegare il suo eloquio adeguandolo ad ogni occasione e alla fine risulta sempre piuttosto efficace: “Ad Imola diciamo che se vuoi vedere l’arcobaleno devi accettare che prima ci sia la pioggia”… è un’immagine che funziona anche se io ad Imola questo modo di dire non l’ho mai sentito…
Quest’anno il senso di relativa delusione che ho visto da qualche parte era dettato in parte dal fatto che tanti erano alla prima esperienza o quasi e probabilmente non si aspettavano una cosa tanto informale e “leggera”, ma soprattutto dalla mancanza di vere star sul palco. Certo ci sono state persone che con il loro impegno e il loro esempio fanno cose strepitose (Enzo Manes ne è un esempio), ma colpi comunicativi particolari non ce ne sono stati. Ho notizie di inviti a persone anche particolarmente lontane a Renzi, che sarebbero state testimonianze assai interessanti e che avrebbero caratterizzato di più l’evento fiorentino, ma che per la posizione che occupano hanno gentilmente declinato l’invito.
Ma tant’è.
Tra i lettori del mio profilo fb e tra chi ha visto i miei tweet ho ricevuto commenti perplessi ed alcuni hanno storto il naso di fronte all’idea che mi piacesse la propaganda di Renzi.
Solo che non considera la politica un’attività complessa, fatta di molti momenti e di forme di comunicazione stratificate e varie, può pensare alla propaganda come a qualcosa di negativo, o di banale. La propaganda politica è un’arte e Matteo Renzi è un vero maestro in questo. Ho molto apprezzato gli spot preparati da chi sa facilitare la comprensione di concetti difficili ed è capace di far ricordare dati con una grafica piacevole. Insomma se riesci a spiegare semplicemente le cose e trovi il modo di farle ricordare diventi molto più convincente.
Alcuni dicono: ma come questa è tutta fuffa… Renzi è il vuoto della politica.
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Ecco il tema. Se il pieno della politica è l’immagine del convegno della minoranza PD che si è riunita al Teatro Vittoria di Roma (dove probabilmente c’erano molti più miei vecchi amici rispetto a Firenze) allora sì: la Leopolda è il vuoto. Ma è il vuoto delle sacre messe a cui eravamo abituati nel secolo scorso. E non parliamo solo di forma.
Immagino che ci sia sostanza anche nelle tesi di Cuperlo e Bersani, anche se ciò che tendono a far emergere sono i distinguo sulle proposte del governo: raramente si vede altro.
Ma su una cosa dobbiamo intenderci: se presiedi il governo dell’Italia è inevitabile che si diventi capaci di parlare delle sostanza dei problemi del Paese: governare ti impone una concretezza totale. Nel discorso conclusivo (oltre che nella calda elencazione delle cose fatte dal governo) la combinazione tra risultati raggiunti e “le tante cose ancora da fare” sono state chiare ed evidenti. Lo slogan 1000 Leopolda per vincere il referendum costituzionale è già un progetto politico forte. A mio parere interessante anche in rapporto a quella che sarà l’iniziativa politica del PD e quale dinamica si definirà tra lo “spazio chiuso”, istituzionale del partito e quello aperto e dinamico dei leopoldini.
Insomma può piacere o meno: ma non rimanere negli schemi non è un modo di sfuggire alle responsabilità, ma il metodo di giocare a scacchi tenendo il bianco, e costringere tutti gli altri dentro e fuori il PD a tenere il nero, non per scelta ma per forza.
Ora io, che non sono renziano, ma un moderato renzista mi diverto molto a fare l’estremista renziano con gli antirenziani e l’antirenziano con gli invasati renziani (insopportabili come tutti gli ultrà privi di dubbi) e, comunque vada, posso #staresereno perchè ormai la politica in Italia è una partita a scacchi dove il centrosinistra ha almeno una mossa di vantaggio.

World Digital Librery

Il progetto WDL (World Digital Librery) è la cosa più ambiziosa che si trova in giro per il web. Si tratta di un’operazione sostenuta dall’Unesco e da Google e di fatto è la moderna biblioteca di Alessandria, anche se ancora molto c’è da fare per avere un peso paragonabile (anche se in un altro mondo). Anche questo sito e una miniera di suggestioni e di cose interessanti in Smart, inchiesta sulle reti, di Frederic Martel in italia edito da Feltrinelli. Un testo fondamentale per chi si occupa di informazione, cultura, televisione… o anche solo per chi è interessato a dove va il mondo.

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Una carta dell’Italia del 1890 pubblicata in America mostra il nostro Paese dopo la sua unificazione… http://www.wdl.org/en/item/414/view/1/1/