Appunti sparsi su “Il Mio 77”

Circa otto anni fa pubblicai un post sul mio vecchio blog che avevo titolato “Il mio ’77” una specie di diario di ricordi a volte senza capo nè coda… Visto che il blog può anche essere un brogliaccio di appunti lo posto così come l’ho ritrovato, incompiuto, sgretolato, frammentario, quasi fosse la mia Pietà Rondanini… fatte le debite proporzioni…

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Il libro di Lucia Annunziata è un taccuino di appunti, personale, di chi ha vissuto il 77 con passione, impegno, vigore. E’ una dichiarazione d’amore postuma agli ideali e alla lotta di tutta una generazione. Una generazione che ha perso.

Il libro di Stefano Cappellini è un’autopsia che analizza un corpo morto. Con un ammirevole spirito da moderno alchimista cerca di dare vita a questo cadavere, trovando ciò che – a mio parere – non c’è, perché il 1977 è un anno ricco, contraddittorio, importante, ma finito il 31 dicembre.

In questo post – saggio, sulla base di queste letture, annoto osservazioni, riesumo ricordi (alcuni sono talmente appannati che potrebbero anche essere frutto di confusione), parrò nostalgico (e forse lo sono davvero), ma mi andava di ragionare sul quel io che ero, e che tanto sono ancora.

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Quello di Lucia è un libro personale, quasi privato, ma è ambizioso, ruvido, venato di un’“ideologia leggera”, sopravvissuta al tempo. Dirò che Lucia mantiene “quella puzza sotto il naso” tipica del Pdup, di quella sinistra sicura e presuntuosa che aveva la convinzione di essere nel giusto e che guardava tutti gli altri dall’alto al basso. D’altra parte, non credo che possa essere diversamente: chi c’era ed era nell’età della ragione, ha il proprio ‘77 (pubblico e privato) tatuato sul cuore. Ha i propri fantasmi e i propri eroi che di tanto in tanto si rincorrono nel proprio cervello. Ha le cicatrici del ricordo delle persone che non ci sono più, con le quali si sono condivise esperienze fondamentali. Ognuno di noi ha, comunque, convinzioni profonde e – a questo punto – non modificabili, su quell’anno di fuoco e passione.

Io nel ‘77 avevo 17 anni, facevo politica a tempo pieno e nelle briciole di ore che mi restavano, andavo a scuola, ma anche lì facevo politica restando fuori dalla classe mattinate intere. Ero un professionista delle assemblee. Un trascinatore di consenso. Quell’anno fui eletto al consiglio di istituto del Paolini di Imola con una percentuale bulgara, vicina al 90% dei voti. Fui eletto anche al consiglio di distretto, e gli sparuti autonomi di Imola mi dedicarono una strada di scritte, con insulti e apprezzamenti sulle mie presunte tendenze, che mi fecero guadagnare una credibilità da eroe, da martire. Non ricordo se fu esattamente quell’anno, ma ricordo che nel calcolare la mia attività del periodo risultò una media di più di 3 riunioni al giorno, comprese le domeniche e l’estate: più di mille riunioni. Un inferno, se ci penso oggi.

Dubbi su da che parte stare non ne ho mai avuti. Il discorso di Berlinguer dell’Eliseo era una stella polare. D’Alema era il mio segretario e – come tutti – avrei fatto per lui qualsiasi cosa. Lo chiamavamo “Il Principe” ed era per noi l’alter ego di Berlinguer, che era molto, molto più di un re.

Burocrate o “pollo d’allevamento” che fossi, ero un frutto della scuola del PCI. La FGCI era tutto: il gruppo di amici, la ragnatela protettiva, un luogo di addestramento (ricordo con dolcezza le notti di vigilanza in federazione o in sezione, quando i vecchi ci spiegavano la distanza che si doveva mantenere quando si pedinavano le macchine sospette per non essere identificati, le tecniche di difesa, dove tenere le spranghe, come fare per non trovarsi in una situazione con strade obbligate per fuggire). Ma la vigilanza era soprattutto partite a carte, chiacchiere e aneddoti, l’occasione per vedere i dirigenti da un altro punto di vista, più umano, più caldo. L’ingresso della federazione del PCI di Imola era l’ambiente di questa parte della vita del partito, i veri punti di riferimento erano i Pancino, i Biondi, i Nonni, i Zanlì (che sta per piccolo Zanelli), i Guardagli… Erano quelli che avevano vissuto la Resistenza di striscio, ma che avevano preso il testimone dalla generazione che ne era stata protagonista. Gente solida, a volte dura, di una simpatia contagiosa. Ma anche persone generose e concrete, dalla straordinaria capacità di coinvolgere e di organizzare le cose: dal ristorante della polenta, alla manifestazione, dal tesseramento, al controllo del territorio… Gli Operai, con tutto il fascino che questi soggetti avevano: con il loro coté di lotte, scioperi e sprangate che si portavano dietro.

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Il ’77, per noi, era Bologna. A gennaio, febbraio, sapevamo che stava succedendo qualcosa di eccitante, perchè gli universitari, che non avevano mai avuto un ruolo particolare fino ad allora, cominciavano ad essere quelli più ascoltati nelle riunioni della sera. Fino all’11 marzo nessuno di noi si era ben reso conto di quello che stava succedendo. L’eco della cacciata di Lama dall’Università di Roma era stato assorbito più come una sconfitta tattico – militare dei comunisti romani, non come qualcosa che apriva una fase nuova, contro di noi, del movimento.

Ma la morte di Francesco Lorusso fu una mazzata. La morte di Lorusso fu l’elemento che fece impazzire la maionese.

Ricordo bene quei giorni. Ad Imola c’era il congresso di federazione del PCI. Penso fosse il primo congresso regionale. L’11 marzo era un venerdì.

Apro una parentesi (lo ricordo bene perchè qualche mese prima ero stato con l’amministratore deel PCI imolese, Romeo Poli, ad un seminario di approfondimento e di preparazione del congresso alla mitica scuola di partito di Albinea: un posto splendido, nelle colline reggiane, dove c’era un parco molto bello e soprattutto una villa di campagna di un fascino assoluto. Di lì a poco quel posto meraviglioso fu venduto, perchè stava cominciando il declino economico-finanziario del PCI, anche perchè immagino che lo strappo con Mosca stava radicalmente cambiando le possibilità di finanziare la politica del partito). Chiudo la parentesi.

Quel congresso lo avrebbe dovuto concludere Renzo Imbeni, che era segretario della federazione di Bologna, ma si trovò a farlo Sergio Sabatini, allora giovane (ed esteticamente ammirato) dirigente del comitato regionale, emergente, appassionato, intelligente. Del dibattito di quei giorni ricordo solo la tensione, il senso di sgomento, la lesa maestà di una cosa che succedeva in casa nostra, sotto il nostro naso, alla quale non eravamo stati capaci di opporci, una provocazione che non eravamo stati in grado di respingere. Il colpevole era fuori da noi, ma il senso di colpa collettivo, la rabbia, erano più che palpabili.

Accanto all’esperienza collettiva c’era quella privata. I viaggi a Bologna con gli amici, l’esplorazione dei “diversi”, la repulsione e l’ammirazione nei confronti di chi aveva osato sfidarci, lo scannerizzare con lo sguardo Piazza Verdi, divenuta il centro del villaggio indiano. Il senso di paura nei confronti dell’ala violenta e la curiosità verso l’ala creativa degli indiani metropolitani.

Certo, non è che non ci fossero stati dei segnali che annunciavano l’arrivo del ’77.

Nel settembre del 1976, a Ravenna, c’era stata la festa nazionale della FGCI e per la prima volta ci furono assalti (provocazioni) nei nostri confronti.

Anch’io ero stato a Ravenna, il giorno del concerto della PFM. Ero di servizio di vigilanza alla libreria, una struttura che ricordavo grande e piena di una quantità di cose a me sconosciute che mi diedero un senso di inadeguatezza: se uno voleva diventare dirigente della FGCI doveva conoscere il contenuto di quei libri, altrimenti che dirigente era? Non nego che il senso del dovere, della preparazione, dello studio, mi era venuto solo per essere all’altezza nell’attività politica, non certo per diventare ragioniere (come Montale).

Quando ero a Ravenna non ci fu alcun incidente.

La serata mi ritorna in mente più per un’altro episodio. Ero con Stefano Manaresi e Achille Garavelli (che era l’unico maggiorenne e guidava una Simca verde di un modello stravagante, con un retro non spiegabile ed imbarazzante dal punto di vista estetico). Ma anche Garavelli era un ragazzo piuttosto stravagante (come molti di quelli che hanno fatto politica in FGCI, intanto che ci sono stato io). Era “un borghese”, ricordo che una volta andò a comprare dei dischi da Nannucci e tornò dopo averne comprati una ventina. Aveva speso 50 mila lire in dischi: una somma sconvolgente per noi. Quella cosa me lo fece guardare come un ricco… e se un ricco aveva scelto di stare con il proletariato era una cosa molto, molto apprezzabile… Poi magari mi avrebbe registrato i dischi che comprava… Garavelli si vergognava un po’ per questa macchina che aveva e la trattava con non troppa attenzione. Fatto sta che, verso mezzanotte, concluso il nostro lavoro militante, mentre eravamo in procinto di varcare il casello autostradale di Ravenna la macchina cominciò a sussultare, a perdere colpi fino a che, inopinatamente, si fermò. Non sapevamo bene che fare. Ancora oggi quella zona, a quell’ora, è un deserto. Decidemmo di metterci in marcia, a piedi, per avvicinarci alla civiltà. Dopo mezz’ora di cammino fummo avvistati da una pattuglia di Carabinieri. Un militare ci intimò di fermarci. Stavamo compiendo una cosa vietata: andare in giro a piedi in autostrada era, per altro, assai pericoloso. Si erano fatte le 3 e passò ancora un’ora prima che il carro attrezzi ci portasse nel piazzale di un meccanico. Non ricordo bene come arrivammo ad Imola, ma certamente era già passata l’alba e per un sedicenne, arrivare a casa a quell’ora, non sarebbe stato perdonabile se non fosse che lo stavo facendo per un’attività di partito… Dato che lo scopo era sì tanto nobile, mio padre mi faceva passare qualsiasi cosa e con questa scusa ho passato tante di quelle notti fuori casa che se ci penso ancora mi vergogno un po’.

Achille Garavelli, quando faceva le cose, le faceva totalmente. Ricordo che passò alcuni mesi in FGCI sacrificando tutto il resto: la famiglia, lo studio, qualsiasi altro interesse. Poi sparì. Si laureò in medicina in regola coi tempi (nonostante la vacanza politica che si era preso) e poi partì, medico, per avventure anche molto estreme. Credo che sia ancora in Africa, ma non ho sue notizie da tanti anni. Lo consideravo strano, ma era una persona notevole: di grandi passioni, di grande generosità, intelligente, capace.

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Il 12 marzo era sabato. Ricordo una delle assemblee più tese a cui abbia partecipato. Naturalmente convocammo lo sciopero che riuscì in modo compatto. L’appuntamento era alla sala Aurora, l’allora sede della CGIL (di fronte alla caserma dei Carabinieri). Mi pare di ricordare di essere intervenuto sulla crisi economica e morale dell’Italia e sul fatto che avevamo una responsabilità anche noi studenti e che dovevamo dare l’esempio… Pensare che uno a 17 anni possa dire cose del genere mi fa ancora una certa impressione. Ora, sono cose che penso, ma ciò che più è strano è che probabilmente le pensavo anche allora. Anzi, ne sono certo che le pensassi. All’assemblea partecipò anche il deputato del PCI, che da qualche mese era Enrico Gualandi. E’ stata l’unica volta che l’ho visto parlare ad un’assemblea studentesca e forse fu meglio così. Lui è stato un grandissimo comiziante – gli debbo buona parte della mia tecnica oratoria (di quando facevo i comizi, intendo) – ma non c’entrava nulla in quella situazione. Imola, comunque, non era scalfibile neppure dal ’77 e così prese i suoi bravi applausi e naturalmente vincemmo senza problemi l’assemblea.

Pochi giorni dopo ci fu la grande manifestazione di Piazza Maggiore. Quella contro la violenza e contro il complotto, contro i vandali, contro chi si era messo contro Bologna e il PCI.

Fu da quel giorno che mi sentii in guerra. Una guerra difficilmente raccontabile, un po’ come il secondo tempo di Full Metal Jacket, quando non si vede il nemico, quando ti aspetti l’attacco, ma non si vede mai nessuno e magari scopri, alla fine, che il tuo nemico è solo un cecchino isolato. O peggio, quando ci si accorge che il nemico è la nostra ombra, la proiezione scura della nostra immagine. Quel giorno non vidi alcun autonomo, ne sentii un eco lontano e non ebbi l’ardire di attraversare la piazza e portarmi verso le Due Torri, per dare un’occhiata. Meglio stare nella pancia della balena, meglio nuotare nel liquido amniotico della rassicurante massa di operai, impiegati, giovani come me che sentivano di avere subito un danno, di essere feriti per come si stava attaccando la nostra dignità, e la nostra capitale.

Ok, eravamo inquadrati, creduloni, romantici ed anche del tutto sprovveduti. Con un minimo di strumenti in più si poteva capire che la teoria del complotto contro di noi, non teneva. Va bene: ora è fin troppo facile dirlo. Ma la strada del compromesso storico, la grande idea riformista della classe operaia che si fa carico della crisi economica, per renderla occasione per governare l’Italia, era la strada che ha anche oggi un valore riformista straordinario. Certo il PCI è stato tante cose, ma negli anni ‘70 è stato soprattutto una grande forza tranquilla che si è impegnata per cercare di occupare un significativo pezzo di centro. Con la vittoria elettorale del ’75 e la mezza delusione del ’76 (PCI al 34.4, rispetto al 38.8 della DC, quando tutti eravamo convinti di essere finalmente arrivati al sorpasso) eravamo persuasi che la strada del governo ormai non fosse più preclusa e che eravamo lì ad un passo, e che sarebbe stato difficile anche per elementi esterni poterci fermare.

Quei ragazzi che stavano sotto le Due Torri, in via Zamboni, in piazza Verdi, erano una variabile imprevedibile: un ostacolo imprevisto. Certo, nel DNA del PCI – in questa analisi postuma – c’era forte l’elemento della doppiezza: si dicevano tante cose, spesso e volentieri in antitesi tra loro. Io sono assolutamente convinto che il PCI fosse una forza di governo che avrebbe dato ottima prova di sè (molto migliore negli anni ‘70, rispetto a ciò che ha fatto negli anni ’90), ma avrebbe fatto certamente quello che in forme quanto meno grottesche fa oggi Rifondazione, cioè avere ministri ed andare alle manifestazioni di piazza: questa sarebbe stato uno spettacolo che non ci sarebbe stato certamente risparmiato. Ciò per dire che i massimalisti ci sono oggi, ma ieri erano ancora più strutturati, intelligenti e forti e si sarebbero fatti sentire senza risparmiarci nulla. Ovviamente Berlinguer questo lo sapeva benissimo e nella sua gestione del partito, assai più togliattiana di quanto noi allora pensassimo, aveva ben chiaro l’obiettivo fondamentale dell’unità del partito, della minimizzazione del dissenso, della pax (a volte armata) tra le diverse sensibilità.

E dall’altra parte chi c’era? Forse è difficile capirlo anche oggi, per chi, fondamentalmente ritiene che dall’altra parte si sbagliava. C’era un elemento comune di insofferenza nei confronti del grigiore burocratico del partito. C’era una tendenza non comprimibile di creatività, di non rispettare le regole, di superare le vecchie forme della partecipazione forzando le vecchie regole. “Tutto e subito voglio avere e tutto e subito mi devi dare” era un’eresia, per chi pensava che per ottenere un diritto c’erano voluti morti in piazza e anni di lotte. Fricchettoni, fannulloni, sfaccendati, fumati, sporchi, straccioni… “faccio cose, vedo ggente…” No, non era uno stile di vita compatibile con il mio, con il nostro. Non era accettabile e non eravamo in grado di confrontarci con un approccio di quel genere. Poi si sviluppò, come un cancro, la forma di lotta della violenza. E questo era ancor più inconcepibile per noi giovani comunisti, che per quelli che avevano 40 – 50 anni allora.

La violenza era glamour, l’insulto, la minaccia. La derisione il modo di affrontarci. Le sprangate una consuetudine. Non c’erano altre strade che quella di difendersi e di chiudersi a riccio. La nostra battaglia di testimonianza nelle scuole e nelle università era una continua caccia alla testa del corteo. La necessità di marcare la nostra identità una forma di orgoglio che ci ha permesso di sopravvivere come organizzazione. Errori ne avremo fatti a decine, ma ancora oggi faccio fatica a vedere un’altra strada possibile, se non resistere.

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In estate la FGCI di Imola organizzò la Festa di Città Futura. Se vogliamo dare un’altra interpretazione psicologica ad una scelta politica, basta vedere dove organizzammo l’evento: dentro la Rocca Sforzesca, un bastione del 1300, con un fosso che circondava le mura ed un ponte levatoio da superare. E’ un posto incantevole, ma era – come ovvio – il simbolo della chiusura, dell’isolamento, della lontananza dal resto della società, dai “giovani veri”. Fu anche quella una festa strana: doveva essere l’affermazione del primato della FGCI nei confronti degli altri movimenti, ma al di là del concerto di Eugenio Finardi – che dedicò La Radio a Radio Alice e la cosa mi fece arrabbiare un sacco – non ci fu un “successo di pubblico” come io mi aspettavo. Vennero fuori in quell’occasione tutte le nostre debolezze organizzative ed i limiti politico – culturali che avevamo. Il gruppo dirigente era giovane: Antonio Gioiellieri era il segretario (aveva sostituito da poco Marco Pelliconi), da qualche mese se n’era andato al partito Vanni Bertozzi, “funzionario” era arrivato Mario Sabbatani (politicamente non era fortissimo ma era un artista e non avemmo mai più avuto dei manifesti belli come quelli che lui preparò in quel periodo), poi eravamo tre diciassettenni a fare un’esperienza di “lavoro estivo”: io, Stefano Manaresi e Virna Gioiellieri.

Io avevo anche funzioni da amministratore… ovviamente la festa si rivelò un vero problema economico. Nella riunione di segreteria che valutava i risultati ebbi a dire “Devo ammettere che la gestione amministrativa della festa e della libreria in particolare è stata abominevole”. Romeo Poli, che era il tesoriere del partito, credo che stia ancora ridendo (anche lui non lo vedo da più di 15 anni). Non ricordo bene chi fossero gli altri componenti della segreteria. Ricordo che Simonetta Ponzi per un periodo faceva le ragazze, che Massimo Marchignoli seguiva la Vallata e la Bassa, invece, credo sia stata per un po’ nelle competenze di Giorgio Laghi. Poi, per poco, ci frequentò Giordano Giovannini: uno molto sveglio, molto capace, che poi è andato presto al sindacato. Lui, invece, mi è capitato di vederlo più di recente, diciamo 8 anni fa… Tra i dirigenti che mi piacevano di più c’era il gruppo originario di Sesto Imolese: il sempre preciso, ma pigro, Marco Cani, il brillante e generoso Alberto Minardi, sempre in competizione con un’altra intelligenza inquieta: quell’ Ilja Gardi, bello e carismatico. Poi c’erano quelli che avevano fatto parte della FGCI di qualche anno prima, che erano un po’ in smobilitazione, l’eterna promessa Danilo Zanelli. Una delle persone più simpatiche ed eclettiche che abbia conosciuto. In seconda media era “Il Dirigente”. Fu il primo che vidi distribuire i volantini davanti suola: a 13 anni, appunto. Poi, in settimana bianca alle medie, sempre quell’anno, si “fidanzò” con la Montevecchi, una ragazza che ancor nella memoria mi sembra Miss Mondo. Poi Natasha Gaiani, Natasha Morigi, Tatiana Trerè (nomi che tradiscono l’origine politica familiare) erano ormai in uscita. Mentre tra i nuovi cominciava ad avere un certo credito Viviana Pelliconi (Classico), Dianella Cappelletti (Ragioneria), Stefano Gherardi (Scientifico), Mira Montanari (Scientifico)… Ne dimentico decine.

Tra i militanti più assidui c’erano due ragazzi che erano sempre presenti. Uno si chiamava Fabrizio e il suo amico Jader, che chiamavamo Jacobelli. C’erano loro alla Rocca, quando arrivò il Tir di Finardi che, non trovando la strada per arrivare, era entrato dal retro, dove però c’era l’ospedale psichiatrico Lolli. Era sceso, si era guardato intorno e aveva chiesto in giro. Ma si sa, negli ospedali psichiatrici ci stavano i picchiatelli e Finardi, trovatosi in quell’ambiente, capì di non essere nel posto giusto. Quindi entrò nella Rocca. Ad accoglierlo ci fu la nostra coppia di vigilanti. Finardi si presentò e spiegò che doveva fare il concerto, la sera. Jacobelli, senza eccitarsi troppo, lo accompagnò al palco e gli disse: “Finardi… era ora che arrivassi, ti aspettavamo da due ore. Ma mi dici come vanno le vendite del tuo disco: Alla Fiera dell’Est?” Dopo, ci confessò che c’era rimasto abbastanza male a quella domanda, ma sul momento rispose: “Veramente, quello è il disco di Branduardi…” Allora Jacobelli disse: “Pensavo fosse il tuo, ma le vendite di Branduardi come vanno?”… Insomma la rock star del momento ebbe la sensazione di passare da un manicomio ad un altro…

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Poi c’erano i ciellini. Per quanto ad Imola fosse debole il movimento, tanto erano forti i ciellini. Il nucleo storico si era formato con la campagna elettorale contro la legge sul divorzio, ma un po’ alla volta si radicarono con la parola d’ordine di “Per una presenza cristiana nella scuola”. Don Dal Pane allo Scientifico, ad esempio, era un amico di Don Giussani e aveva un agguerrito gruppo di ragazzi preparati e solidi. All’Agraria c’era un altro gruppo assai significativo (in quella scuola poi, tradizionalmente, c’era una piccola base di fasci). Il classico era la scuola dove noi eravamo più deboli. A Ragioneria c’era il movimento giovanile Dc con qualche rappresentante. Il capo di CL era Otello Sangiorgi, una persona per bene, onesto e limpido. Si era immolato alla causa, ma la nostra forza era tale che non c’è mai stata partita. Di tanto in tanto lo incrocio ancora per Imola e lo vedo sempre con piacere.

CL era per noi comunisti l’altro spauracchio, se possibile ancora meno comprensibile del movimento. Come potevano dei ragazzi avere idee così arretrate sul sesso (poi un po’ alla volta scoprimmo che non erano così diversi da come ci volevano far credere). La svolta nel rapporto tra noi e loro fu il referendum sull’aborto. Quello fu il momento di rottura irreparabile. Nelle loro manifestazioni apparivano come guerrieri, come un’armata forte e sicura. Crociati veri. Non so se in quegli anni circolasse più disprezzo per loro o per quegli sfaccendati “degli autonomi”…

A far pendere la bilancia a favore di CL fu ancora Finardi che, passando sotto la sede di CL, in un momento di relax prima del concerto, accompagnato da Manaresi, cominciò ad inveire gratuitamente contro di loro, urlando e bestemmiando: Mio Fratello ha le scarpe di gomma: porco …, porca …”. Che bisogno c’era di insultarli? Vabbè, parlo di sensazioni, di umori, di ricordi vaghi. Per altro, qualche anno dopo uscì un disco di Finardi che mi piacque molto e mi riconciliò con quell’arrogante e presuntuoso che avevo conosciuto quell’estate: uno a cui il successo aveva dato un po’ alla testa ma che, alla fine, non era così male. Anche per lui, dunque, nel derby tra autonomia e CL sarei stato un ultrà dei bianchi. Ma la FGCI era come il Milan: elegante, raffinata, potente, con la forza di far vincere qualche partita anche agli altri, anche se si trattava di partite finte e di campionati farlocchi (come quello che poi venne nel 2006 – 2007)…

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Qualcuno era comunista

di Giorgio Gaber e Sandro Luporini   

 

Qualcuno era comunista perché era nato in Emilia.

Qualcuno era comunista perché il nonno, lo zio, il papà. … la mamma no.

Qualcuno era comunista perché vedeva la Russia come una promessa, la Cina come una poesia, il comunismo come il paradiso terrestre.

Qualcuno era comunista perché si sentiva solo.

Qualcuno era comunista perché aveva avuto una educazione troppo cattolica.

Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva, la pittura lo esigeva, la letteratura anche… lo esigevano tutti.

Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.

Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto.

Qualcuno era comunista perché prima… prima…prima… era fascista.

Qualcuno era comunista perché aveva capito che la Russia andava piano, ma lontano.

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché era ricco ma amava il popolo.

Qualcuno era comunista perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.

Qualcuno era comunista perché era così ateo che aveva bisogno di un altro Dio.

Qualcuno era comunista perché era talmente affascinato dagli operai che voleva essere uno di loro.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di fare l’operaio.

Qualcuno era comunista perché voleva l’aumento di stipendio.

Qualcuno era comunista perché la rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente.

Qualcuno era comunista perché la borghesia, il proletariato, la lotta di classe…

Qualcuno era comunista per fare rabbia a suo padre.

Qualcuno era comunista perché guardava solo RAI TRE.

Qualcuno era comunista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.

Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto.

Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.

Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo secondo Lenin.

Qualcuno era comunista perché era convinto di avere dietro di sé la classe operaia.

Qualcuno era comunista perché era più comunista degli altri.

Qualcuno era comunista perché c’era il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio.

Qualcuno era comunista perché abbiamo avuto il peggior partito socialista d’Europa.

Qualcuno era comunista perché lo Stato peggio che da noi, solo in Uganda.

Qualcuno era comunista perché non ne poteva più di quarant’anni di governi democristiani incapaci e mafiosi.

Qualcuno era comunista perché Piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica eccetera, eccetera, eccetera…

Qualcuno era comunista perché chi era contro era comunista.

Qualcuno era comunista perché non sopportava più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.

Qualcuno credeva di essere comunista, e forse era qualcos’altro.

Qualcuno era comunista perché sognava una libertà diversa da quella americana.

Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri.

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno; era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Sì, qualcuno era comunista perché, con accanto questo slancio, ognuno era come… più di sé stesso. Era come… due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.

No. Niente rimpianti. Forse anche allora molti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici.

E ora? Anche ora ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana

e dall’altra il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo perché ormai il sogno si è rattrappito.

Due miserie in un corpo solo.

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“Le tigri dell’ira sono più sagge dei cavalli dell’intelligenza” (William Blake)

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Se quello di Lucia Annunziata è quasi un diario tardivo, quello di Stefano Cappellini è un’anatomia del ’77. Due ottimi lavori: una dose di nostalgia – forse inevitabile – ma un po’ esagerata, nel primo. Un eccesso di calore (una sorta di appartenenza postuma) vena il lavoro di Stefano, che pure – con puntiglio e precisione – ci fa scoprire (o riscoprire) documenti e citazioni che erano finite chissà in quale angolo del cervello o dell’archivio di casa. Rileggerle è come accendere la luce, riassaporare vecchi profumi, provare lo stesso disgusto.

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Non è vero che il ’77 – come dice Cappellini – è l’anno dell’estinzione del comunismo italiano. Anzi. A mio parere è l’anno in cui i comunisti – pagando un prezzo altissimo – diventano forza affidabile in modo incontrovertibile per il governo del Paese. Naturalmente, come si è poi visto i comunisti erano tante cose, ma sono stati soprattutto una forza con un senso dello Stato, della Repubblica e, diremmo oggi, della Patria che ci ha consegnato un Paese moderno. Non è un caso che in quel fuoco si sia formata la gran parte della classe dirigente del Paese degli ultimi 15 anni e anche oggi non si può prescindere da noi.

Non è neppure vero che la sinistra getta le basi per trent’anni di opposizione, perchè le basi per i cinquant’anni di opposizione si sono gettate quando il PCI scelse di schierarsi senza se e senza ma con il campo sovietico, ma non è il tempo di tagliare con l’accetta i giudizi su una storia fatta di lacrime e sangue veri.

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I miei segretari. Partiamo da quello più lontano. Il segretario regionale del PCI era Luciano Guerzoni. Modenese, tarchiato, una faccia da salumiere, ma di discreto carisma. Era molto più efficace in riunioni ristrette, piuttosto che a congressi. Non era un imperatore, come erano i segretari egli anni 70.

Apro una parentesi: (Ad Imola, per esempio si veniva da una solida e rigida dirigenza di Enrico Gualandi a quella più ecumenica, ma senza dubbio con il pugno di ferro di Bruno Solaroli, che solo con il tempo si è addolcito, anche se subiva con un certo disagio l’invadenza e la carica di passione politica che Gualandi esercitava sulla città. Chiudo la parentesi)

Vabbè io quando parlava Guerzoni non ci capivo nulla. Erano discorsi pieni di perifrasi, di allusioni, di citazioni di persone a me sconosciute. Le riunioni del Comitato Regionale a cui mi è capitato di partecipare erano una specie di tortura cinese. L’unico elemento che mi metteva allegria erano i continui cambiamenti di tono. Lo chiamavamo “Sussurri e Grida” e al posto degli appunti, contavamo le discese ardite e le risalite della sua voce, che nei momenti di sussurro era totalmente incomprensibile.

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… Sicchè – dato che la Rivoluzione non arriva – la militanza diventa una sorta di scoutismo rosso, impegnativo e noioso come una partita a scacchi, e fragile, perchè il movimento dello scacco matto non arriva mai. (da un articolo di Giuliano Zincone citato da Stefano Cappellini pp. 32)

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Un operaio della Fiat guadagna 140 mila lire. Il compagno Berlinguer 989 mila lire, ma ne versa 400 mila al partito. (Ali di Piombo, Concetto Vecchio – BUR)

Sul dolce Enrico Berlinguer non aggiungo altro, rimando a questo post, a questo, poi qui e qui e a quelli che mi ricapiterà di dedicargli.

Sono comunque d’accordo con PierLuigi Bersani quando dice che Berlinguer non è da inserire nel Pantheon del Partito Democratico, fa parte della storia di chi ha almeno quarant’anni e non serve più il suo pensiero. Nel senso che, per fortuna era un uomo del suo tempo. Si può riflettere sulla sua azione e sulla sua linea, ma in termini storici: oggi c’è un altro mondo di fronte a noi. Ciò che servirebbe di suo – e servirebbe tanto – è lo stile, ma questo è un altro discorso.

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Raffaello De Brasi era il segretario del partito di Imola.

Al congresso del marzo del 1977, che si era svolto al tetro Comunale, lo stesso luogo della riunione dell’ottobre del  ’20 del gruppo degli scissionisti comunisti, prima del congresso di fondazione del partito del 21 Gennaio 1921. Raffaello fu rieletto segretario, dopo un anno dalla sua designazione. Un segretario giovanissimo, 26 anni.

(Raffaello De Brasi fu rieletto segretario al congresso al quale parlarono: Learco Andalò, Salvatore Cavini, Mara Liverani, Antonio Landini, Mario Milina, Irene Janez, Vittorio Morara, Elda Mongardi, Carla Collina, Gaetano Di Gioia, Giuliano Poletti, Marcello Grandi, Antonio Grumelli, Stellina Tozzi, Cesare Baccarini, Rosanna Argelli, Nazario Galassi. Ne parlerò nella prossima puntata, ma per la FGCI presero la parola: Antonio Gioiellieri, Simonetta Ponzi e io).

Il suo direttivo era composto da questi compagni: Romano Bacchilega, Aldo Barletti, Fiorella Baroncini, Bruno Bettini, Marisa Brini, Giancarlo Cani, Quinto Casadio, Claudio Casini, Ivo Cattoli, Luciano Conti, Giorgio Frabboni, Maria Rosa Franzoni, Elio Gollini, Andrea Lanzoni, Germano Martelli, Arturo Mazzolani, Laura Mazzotti, Nicodemo Montanari, Danilo Odorici, Marco Pelliconi, Isabella Piancastelli, Luciano Poli, Gabrio Salieri, Giovanna Tabanelli, Bruno Solaroli, Rino Tossani, Renato Tozzola, Anna Zanella, Eolo Zuppiroli. Ognuno di questi nomi avrebbe bisogno di una storia accanto, di aneddoti e di ricordi.

Mi limito ad un pensiero intimo per Giancarlo, il padre di Marco Cani, un “imprenditore rosso” limpido, duro e capace. In lui l’intransigenza, il valore supremo dell’azienda, del Partito, del bene comune, erano La Linea. L’integrità morale e la sua determinazione me l’hanno sempre fatto vedere come una grande personalità, patrimonio della mia terra. Un altro ricordo, più laterale, lo voglio dedicare a Danilo Odorici, l’eterno sindaco di Castello, un trascinatore, un leader potente, di una forza e un consenso popolare come raramente mi è capitato di vedere, dopo gli anni ’70. Il Capopolo. Uno stile da anni ’50, tanti difetti, ma una capacità strepitosa di capire le esigenze della sua gente.

Raffaello lo conoscevo da quando era segretario della FGCI, ma avendo 11 anni più di me era uno grande, tra noi non c’era nulla di più di un rapporto da vescovo a chierichetto. Avrei approfondito la sua conoscenza una decina di anni dopo, quando lui lavorava alla direzione nazionale del PCI, nella sezione esteri di Napolitano ed io – nella FGCI di Folena – mi occupavo di relazioni esterne ed eventi.

Era arrivato alla politica alla fine degli anni 60. Non so moltissimo di lui in quel periodo: piaceva molto alle donne (era una fotocopia in bello di Antonello Venditti, che da giovane passava per essere un gran fico), e si narra che quando era preso da una passione ne diventava dipendente. Fatto sta che ad un certo punto cominciò a giocare a carte e quindi passava tutte le notti a giocare, la sua morosa di allora gli disse: fai qualcosa di più intelligente, fai politica… e da quel momento non ha più smesso, facendo prima il segretario della FGCI, poi del PCI, passando poi al regionale del partito, alla direzione nazionale, poi di nuovo al regionale, poi sindaco di Imola, ora deputato… Anche un’altra passione non l’ha mai abbandonato, ma non staremo a spiegarla qui.

Da segretario mi ricordo solo le sue relazioni lunghe e assai dotte, era uno che esibiva le sue conoscenze e non nascondeva neppure gli spigoli caratteriali che ha sempre avuto. Credo che a lui siano state concesse tante cose perché era chiaramente uno di qualità non comuni, ma non sia mai stato amato. Immagino che ci sarà modo di riparlare di lui, su questo blog.

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Da pochi mesi era entrata nel territorio di riferimento della federazione di Imola la zona di Castel San Pietro Terme e il numero degli iscritti al partito era – se non ricordo male – attorno ai 14 mila. Il massimo del massimo storico, se si considera che il territorio di riferimento era abbondantemente sotto i 100 mila abitanti..

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Il senso di No Future (una scritta su un muro all’università di Roma: “non abbiamo nè passato, nè futuro: la storia ci uccide”).

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La festa nazionale dei giovani comunisti di Ravenna si fa anche perchè i giornali si accorgano che “i giovani non sono una massa di degeneri e sbandati, ma che sono capaci di vivere una loro esperienza collettiva con grande tensione politica, ma in tranquillità”. Per Salvatore Sechi gli autonomi sono “vagabondi sociali”

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Il programma politico dell’Autonomia, deciso a Bologna nel 1973: rifiuto del lavoro; rifiuto della delega a sindacati e partiti, esproprio proletario, guerra totale al compromesso storico. Autonomia della classe operaia da tutte le istituzioni: politiche, economiche e ideologiche.

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Un ricordo perverso che ho, non riesco ad annoverare esattamente nel calendario, riguarda il piacere misto a senso di orrore che mi avevano dato i film del filone: Ultime Grida Dalla Savana. Stiamo parlando della metà degli anni ’70, del periodo durante il quale si andavano a vedere i film stile Saloon Kitty, per vedere le donne nude, ma con una patina “di culturale” che serviva da scusa. Credo che la passione per la cronaca nera sia nata in quegli anni.

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L’orgasmo della violenza lo racconta, come meglio non si può, Toni Negri: “Immediatamente risento il calore della comunità operaia e proletaria tutte le volte che mi calo il passamontagna. Questa mia solitudine è creativa. Ogni azione di distruzione e di sabotaggio ridonda su di me come segno di colleganza di classe. Nè l’eventuale rischio mi offende: anzi mi riempie di emozione febbrile, come attendendo l’amata”.

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E’molto bella la citazione di Bobbio che Cappellini fa a pagina 137 del suo libro: “L’austerità è un valore piuttosto negativo, è un invito a non fare, piuttosto che a fare. Non si può fare appello all’austerità come valore che dovrebbe presiedere al rinnovamento, alla trasformazione della società. L’austerità è un invito a restringere i propri bisogni e la propria attività. Un grande partito proletario, operaio, cioè il partito comunista, dovrebbe fare appello a valori più positivi”.

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Ho cercato di ricostruire la giornata tipo di quegli anni. Nella mia memoria si devono fare, come è ovvio, distinzioni stagionali. L’inverno, a parte gli obblighi “istituzionali”: scuola e federazione (la sede della FGCI in quell’anno era stata trasferita dall’ultimo ufficio del semi interrato di viale Zappi, all’ex show room della Ceramica Gagliardi. Una sede più spaziosa, che non siamo mai stati capaci di valorizzare al massimo (dieci anni dopo tornò ad essere la mia sede di lavoro, perché in quegli stessi locali c’era la redazione di “sabato sera”, se ci penso ho passato più tempo lì tra quelle mura che in una qualsiasi delle case che ho avuto in questi trent’anni…). Davvero inquietanti erano le partite a basket con le palle fatte di carta e nastro adesivo che prendevano parte del pomeriggio, dopo le riunioni. Sudate pazzesche che probabilmente hanno irrorato con il loro afrore postumo molte delle sale riunioni del periodo.

Altro appuntamento fisso era con “la vasca”.

Ad Imola, sembra incredibile a vedere oggi quei luoghi deserti, lo struscio cominciava nei giorni feriali alle 18 e finiva alle 19.45 da metà settembre ai primi di maggio. Il percorso era fisso: July Bar, corridoio verso il portico della piazza, si girava a sinistra e si camminava fino al limite del colonnato (50 metri circa), poi dietro front e si arrivava all’altra estremità dove c’era il vecchio fetido bar Colonne, dove l’età media degli avventori era settant’anni. Lì c’erano i manifesti dei quattro cinema della città (Cristallo – il solo sopravvissuto – Modernissimo, Centrale e Trieste, cinema porno ad esclusione del mercoledì, quando c’era la programmazione d’essai del Circolo del Cinema, che proponeva grandi film culturali: il fatto che nello stesso posto si facesse cultura e pornografia è stato un elemento che mi ha sempre molto divertito), e lì finiva la “vasca corta” e si tornava indietro. Questo giro si ripeteva ossessivamente, diciamo 30 – 40 volte a sera. Più raramente si faceva la “vasca lunga” girando sotto la volta del palazzo comunale e doppiando il Caffè Zanarini (quello dei fascisti), passando davanti al Bar Parigi (quello dei radical chic), si passava di fronte al vecchio bar Roma, poi circumnavigando il salone del centro cittadino, si transitava di fronte alla pizzeria espresso (si facevane pizzettine microscopiche, ma buonissime, ed erano tappa indispensabile dopo il cinema della domenica), poi si proseguiva nel portico davanti a dove oggi c’è il bar Otello (all’epoca c’era un negozio di dolciumi, spezie, caramelle e affini…), a fianco c’era un posto mitico: la Trattoria Centrale, un locale che doveva essere patrimonio dell’umanità, ma che invece è stato chiuso 15 anni fa, più o meno. E si tornava al punto di partenza.

Mi sono chiesto spesso perché si andasse in vasca.

Chi mi avviò a quella sublime esperienza fu Marco Cani. Non si può dire di avere capito I Vitelloni, se non si è passato due tre anni nella pratica quotidiana dello struscio di provincia. Marco era il primo professionista di quel modo di essere imolesi. Lui aveva già 17 anni, io ne avevo 15. Per tre anni, tutti i giorni, poi per altri tre con una frequenza di poco minore, l’appuntamento non si mancava. Essere lì era esistere, era essere vivi, era condividere con la nostra città i momenti belli e quelli più brutti. Ci sono drammi: incidenti stradali, annegamenti, suicidi, arresti che abbiamo commentato tutti insieme sconvolti e sinceramente partecipi, sentimenti che attraversavano le compagnie che riempivano i portici della città. Poi cose più dolci: storie d’amore che cominciavano e finivano, scherzi da raccontare, avventure del sabato sera, gite al mare e resoconti delle vacanze… la vasca era il nostro cuore. Poi patacche… Storie strampalate, conquiste inventate, imprese esagerate, ricordi senza alcuna base di verità. Cazzeggio con la “C” maiuscola. Le perdite di tempo più sublimi della vita.

In vasca si vedevano tutti quelli che si conoscevano, ci si fermava a chiacchierare, si facevano quantità industriali di pettegolezzi, ma soprattutto ci si innamorava ogni sera. Si facevano le classifiche delle ragazze più belle della città, si fantasticava di possibili storie, ci si instupidiva di scenari sul fine settimana, ci si preparava alla serata. Si aspettava con ansia il passaggio della ragazza del momento, per incontrarsi per caso, per scambiare due chiacchiere, o un sorriso, o uno sguardo. Di fatto, la vasca, per anni è stata l’esperienza erotica più evoluta che molti di noi hanno avuto. Il brivido dello sguardo ripetuto, il tremore all’inclinazione delle labbra dell’inconsapevole innamorata, il battito del cuore di una carezza alla mano. Sensazioni indimenticabili.

L’estate era Renzo. La “baracchina” all’ingresso del Parco delle Acque Minerali era Il Luogo. I quattro cinque bar più importanti del centro della città migravano in mezzo al verde. A gestire il locale ad un certo punto (ho la sensazione che fosse proprio il ’77) arrivò la famiglia Giovannini, che io conoscevo bene perché si trattava dei miei vicini di casa di quando abitavo in via Silimbani, nella Fornace Gallotti. Quindi ero quasi un privilegiato del locale più trendy della città. In teoria. Tutto quello che succedeva in Vasca si trasferiva alle Acque, con la differenza che i vestiti erano molto più leggeri e a 17 anni, tendenzialmente si è abbastanza arrapati. Non che questo sia un elemento che cambia particolarmente lo scenario di conquiste, soprattutto se si era imbranati, ma faceva aumentare il numero di fidanzate inconsapevoli.

La politica, però era anche le feste de l’Unità. La geografia degli appuntamenti di allora era assai diversa rispetto ad oggi: ricordo la festa della Bocciofila, quella di Via Casoni, quella della Pineta, quella a Viale Guerrazzi. Erano microscopiche, duravano tre – quattro giorni, ma si mangiava da dio e la vera festa cominciava all’una di notte, quando i militanti più duri e puri cominciavano ad essere stanchi e ad alzare il gomito.

Ore a chiacchierare e ad ascoltare le storie del passato: i viaggi nei paesi dell’Est (che con la politica c’entravano davvero poco), le riunioni in giro per la federazione, la volta che Brunì, Biondi e Nonni andarono ad Ancona con una damigiana di vino, piena, sul tetto della macchina e una budella che scendeva nell’abitacolo e quando arrivarono non ce n’era più neppure una goccia, i balli sul tavolo, le barzellette sporche… insomma il back stage della politica: la passione in presa diretta, le storie delle persone, lo scoprire che in fondo sì l’ideologia, sì la voglia di cambiare il mondo, sì Berlinguer… ma soprattutto quel partito era una comunità di donne e di uomini, solidali tra loro e amici che avevano tante cose da condividere.

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Il perfido Cappellini annota una risposta “da D’Alema”  di Walter Veltroni, intervistato dal Corriere della Sera: “… E poi questi gruppi autonomi, i gruppi che oggi hanno la meglio, puntano più sulle emozioni che sulla razionalità. E’ una linea che sui tempi brevi ha più successo della nostra. Noi lavoriamo mettendo un mattone dopo l’altro e lentamente costruiamo un edificio più solido”.

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Il nostro Vietnam. Pier Vittorio Tondelli scrive: “Una generazione che non ha mai realmente creduto a niente, se non alla propria dannazione”. Il punk era più una curiosità per soggetti eclettici e variopinti. Io ne avevo sentito parlare per la prima volta a L’Altra Domenica. La droga stessa era all’inizio un fenomeno che rendeva fichi quelli che avevano il fegato di provare. Io ne ero più o meno terrorizzato non foss’altro per lo schifo che mi faceva la puzza di fumo delle sigarette. Se questa era la mia considerazione per hascis e mariuana, figuriamoci che cosa potevo provare di fronte all’orrore di iniettare qualcosa di sconosciuto nelle mie vene. Anche questo era dunque un elemento di lontananza dal mondo di Autonomia. Non ho mai provato a farmi uno spinello e non ne ho mai provato la curiosità. Su altre deviazioni non rilascio dichiarazioni.

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Io ero per la militanza esclusiva, che per altro era un grande elemento di identità generazionale, in tutto il paese. Ricordo come una grande esperienza collettiva la partecipazione alla Festa Nazionale de l’Unità di Napoli, nel 1976 (alla Fiera d’Oltremare) e anche quella – in verità ripensandoci ho un maggiore senso di pesantezza – a Modena (che se non altro è stata l’occasione per Antonello Venditti di scrivere la sua canzone più bella, con quei leggendari fiati di Gato Barbieri). Molto meglio, forse anche per la maggiore consapevolezza della vita che danno i 18 anni, quella dell’anno successivo a Genova.

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Copertina Der Spiegel 25 luglio 1977 pistola negli spaghetti. (Quella che ho trovato è la riproposizione del 1994 della stessa copertina, sempre in chiave antitaliana).

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Altra passione per la comicità surreale è la serie di cui ricordo 5 Matti Al Supermercato. La comicità francese, ancor prima della lunga storia d’amore con Parigi, era nelle mie corde. Non so che reazione potrebbe avere Alessandro oggi se lo costringessi a vedere un film di Jaques Tati, ma a me divertiva moltissimo, come adoravo Fantomas. Nell’ottobre del 1977 riaprì, dopo una ristrutturazione di alcuni mesi una sala cinematografica storica di Imola, il Modernissimo e lì vidi i cinque ragazzi francesi che mi facevano tanto ridere. Chissà che fine avranno fatto? Dopo quei due anni di successi ne ho perduto le tracce.

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L’inventore della definizione PCI: Partito di lotta e di governo, fu Gianni Cervetti, che a noi della FGCI non stava molto simpatico, ma visto che sedeva alla destra del “dio rosso”, non solo doveva essere tollerato, ma doveva essere amato.

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Ammetto che ci possano essere discrepanze, ma essere più preciso su una cosa successa trent’anni fa non è possibile. Sulla base dei giornali dell’epoca ho più o meno ricostruito l’elenco dei film che ho visto quell’anno. Naturalmente non sono tutte pellicole uscite nel ’77, ma soprattutto il mitico Circolo del Cinema che faceva la sua programmazione al Trieste, proponeva cose “antiche”, che hanno permesso ai giovani di allora di vedere grandi film, a me sconosciuti fino a quel momento.

Ecco qua: Il deserto Dei Tartari; Suspiria; Charleston; La Cagna; Mr Miliardo; Amore Vuol Dir Gelosia; Febbre Da Cavallo; La Grande Abbuffata; Emanuelle, L’Antivergine; La Pantera Rosa Sfida L’Ispettor Clouseau; Un Borghese Piccolo Piccolo; Historie D’O; Decameron; Casanova di Fellini; L’Ultima Follia di Mel Brooks; Barry Lyndon; Cassandra Crossing; Electra Glide; Passi Furtivi in Una Notte Boia, Il Maratoneta, Harold e Maude,  Piccoli Omicidi; Sturmtruppen; Rio Lobo; I Guappi; Dillinger è Morto; Il Prestanome; Gli Ultimi Fuochi; Johnny Prese il Fucile; Quinto Potere; Il Re Dei Giardini di Marvin; Non Toccate La Donna Bianca; Rocky; La Stanza Del Vescovo; La Presidentessa; Lettere ad Emanuelle; Geronimo; Salò e Le 120 Giornate di Sodoma; Il Genio.

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Il ballo era di destra, per cui non ci si può aspettare che possa raccontare chissà cosa. I locali erano pochi, come adesso, ma i nomi pressoché dimenticati: Case Volta – Verde Luna, Piro – Piro, la Vera Belluga, che in qualche momento non era solo una piscina, mi pare di ricordare di tanto in tanto qualche ricevimento esclusivo, notturno. Il posto dove sono andato più spesso era il Piro di Toscanella, ma credo che siano sufficienti le dita di una mano a farne il totale. Il ricordo più nitido è tardo, del 78, o inizio 79, con il concerto di Dee Dee Jackson. In seguito il mio posto preferito divenne lo Splash di Forlì, che proponeva Rock anni ’70 e i Talkin Heads.

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Il July Bar era il bar della sinistra (oggi potremmo dire: riformista). Certo, a Imola c’erano diversi bar dove si trovavano i militanti del Pci (una mappa precisa è comunque impossibile anche per me: il bar Gelo, il Pineta, la Boccifila, Gastone), nella piazza delle corriere, Piazza Medaglie d’oro, c’erano quelli del Psi (all’Eden si facevano diverse feste di scuole medie superiori), “gli estremisti” (ammetto di questi, ho un ricordo davvero vaghissimo, ma dalla memoria riemerge La Sala da The, il luogo delle femministe, ho la sensazione che fosse dalle parti di via Emilia, più o meno di fronte al vecchio Marangoni).

Ma il July era una specie di famiglia dove confluivano diverse compagnie di amici: era il luogo di incontro per le vasche delle 19, per i sabati sera e per le domeniche pommeriggio.

A portarmi lì per primo fu, credo, Vanni Bertozzi, nel 1975.

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Un’altra attività fichissima era andare a casa degli amici. La mia compagnia aveva diversi punti di riferimento, ma due in particolare: Casa di Gemini e Casa di Fabio.

Il core business delle due case era la musica. In modo diverso si trattava di due esperti. Gemini era meno scientifico. A casa sua ci si stravaccava in un posto che nella memoria mi sembra più una cantina che un salotto e si ascoltava musica. E’ da lui che ho scoperto Vasco Rossi. Certo Jackson Browne era il suo modello (andò dal barbiere con un disco, gli mostrò la copertina e gli disse: i capelli li voglio così!), ma lo conoscevo già da un po’. Lì venivano gli amici meno impegnati politicamente, e il clima complessivo era più stravaccato. Giravano un po’ di spinelli, roba da poco, tanto che i miei ostinati rifiuti non mi costavano fatica ed erano accettati giusto con un po’ di scetticismo, ma nulla più.

Casa di Fabio era una specie di tempio. Fabio era (ed è) l’Esperto di musica. Tutto il rock progressivo, il rock americano e inglese che ho masticato in quegli anni lo debbo a lui. Lui si atteggiava anche a “sacerdote laico”, in questo luogo di culto della musica. Essendo un eccellente cuoco, molto spesso accanto alla musica ci faceva assaggiare dei cocktail  fantastici (il suo Negroni era leggendario) e non sono state rare delle cene luculliane a base di musica e delizie da alta cucina. Con Marco e lui aprimmo una trasmissione a radio Logica (“L’Altra Faccia Della Luna”) che è una delle cose che mi ha fatto amare il lavoro che poi ho scelto di fare.

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La Musica popolare è stata senza dubbio la più creativa di tutto il 900. La canzone, il ballo e il disco l’hanno valorizzata e resa preziosa, fors’anche per la sua brevità. E’ finalmente il momento di non pensarla più come una musica caduca, che vive il tempo di una moda per venire poi dimenticata subito dopo, ma come un’espressione artistica che, specchio di un momento storico, rimane viva e vitale così come è accaduto per la musica importante , la classica, il melodramma, la rapsodica. (Renzo Arbore nella presentazione del documentario L’uomo che sconfisse il boogie di Davide Cocchi, trovato nel blog Cinema Bagnacavallo)

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Avevo pensato di inserire alcuni pensierini che metto qui in un paragrafo de: Il Mio 1977, che chissà quando finirò, ma ho incrociato due reperti che mi hanno convinto a dedicare un post a parte alle balere. anche perchè sono molto precedenti le sensazioni e i ricordi.
Il primo reperto è il documentario sopra citato. Il secondo è
“Permette un ballo, signorina?” di Andrea Mingardi. Il libro, in effetti, si occupa di locali, della parabola di grandi interpreti dalla fine degli anni ’50 alla fine degli anni 70. Locali, puzza di fumo, viveur… Di una Bologna mitica, ancor più mitica perchè non c’ero, non l’ho vissuta e ne ho solo sentito echi lontani. Mingardi è un personaggio: un leone di provincia, uno sborone, che se lo può permettere. Tra sette mesi, credo, torneremo a fare cose insieme, come abbiamo fatto 4 anni fa, divertendoci e lasciando, mi auguro, qualche segno di qualità.
Ma ciò che mi ha ricordato questo documentario e questo libro è il rito delle serate del liscio: la sigla, l’inno del complesso (del gruppo, si diceva negli anni 70). Diego e il Suo Complesso, Agostino e i Folk, Armando… erano quelli che arrivavano con il loro impiantino e, gli organizzatori, portavano a casa la serata con 15 – 20 mila lire (a metà degli anni settanta, quando avevo accesso alle amministrazioni delle Feste de l’Unità). Poi c’erano “i grossi”: Baiardi, Castellina Pasi, Leo Ceroni e La Sua Orchestra, Gemano Montefiori, Henghel Gualdi, Michele, Raul Casadei, Renzo Il Rosso, Romagna Mia, Secondo Casadei (anche se di lui ho davvero solo un ricordo sfuocatissimo), Silvano Prati.

Per il resto ho più il ricordo dei racconti, che immagini nella mia memoria, ma non credo che saprei raccontare le serate meglio di come fa Francesco Guccini nella sua introduzione al libro di Mingardi: “… Intorno alla pista c’erano i tavolini, ai quali sedevano le femmine. Non sole, però, perchè guardate sorvegliate dalle “vecchie”: nugoli di mamme, nonne, zie e vari altri gradi di parentela, lì apposta a controllare che tutto si svolgesse nella più assoluta pudicizia e castità. Se la cosa poteva avere riscontri negativi, lo sguardo con cui le “vecchie” scrutavano il malcapitato non era sempre umano: c’erano anche aspetti positivi a bilancia, chè il giovinetto poteva facilmente vedere e capire cosa sarebbe diventata, di lì a pochi anni, la spasimata di turno, e togliersi quindi dal capo eventuali idee matrimoniali che, in un momento di debolezza, avrebbero potuto coglierlo. Gli uomini raramente sedevano. A branchi come cervi in fregole, soggiornavano qua e là fumando nervosi e guardando in giro, commentando tiepidamente, osservando chi c’era e chi non c’era. Dopo i primi due o tre giri a vuoto si decidevano e sciamavano all’interno. Il rituale era questo, di due tipi. I sicuri di sè, i più fascinosi, chiome lucenti di brillantine e cravatte indicibili, si avvicinavano al tavolo della bella, guardavano distrattamente da un’altra parte, muovevano all’intorno l’indice della mano destra ed emettevano un breve fischio. La poverina si alzava di scatto come spinta da un arcano desire, e i due iniziavano a vorticare. In questi casi ballavano attaccati senza che tra i corpi potesse passare un filo d’aria e la mano destra di lui, messa all’inizio sulla vita, scendeva inesorabile dopo pochi secondi a palpare penosamente il culo. Gli altri, i meno in quota, dovevano avvicinarsi al tavolo, inchinarsi leggermente e timidamente domandare: “Balla, signorina?”. La signorina interpellata poteva anche alzarsi con la stessa espressione di chi si reca dal dentista, sbuffando di dolore, o noia, solo per far vedere a quell’altro col dito e fischio che sì, lui era andato con un’altra stronza, ma lei non gliene fregava niente, e ballava anche con quel relitto lì. In questi casi si ballava a distanze chilometriche e, nonostante il grande spazio che separava i due, lei poteva sibilare un: “Non stringa per piacere!” E lì, com’è naturale, la conversazione mondana tentata dal malcapitato si faceva necessariamente molto più sobria. Oppure poteva guardare l’invitante dalla punta delle scarpe al sommo della chioma , voltare la testa e dire distrattamente: “no grazie” e il rifiutato doveva precipitarsi a invitare un’altra sperando nel sì prima che le danze fossero troppo avanti. Un amico giura che sentì rispondere una volta: “Proviamo anche questa”. Il che, ammettiamolo, non è molto incoraggiante. Dice anche che non ballarono stretti”… 
* * *
In effetti c’è una cosa che io ho fatto bene. Sulla quale non credo che avrei avuto rivali in Europa, ma non so come si chiama, questa cosa che io ho fatto tanto bene. La definirò così: lo strillone sulla macchina con le trombe ed è un’attività che si è estinta. Purtroppo.
Oggi la più famosa, unica sopravvissuta, è quella dell’arrotino, ma funziona con un nastro registrato e non vale il confronto…  Una volta, quando ero piccolo, le macchine (normalmente Topolino color fumo, poi – nella modernità – i Maggiolone) facevano la reclame a qualsiasi cosa. 

Io sono diventato un grande per pubblicizzare la festa de l’Unità di via Fornace Gallotti (che non si fa più da quarant’anni). Ricordo una giornata memorabile quando si attendeva – nella zona dei campi da bocce (dove si faceva la festa e dove la zona spettacoli era costituita da una pista da ballo in legno, montata per l’occasione, che poteva contenere sì e no 300 persone), dietro il Bar Turista, sulla via Emilia – una star: Eugenia Foligatti. Si trattava di una grande voce, ma che nel 1967 era in grave declino. Partii con Enzo Mirandola (che era il segretario della sezione Lenin, che si stava staccando da Pontesanto) o forse con Tonino Mimmi (uno dei militanti più assidui) e mi sgolai per tutta la giornata urlando: “Paartecipaate questa sera alle 21 allo straordinario concerto di Eugenia Foligatti e la sua orchesta, Paartecipaate e fate partecipare allo spettacolo di Eugenia Foligatti della Rai Tv. Eugenia Foligatti vi attende questa sera alla Festa de l’Unità di Fornace Gallotti…” il microfono gracchiava un po’ ed ogni tanto si bloccava, ma alla fine coprimmo con dedizione buona parte della Romagna. Io mi divertii come un pazzo, anche perchè di tanto in tanto gettavo dal finestrino i volantini (e la cosa mi dava un notevole piacere).
Si trattò della mia prima esperienza di marketing politico di cui sono stato protagonista e forse anche di un caso da Telefono Azzurro.

La serata causò il deficit della festa, ma aveva generato una stella tra gli strilloni delle macchine con le trombe: io.
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7 2 2007
Il tempo delle passioni tristi. Questo è un tempo nel quale non ci si entusiasma per la politica. Non c’è più la spinta del passate. Anche se in passato spesso si è rivelata un’allegria sinistra…(sorrisi e commenti in sala)… ci sono lingue che hanno due parole diverse, noi ne abbiamo una con due significati diversi… Non ci sono entusiasmi. Una delle ragioni è che le nostre emozioni politiche sono tutte al tempo passato. Se la politica vive di emozioni passate, si rivolge a generazioni che hanno vissuto quelle esperienze. La politica dovrebbe suscitare emozioni per il futuro… (Massimo D’Alema, Roma, Teatro Capranica, 6 febbraio 2007, Presentazione Mozione Fassino)

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