Una Storia Minima del Calcio

(Il 19 gennaio del 2010 ho pubblicato questo esempio magistrale di giornalismo locale, curato da Paolo Zanelli)

Imolese stagione 68 69

La Birreria Passetti, il Tiro a Segno, il Prato della Rocca, un Moratti ed un don Tagariello ante litteram. E’ una storia che comincia 90 anni fa, quando il mondo usciva dalla Prima Guerra Mondiale e la febbre del football (rigorosamente all’inglese, il «palone» con una sola «elle» alla romagnola sarebbe arrivato poi) stava diffondendosi nel mondo. Il primo «malato» imolese fu Piero Toschi, che diffuse ad Imola il seme (ovvero il pallone) del nuovo sport prima della Grande Guerra, usciti dalla quale si decise che era tempo che anche Imola si aggiungesse alla lista delle città con una squadra: nacque così nella Birreria Passetti l’Imola Football Club, colori rossoblù a strisce verticali, si gioca al campo del Tiro a Segno.
Non c’è squadra senza campionato: si comincia nel 1922 con la Quarta Divisione contro il Club Aurora Bologna, perdendo 2-1 una partita con una cinquantina di tifosi (più o meno il numero dei paganti alle partite di oggi, per la serie «chiudiamo il cerchio») ad assistere a bordo campo alla partita. La prima scintilla con la promozione in Terza Divisione e l’addio al Tiro a Segno, passando dal Prato della Rocca, fino allo stadio delle Acque Minerali, nuova casa della neonata Unione Sportiva Imolese. Oddio, stadio: quello inaugurato per la sfida con il Castel Bolognese (1925) è una capanna come spogliatoio ed una tribuna in legno che a confronto quella in Tubi Innocenti pre-tribunona era qualcosa di lusso. Con il campo, arrivano anche i risultati: l’Imolese pian piano sale le scale del calcio e, dopo aver battuto nel gironcino di qualificazione Faenza e Castel Bolognese, si aggiudica il campionato emiliano di Seconda Divisione con il 2-0 a Bologna sul Modena Riserve.
 (Sabato Sera)

Imolese il gol di Rubinato alla Spal

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Imolese Omar Sivori, Bombarda e Stacchini

Il giornale di Imola, sabato sera, ha dedicato uno speciale di 16 pagine ai 90 anni di storia della squadra di calcio della città. E’ stato un ottimo lavoro frutto della pluridecennale collaborazione di Paolo Zanelli e Angelo Dal Pozzo e della solita pennellata di classe di Walter Fuochi. Mi fa piacere postarne il contenuto per i lettori imolesi del mio blog che si sono perduti il giornale e per i romagnoli che potranno ritrovare un pizzico della loro storia sportiva. Non ho molto da aggiungere a quanto scritto. Solo un ricordo vago di racconti di vecchi militanti del PCI: era il primissimo dopoguerra e l’Imola affrontava in una partita importante “l’odiato Lugo” nel Prato della Rocca. Tra i giocatori avversari, qualche tifoso accorso ai lati del campo da gioco riconobbe uno che aveva fatto parte di una squadraccia fascista. Si diffuse la voce e un gruppo di imolesi entrò in campo per andare a prendere il lughese che, appena in tempo, si accorse delle intenzioni degli imolesi inferociti. Cominciò a correrre e imboccò via Garibaldi con dietro una ventina di tifosi: corse, corse senza fermarsi e risucì a trovare riparo nel commissariato di polizia, 400 metri più in là. Questo per dire il clima di passione sportiva e passione politica in cui si giocarono alcuni incontri… Ma l’Imola, al di là delle vicissitudini societarie, dei fallimenti, degli errori di gestione a volte clamorosi non ha mai trovato, dopo i Resta un proprietario facoltoso al punto di mettere in piedi una squadra davvero di altissimo livello. L’esempio del Chievo – al di là di momenti epici raccontati anche da questo specialone (come il mitico gol di Rubinato il 2 novembre del 1969 alla Società Polisportiva Ars et Labor, la Spal) – è davvero troppo lontano dalle sponde del Santerno.

Imolese Omar Sivori, Bombarda e Stacchini

Sedici pagine per raccontare 90 anni di storia. Pochissime, perché a volte non basta un libro, ma sono fotografie, ricordi, istantanee dei momenti più significativi. Come queste tre immagini che abbiamo scelto di rappresentare in una sorta di copertina. Cioè la squadra del 1968/69 che dominò la serie D e che ha come protagonisti l’allenatore Pantani, poi Lama, Ricci, Mazzotti, Baldisserri, Andreoli, Berardi, Dolcini e l’altro Baldisserri. Sotto invece ci sono Govoni, Zagatti, Rancati, Bighini, Gamberi, Lodetti e Mazzoli. L’altra foto è un momento storico, come la gioia nello spareggio di Fano del 13 maggio 1990, dopo il gol in rovesciata di «Bobo» Del Monte contro il Gualdo Tadino, qui ritratto assieme a Gianni Ardizzon e a Ugo Ricci. L’ultimo scatto rappresenta un’altra gioia, quella della conquista della serie C2 dopo lo spareggio di Lugo contro il Forlì, con i giocatori che portano in trionfo Nevio Valdifiori.
Queste sedici pagine le abbiamo ordinate secondo un criterio cronologico, dividendo la storia rossoblù in sei grandi periodi, dagli anni ruggenti fino al presente, le abbiamo colorate con qualche intervista a chi l’ha seguita più da vicino negli ultimi 40 anni, come «Palinò» Adriano Costa e come il microfono radiofonico Gigi Ravaglia. Abbiamo cercato di individuare le «sei» partite più importanti, facendo parlare i protagonisti che le giocarono.
Abbiamo infine dato importanza agli sponsor che sono più vicini alla società, come Arredoquattro, Fabbi, Micro-Vett e Bcc, tutti altamente interessati al settore giovanile, del quale abbiamo pubblicato tante foto. Insomma uno spaccato di vita per una società che, pian piano, vorrebbe tornare ai livelli che le competono, come ci spiega Mauro Lelli. Una squadra che, con quei colori rosso e blu, continua a rappresentare una città intera e che vorrebbe provare a ritrovare il più possibile il calore dei suoi tifosi.
p.z.

di Walter Fuochi
E’ più facile ricordarsi facce e storie, se ormai stingono in lontani ricordi, piuttosto che la stagione esatta. Metà anni Settanta, o poco oltre. L’anno di Vavassori, l’etichetta indelebile: nitido come fosse ieri. Correvamo, in un gruppetto, le prime avventure giornalistiche. Ci saremmo rimasti dentro: tanti, se non tutti. Ci dividevamo tra il calcio e il basket, tribune stampa come banchetti di scuola. Lo stadio delle Acque alle due e mezzo, la Virtus al palazzetto alle cinque e mezzo. La «doppia», spesso. E se non erano trasferte lunghe, anche una in casa e una fuori.
All’Imola era diventato presidente Graziano Bassi: quello dell’Olimpia. Nient’altro, allora. Vavassori, Giuseppe di nome, ex portiere di qualità, anche alla Juventus, e poi al Bologna, era l’allenatore. Bassi lavorava nella ristorazione. E, curando le cibarie dell’autodromo, era entrato in contatto con Luciano Conti, che aveva entrature nell’Automobil Club, padrone della pista, ed era presidente del Bologna. S’accordarono affinché l’Imola ne diventasse una piccola succursale: dal Bologna furono prestati, oltre al tecnico, una decina di giocatori, freschi di campionato Primavera. Il nerbo della squadra era quello, Vavassori li allenava come un burbero paparone, loro in campo ci davano parecchio. Erano tutti in carriera, targati Bologna e convinti di tornarci, o di guadagnarsi un accesso verso il calcio «pro». Non valevano le primissime, era un’Imola acerba, ingenua, che però poteva, nel giorno azzeccato e sulla partita secca, batterle tutte. La fecero grossa a fine campionato: sotto una pioggia monsonica, a San Lazzaro, perché a Imola c’era qualche mondiale sul circuito, rifilarono quattro gol al Carpi d’un allora imberbe e già fortissimo Bagni. Quella stangata consegnò la vittoria nel campionato di D, e relativa promozione, ai rivali del Carpi nel testa a testa d’un anno intero: il Forlì.
Non s’era coetanei: noi, di poco più grandi. Si faceva molto la stessa vita. I bar, i cinema, le feste in casa, le domeniche al Piro, le vasche in centro. Conoscevo bene Zinetti, che sarebbe diventato il portiere del Bologna, e d’altre squadre di A. Conoscevo Tinti, che avrebbe sfondato come agente e oggi è uno dei più grossi d’Italia (ci si sente, ogni tanto, mai una notizia, ma è la regola della casa). Conoscevo Gabrielli e Gini, Guidazzi e Mazzeni, ognuno poi avviato verso una propria carriera, più o meno diritta, chi confinato alla C, chi un po’ più su, secondo i tragitti bizzarri e capricciosi del pallone.
In squadra c’erano anche alcuni anziani. Si fa per dire, trentenni. Beppe Trinca lo conoscevamo da una vita: era lo stesso che «sfilottava» a biliardo. Quadalti era un vecchio ragazzo che s’era affacciato anche in A, accanto a Bulgarelli, e veniva a chiudere coi calci a due passi dalla sua Bubano. Altri sarebbero arrivati poi, incluso quel Baraldi, lui da Modena, non da Bologna, che giocava stopper e adesso non smette mai giacca e cravatta da grande manager, per fare il dirigente del Bologna, già passato per Parma e Lazio. E per fare, in queste ore, la parte di quello che ha vinto un braccio di ferro con Moggi: mica poco, malgrado il declino dell’ex onnipotente Big Luciano. Tante vite, tante storie, da quell’anno pressoché preistorico, targato dal nome di quello che non c’è più. Beppe Vavassori morì, poco dopo, d’un male senza pietà, molto pianto da ragazzi che l’avevano amato, oltreché seguito e rispettato. Con lui, dopo l’allenamento, nei pomeriggi d’inverno che imbrunivano nella sera, ricordo lunghe chiacchierate sul calcio, nello stanzino dove la doccia gli aveva appena lavato via l’umido della nebbia e del lavoro. Forse ero anch’io, pur non dovendo mai rincorrere una palla, o un mediano avversario, uno dei suoi ragazzi.

Gli Allenatori

Tantissimi nei 90 anni di storia dell’Imolese gli allenatori che si sono succeduti; da quelli prima e durante la guerra, come gli ex giocatori del Bologna e della Nazionale, Borgato e Gianni, Forlivesi, ex calciatore del Genoa e pure lui della Nazionale, Taddei, De Petri; a quelli dopo il conflitto e fino agli anni ’60, fra i quali citiamo Baruzzi, Ceci Costa, Patuelli, Baroncini, Galli, Martini, Fiorentini, «Foffo» Beltrandi (giocatore e allenatore nello stesso tempo), ex calciatore di Fiorentina, Udinese e Napoli, Matteucci, Tagliasacchi. Da lì in avanti le memorie sui trainer rossoblù appaiono più nitide in chi ha vissuto da vicino, o addirittura da dentro, le vicende dell’Imolese.
Fra questi c’è Adriano «Palinò» Costa, che ha attraversato tutte le società che si sono avvicendate dal 1967 ad oggi. Di lui leggerete la storia in un’altra parte di questo speciale sui 90 anni dell’Imolese. Qui ci preme invece ricordare alcuni degli allenatori che in un modo o nell’altro hanno lasciato il segno; per i risultati ottenuti, per il carisma, per l’originalità. Senza con questo dimenticare i vari Nencetti, Quadalti, Marini, Bezzi, Ferrari, Ricci Petitoni, Flamigni; nonché gli imolesi Beltrandi (ritornato sulla panchina rossoblù 8 anni dopo la prima volta), Zanetti, Gieri, «Gustò» Battilani, «Ba-gareta» Gardelli, «Cicci» Toschi, Sassi, Strano, che hanno comunque dato il loro contributo alla causa.
Al vertice di questa immaginaria piramide di tecnici eletti, non può che esserci colui che per conoscen-ze, per acume calcistico, per la carica che sapeva infondere nei giocatori e per il traguardo che ha centrato (ha portato l’Imolese più in alto di tutti gli altri, ossia in C, terzo campionato italiano) è stato senz’altro il «migliore»: ovvero il defunto Arnaldo Pantani.
«Era un grande organizzatore e possedeva una spiccata personalità – ha sottolineato “Palinò” -. Si occupava di tutto e sul mercato era un vero segugio, oltreché un navigato affarista».
Un altro che si è distinto è stato senza dubbio Giuseppe Vavassori (anche lui purtroppo ci ha lasciati prematuramente). «Di “Vava” mi è rimasta soprattutto l’umanità – ha ricordato Costa -. Non ha vinto nulla con l’Imolese, ma si è rivelato un grande maestro per tutti quelli che hanno avuto la fortuna di lavorare al suo fianco».
Nella galleria dei tecnici più apprezzati da Costa c’è senza dubbio l’appassionato di cucina Mimmo Grassotti. «Un tipo affabile e molto socievole, che aveva saputo dare alla squadra un gioco piacevole ed efficace, soprattutto in attacco».
Non sono mancati i cosiddetti «signori» per l’educazione ed eleganza nei modi: Paolo Dal Fiume ad esempio: «Davvero un gran signore sotto tutti gli aspetti e pure bravo ad insegnare un calcio moderno, col quale ci portò in C2, anche se poi non la giocammo». Dino Panzanato: «Eccellente professionista la prima volta, quando seppe pilotare la squadra al secondo posto dietro al Lugo di Zaccheroni; del tutto irri-conoscibile la seconda, quando retrocedemmo con largo anticipo in Eccellenza. Un altro appartenente a questa stirpe è Angelo Alessio: «Grande professionalità e straordinaria capacità di trasmettere i propri concetti».
E poi c’è chi ha vinto dei campionati, come Vilmer Ferri: «Allenatore energico e uomo sostanzialmente onesto»; Nevio Valdifiori: «Estroverso il giusto ed eccellente motivatore»; Loris Galli: «Ha vinto un campionato di Promozione, ma qui è passato praticamente inosservato».
Poi quelli con indubbie doti, che però non hanno lasciato il segno, come Franco Cresci: «Diligente, ma sfortunato a non aver avuto per le mani squadre competitive»; Bruno Boschi: «Eccessivamente introverso e imprevedibile»; Romeo Azzali: «Troppo morbido».
Nella panchina dell’Imolese si sono seduti anche tipi un po’ «speciali» per i loro modi di fare, come ad esempio Giancarlo Magrini: «Pittoresco e a volte buffo negli atteggiamenti» così l’ha dipinto «Palinò»; Giorgio Rumignani: «Molte chiacchiere e poca sostanza».
E alcuni un po’ aggressivi come Bruno Rinaldi: «Esuberante e troppo nervoso»; e anche l’attuale allenatore Pietro Assennato: «Carattere vulcanico, ma mental-mente portato ad insegnare calcio».
E come non ricordare le persona-lità forti come Cristiano Bergodi: «Uomo di polso in grado di far presa sui giocatori»; e Salvatore Bianchetti: «Condottiero puro, che sapeva coinvolgere la squadra come pochi».
Infine un tecnico un po’ fuori dagli schemi, Marco Menghi: «Per tutti noi una specie di figliol prodigo – ha detto Costa -, dal quale ci aspettavamo di più e che poteva fare certamente meglio».
Angelo Dal Pozzo

Le Origini

La Birreria Passetti, il Tiro a Segno, il Prato della Rocca, un Moratti ed un don Tagariello ante litteram. E’ una storia che comincia 90 anni fa, quando il mondo usciva dalla Prima Guerra Mondiale e la febbre del football (rigorosamente all’inglese, il «palone» con una sola «elle» alla romagnola sarebbe arrivato poi) stava diffondendosi nel mondo. Il primo «malato» imolese fu Piero Toschi, che diffuse ad Imola il seme (ovvero il pallone) del nuovo sport prima della Grande Guerra, usciti dalla quale si decise che era tempo che anche Imola si aggiungesse alla lista delle città con una squadra: nacque così nella Birreria Passetti l’Imola Football Club, colori rossoblù a strisce verticali, si gioca al campo del Tiro a Segno.
Non c’è squadra senza campionato: si comincia nel 1922 con la Quarta Divisione contro il Club Aurora Bologna, perdendo 2-1 una partita con una cinquantina di tifosi (più o meno il numero dei paganti alle partite di oggi, per la serie «chiudiamo il cerchio») ad assistere a bordo campo alla partita. La prima scintilla con la promozione in Terza Divisione e l’addio al Tiro a Segno, passando dal Prato della Rocca, fino allo stadio delle Acque Minerali, nuova casa della neonata Unione Sportiva Imolese. Oddio, stadio: quello inaugurato per la sfida con il Castel Bolognese (1925) è una capanna come spogliatoio ed una tribuna in legno che a confronto quella in Tubi Innocenti pre-tribunona era qualcosa di lusso. Con il campo, arrivano anche i risultati: l’Imolese pian piano sale le scale del calcio e, dopo aver battuto nel gironcino di qualificazione Faenza e Castel Bolognese, si aggiudica il campio-nato emiliano di Seconda Divisione con il 2-0 a Bologna sul Modena Riserve.
Prima Divisione vuol dire anche stadio vero: via le palafitte e dentro una tribuna da fare invidia ai migliori stadi d’Italia, con la denominazione «Campo Sillano» che fa capire come sia cominciato sul serio quel periodo in cui in Italia il sabato c’è qualcosa da fare obbligatoriamente e ci si veste di nero anche d’estate. Ma la prima stagione in Prima Divisione (1934/35) è un disastro: Imolese ultima e retrocessa, semplicemente la categoria è troppo per una squadra che ha perso buona parte dei pezzi della promozione causa «posto al sole da conquistare e mantenere» ed ha problemi econo-mici.
L’Unione Sportiva Imolese saluta e nasce il Gruppo Sportivo Zardi, per il quale serve un «Moratti ante litteram»: spesa direttamente proporzionale alla passione, Vico Minguzzi ci mette lo zampino e l’Imolese, dopo un paio di anni in Prima Divisione dove i rossoblù restano per meriti sportivi, con-quista la promozione in C. Annata 1940/41: allenata dal pisano Gianni, l’Imolese si piazza quinta dietro a Pescara, Ravenna, Teramo e Forlì nella prima serie C della propria storia. Altre due stagioni di onorato servizio in C, poi venne la guerra, che lasciò il segno nel cuore (morirono Balbi, Balducci e Ferri) e nell’anima (tribuna bombardata, campo minato) del calcio sotto il Monte Castellaccio, che torna al vecchio amore del Prato della Rocca. La serie C è casa dei rossoblù, con altalena fra buoni campionati, retrocessioni e promozioni. Nella seconda C della storia, stagione ’49/50, conquistata l’anno precedente al termine di una fantastica cavalcata (prima Imolese 55 punti, seconda Salsomaggiore 48), giocò anche il grande Amedeo Biavati, quello del famoso «passo doppio», che con la maglia della Nazionale italiana aveva vinto i mondiali di Francia nel 1938 e con quella del Bologna 3 scudetti. Biavati approdò all’Imolese che aveva solo 34 anni, ma era già piuttosto logoro. La gloriosa ala destra deluse, anche se realizzò 6 gol, risultando il quarto cannoniere dietro a Villa, Gardenghi e Morini, in una squadra che si piazzò quintultima e retrocesse (quell’anno andavano giù le ultime sei).
Fra Promozione e serie C, però, la novità è la maglia rossoblù con le strisce che passano dal verticale all’orizzontale. Poi siamo ai «corsi e ricorsi»: anche allora faceva furore (come sarà 50 anni dopo) un Villa al centro dell’attacco rossoblù, poi nel 1954/55 avanti con un predecessore di Don Tagariello, quel don Frascari che assieme a Bacci, Rotelli e Baiardi rilevano la società da Minguzzi. I pali sono sempre quadrati, la Promozione è la casa dell’Imolese fino al 58/59, quando i rossoblù di Martini vincono lo spareggio di Reggio Emilia con il Viadana (Nannetti, Peli, Sangiorgi) guada-gnandosi la serie D. Una serie D, che oltre a presidenti come il dottor Lincei e Resta, porta anche il trasloco momentaneo a Pontesanto, ma soprattutto (anno di grazia 1967) la panchina affidata a Pantani, uno che per l’Imolese ebbe più o meno l’effetto che ebbe Herrera all’Inter. Un effetto acuito dai 39 gol in due anni di bomber Rancati: la stagione 68/69 è roba da stropicciarsi gli occhi con l’Imolese che vince il campionato con 10 punti di vantaggio sulla Fermana e torna in serie C dopo 19 anni.
Andrea Mirri

Fausto Lodetti

Uno dei giocatori protagonisti dell’Imolese che riuscì a stare tre stagioni nel terzo campionato italiano fu Fausto Lodetti. Nato nel ’50 e fin da bambino speranza del settore giovanile rossoblù, dove fece tutta la trafila, esordì in prima squadra in D, proprio nell’anno della trionfale promozione in C, vale a dire nella stagione 1968/69. Terzino destro vecchio stampo, ordinato, stilisticamente pulito, veloce e puntuale nell’anticipo. Doti che indussero la Reggiana, allora in serie B, ad acquistarlo per la considerevole cifra (per quei tempi) di 25 milioni più due giocatori, il portiere Ciccarelli e il difensore Bonadonna.
«Nel contratto c’era però una clausola – ha ricordato Lodetti -. Nel caso in cui non mi avessero confermato entro novembre, sarei tornato all’Imolese, che avrebbe incassato solo 5 dei 25 milioni, ma si sarebbe rimasta sia Ciccarelli che Bonadonna. Un buon affare comunque. Meno per me, che a causa prima di una puntura di un insetto e poi di un infortunio, non giocai nemmeno una partita con la Reggiana e quindi non ebbi modo di mettermi in mostra».
Fausto tornò all’ovile in occasione del mercato autunnale e in un momento in cui l’Imolese aveva bisogno di rafforzarsi in difesa.
Ma come si viveva il calcio a Imola allora?
«In un modo molto diverso da oggi – ha ricordato Lodetti -. In quegli anni il calcio era lo sport predominante in città. Allo stadio andavano di media 1.500 spettatori e le vicende della squadra erano vissute con passione un po’ in tutta la città. Soprattutto nell’anno che vincem-mo la D l’entusiasmo arrivò alle stelle. Un entusiasmo mai più riscontrato in seguito».
In C il primo anno fu più che positivo.
«Arrivammo settimi e ci togliemmo la soddisfazione di vincere a Ferrara con la Spal, anche se quel giorno non c’ero, essendo ancora a Reggio, e poi anche col grande Ascoli di Mazzone, al termine di una partita che giocammo in maniera magistrale. Io quel giorno marcavo Campanini, che poi arrivò fino in A».
Quale era il punto di forza di quella squadra?
«Il gruppo. Eravamo tutti molto uniti e affiatati. Poi c’erano anche buone individualità; Amadori, Andreoli, Rubinato, Lucchitta, Govoni. Non c’era un fuoriclasse alla Rancati come l’anno prima, ma tanti buoni giocatori complementa-ri fra loro. La qualità non mancava e il potenziale c’era per ben figurare in C».
L’allenatore Pantani com’era?
«Era un tecnico un po’ improvvisato. In allenamento ci faceva fare il minimo. La preparazione precampionato con lui in pratica non esisteva. Però conosceva i giocatori e sapeva caricarci come pochi».
Il secondo anno Pantani decise di fare solo il direttore sportivo e affidò la squadra a Tagliasacchi. Pur vendendo un solo giocatore, Agostini alla Massese, l’Imolese non riuscì ad esprimersi agli stessi livelli e si salvò all’ultima giornata pareggiando a Imperia.
«Oltre ad Agostini non c’era nemmeno l’euforia della stagione precedente, quella della C appena conquistata. Inoltre Tagliasacchi, che pure era un gran preparatore e un tattico molto preciso e minuzioso, aveva un carattere troppo fragile. Non sapeva gestire le sconfitte. Ricordo che in Sardegna, dopo la sconfitta con la Torres, e in attesa della sfida con l’Olbia, ci fece vivere una settimana da inferno. Io ho sempre pensato che un bravo allenatore si vede soprattutto quando si perde. Comunque anche il secondo anno ci togliemmo una bella soddisfazione, quella di pareggiare in casa del Genoa».
Il terzo anno fine dell’avventura.
«La squadra venne rivoluzionata e si capì subito che eravamo in difficoltà, che avremmo sofferto. Novelli, che aveva giocato in serie A, non ne aveva più voglia e non correva. Zavatti era un tecnico limitato e ripetitivo nel modo di allenare. L’ho avuto anche a Forlì successivamente (Lodetti ha poi giocato anche nel Forlimpopoli e nell’Argentana, nda), era sempre quella brava persona che avevo conosciuto a Imola, ma finì anche lì con l’essere esonerato a stagione in corsa».
Al suo posto arrivò l’Imolese Walter Gardelli.
«Portò serenità, nuovi schemi e maggiore convinzione. Il suo lavoro sulla psicologia dei giocatori inizialmente produsse benefici, ma poi la nostra mediocrità emerse nuovamente. Il gruppo non era compatto ed eravamo contestati ogni domenica dai tifosi. Non risparmiarono nemmeno me, che ero imolese. Anche la società venne attaccata e a Franco Resta danneggiarono l’auto. E questo fu un’altra spallata all’Imolese, perché Resta era un presidente serio e corretto. Pagava puntualmente gli stipendi. Ricordo che allora guadagnavo circa 180 mila lire al mese. La retrocessione fu amara, anche perché nella partita decisiva alcuni, fra i quali Novelli, non giocarono in modo trasparente».
a.d.p. ?

La più grande Imolese di tutti i tempi

La più grande Imolese di tutti i tempi? Eccola: Ciccarelli, Lodetti, Ricci, Andreoli, Govoni, Mazzotti, Amadori, Lucchitta, Agostini, Rubinato, Zini. Quella squadra, nata sotto la fulgida presidenza della famiglia Resta (prima il padre Celso e poi il figlio Franco dal 1967 al 1972, due anni in D e tre in C, furono alla guida della società) vinse 10 partite, realizzò 38 punti in trentotto giornate e si piazzò settima in serie C (la terza serie, il massimo traguardo raggiunto dall’Imolese nei suoi 90 anni di storia) alla pari di blasonate formazioni come Lucchese e Ravenna. Allora la C era unica e divisa in tre gironi. I rossoblù militarono tre anni nel terzo campionato italiano e sempre nel girone B, affrontando compagini illustri come Spal e Genoa, che fino a qualche anno prima avevano calcato la serie A; e altre come Ascoli, Parma, Empoli, Pistoiese e Ancona, che nella massima serie sarebbero approdate successiva-mente. Il campionato più esaltante in C per l’Imolese fu il primo. Stagione 1969/70; i rossoblù del cesenate Arnaldo Pantani, una sorta di Alex Ferguson di quei tempi, visto che era contemporane-amente allenatore, direttore sporti-vo e manager (parola sconosciuta a quei tempi), arrivavano dalla trionfale cavalcata in D (10 punti di vantaggio sulla Fermana secon-da). Il «baffuto» factotum condus-se magistralmente il mercato estivo, andando subito a pescare elementi come il centravanti Agostini (destinato a realizzare 8 gol) dal Livorno; l’ala Amadori dalla De Martino (attuale Primave-ra) della Juventus; il difensore Montuschi dal Faenza; la mezzala Gamberi dalla Civitanovese; e il portiere Ciccarelli dalla Reggiana. Pantani ad un certo punto però la fece grossa: vendette la stella della squadra, l’idolo della tifoseria, Orazio Rancati (39 gol in due anni) al Parma. I tifosi insorsero, ma Pantani sapeva il fatto suo e coi milioni incassati con la cessione di Rancati (pare intorno ai 40) prese i promettenti centrocampisti Rubina-to dalla Jesina e Lucchitta dalla Sangiovannese, ma di proprietà del Bologna. A quella squadra aggiun-se poi a novembre il terzino Fausto Lodetti, giovane imolese di ritorno dalla Reggiana, e l’attaccante esterno Zini (risultò il capocanno-niere della squadra con 10 reti) strappato al Chieti. La partenza in campionato fu da brivido, due trasferte, due sconfitte: 1-3 con la Massese (che poi vinse il campionato) e un devastante 0-6 a Prato. Traballarono le fondamenta, ma poi le cose presero a girare secondo le aspettative e l’Imolese cominciò a vincere, prima con la Pistoiese e poi con la Vis Pesaro. Ma il capolavoro lo fece a Ferrara all’ottava giornata, battendo la Spal con gol di Rubinato. Qualcuno cominciò a volare alto e a sognare l’impossibile. A riportare tutti alla realtà ci pensò la Lucchese, che venne alle Acque Minerali a vincere per 3-0. La domenica prima c’era stata la sfida col Ravenna (0-0), con sugli spalti 6 mila spettatori, record di pubblico mai più superato (e non superabile, visto che oggi il Romeo Galli è omologato per una capienza poco superiore alle 3 mila persone). Ad un certo punto l’Imolese inanellò dieci pareggi consecutivi dei quali i primi sette per 0-0 e i restanti tre col medesimo risultato di 1-1. A interrompere la stucchevole sequenza dei pari fu la Spal, che si prese la rivincita sull’andata vincendo al Romeo Galli per 1-0. Altra storica partita fu quella con il Del Duca Ascoli di Carletto Mazzone; alla quintultima giornata finì 3-2 per i rossoblù; in vantaggio per 2-0 (gol di Rubinato e Zini), raggiunti e poi vincenti nel finale con un gran tiro da fuori area di Zini.
L’estate successiva Pantani decise di fare solo il direttore sportivo e affidò la guida della squadra, riconfermata pressoché in toto, al toscano di Monsummano Terme (provincia di Pistoia) Tagliasacchi. Il quale storse subito il naso per l’unica cessione, quella di Agostini alla Massese (per 40 milioni) appena promossa in B. Agostini venne sostituito dal deludente Fiorio, prelevato dalla De Martino del Bologna. Arrivarono anche l’attaccante Vincenzo Bologna dalla Juventus, Lucchitta fu riscattato dal Bologna e più avanti un altro centravanti scadente di nome Serina. E così il maggior numero di partite col numero 9 sulla schiena le giocò il duttile Mazzoli (più che altro era un’ala), detto «Gaucho». L’Imolese partì con due eccellenti pareggi ad Ascoli (0-0) e a Genova (1-1 con gol del solito Rubinato) ma poi soffrì più del previsto (esonerato Tagliasacchi a tre partite dalla fine, dopo lo 0-1 di Ancona, al suo posto l’imolese Zanetti) chiuse sedicesima salvandosi grazie al pareggio (0-0) ad Imperia all’ulti-ma giornata.
Lì cominciò il declino, agevolato da alcuni tifosi facinorosi che all’undicesima giornata contro la Sambenettese, sullo 0-2, tirarono un sasso in testa al giocatore avversario Antonioli (la partita finì 2-2, ma poi arrivò lo 0-2 a tavoli-no) e poi non si sa se gli stessi tifosi, o altri, al termine della partita danneggiarono l’auto del presidente Resta, che dette le dimissioni (poi successivamente ritirate, ma solo fino alla fine della stagione) insieme a tutto il resto della dirigenza. Il giochino in pratica si ruppe lì. La squadra era stata rivoluzionata; oltre a Pantani erano partiti fra gli altri Ciccarelli, Cassani, Lucchitta, Mazzotti, Andreoli, Gamberi, Zini. Al loro posto erano arrivati i portieri Romano Toni, imolese doc, dal Siena, Orazi, Bressani, Novelli (ex Spal), Cazzola, Maraldi, Del Pietro. La formazione base era: Toni, Cazzola, Lodetti, Andreoli, Govoni, Montuschi, Amadori, Novelli, Del Pietro, Rubinato, Mazzoli. L’ottimo Giulio Del Pietro dopo sette partite e 2 gol andò via per motivi di lavoro e fu sostituito da attaccanti nettamente peggiori come Rosignoli e Pesato-ri. L’allenatore era Leo Zavatti, che venne esonerato alla ventesima giornata dopo due disastrose sconfitte interne: 1-4 col Viareggio e 0-3 con l’Empoli. Al suo posto l’imolese Walter Gardelli detto «Bagareta». Che esordì alla grande, vincendo subito 2-1 in trasferta contro il Rimini di Gino Pivatelli. L’effetto Gardelli durò cinque partite, poi l’Imolese si afflosciò nuovamente e precipitò definitivamente, perdendo per 4-1 alla terzultima giornata la sfida decisiva fuori casa con l’Anconita-na; Bussolari, Prunecchi, Cantagal-li e Di Giacomo affondarono i rossoblù, in gol con Pesatori. In seguito girò voce che quella triste domenica, che pose fine alla grande avventura dell’Imolese in C, non tutti i giocatori si fossero battuti al massimo delle loro possibilità. Un ombra sulla quale non mai stata fatta pienamente luce.
Angelo Dal Pozzo

Gianpietro Rubinato

Essere identificato quasi esclusivamente per un gol segnato 40 anni fa alla Spal magari non il è massimo, ma a Gianpietro Rubinato tutto sommato piace ancora ricordare la magica domenica nella quale l’Imolese conquistò quella che per gli annali rossoblù è «la madre di tutte le vittorie». Di quella partita, datata 1969, si parla ancora oggi, ed è naturale che sia rimasta incollata addosso a colui che con un suo tiro la decise. Rubinato è uno dei pochi giocatori rimasti indelebilmente stampati nella memoria dei tifosi dell’Imolese che oggi viaggiano intorno alle 60 primavere; e non solo per l’episodio di Ferrara. Classe ’46, abruzzese di Penne, ma con origini venete in quanto figlio di veneziani, Rubinato proprio in quegli anni di militanza nell’Imolese decise di stabilirsi qui, dove è facile incon-trarlo in giro per la città. Quella rete è praticamente diventata la sua carta di identità. Rubinato? Chi, quello che ha fatto gol alla Spal? Proprio lui, che ci racconta per l’ennesima volta come andò quel giorno. «Insieme a tanti dei tifosi che allora seguivano l’Imolese, ed erano molti più di adesso, l’avremo ricordata mille volte – ha detto Gianpietro -. E dire che ne è passato del tempo e col calcio ho chiuso da un pezzo».
Smise a 30 anni (Chieti, Giulianova, Jesina, Imolese, Prato, Puteolana sono nell’ordine le squadre dove ha giocato), sistemandosi in banca e dando sfogo ad un’altra grande passione, quella di fare l’antropologo e viaggiare nei luoghi più sperduti del mondo, fra indigeni di tribù ancora ferme all’alba della civiltà.
Ma quella storica rete continua implacabilmente ad inseguirlo; punizione dal limite dell’area, Andreoli tocca il pallone e «Rubi» di sinistro sferra un rasoterra che passa fra la barriera e Renato Cipollini (portiere che già aveva esordito in A con la Spal e che successivamente è stato per quattro anni nell’Inter come secondo di Ivano Bordon), vanamente proteso in tuffo, e si insacca nell’angolo sinistro.
Ma rimandiamo indietro il nastro di quella indimenticabile giornata. E’ domenica 2 novembre 1969, e quando i giocatori dell’Imolese raggiungono lo stadio di Ferrara per giocare contro la Spal (letteralmente Società Polisportiva Ars et Labor), le speranze di fare risultato sono prossime allo zero.
«Però, trattandosi della classica partita dove non avevamo niente da perdere, eravamo sereni e rilassati» ha raccontato Rubinato. In quel momento la squadra ha 7 punti in classifica dopo sette giornate di campionato. Si è ripresa da una partenza orribile: sconfitta a Massa Carrara (3-1) e a Prato (6-0); ma dopo ha battuto in casa la Pistoiese (1-0) pareggiato a Rimini (0-0), superato agevolmente la Vis Pesaro (4-0) al Romeo Galli, perso di nuovo a Savona (2-0) e infine vinto a domicilio col Viareggio, al termine di un rocambolesco 3-2. Senza particolari assilli si appresta ad incontrare la formazione più blasonata dei tre gironi della serie C (l’Imolese e i biancoazzurri ferraresi militavano nel girone B). La Spal (nella quale giocava Pezzotti, attuale preparatore atletico della Nazionale di Lippi) era stata in A fino al 1968 e dopo un anno di serie B era finita addirittura in C.
A Ferrara l’aria è pesante e Paolo Mazza, da anni «presidentissimo» della Spal, è assediato da migliaia di contestatori. Il clima pessimo non promette nulla di buono.
«Noi però eravamo tranquilli e spegnemmo subito la loro aggressività» ha ricordato Rubinato, che Pantani aveva acquistato dalla Jesina (in quel momento aveva 23 anni e faceva parte della Nazionale di serie C) in cambio di soldi e dell’attaccante Berardi, e che portava sulle spalle il numero 10, quindi l’ingrato compito di far dimenticare Rancati, l’idolo della tifoseria imolese, ceduto in estate al Parma. «Li imbrigliammo a centrocampo, isolando così gli attaccanti. Una sola punta, Agostini, e la mossa di Andreoli schierato finta ala sinistra, ma di fatto centrocampista, si rivelò azzeccata. Capimmo subito che eravamo in grado di tenere il loro passo ed anche il possesso della palla, soprattutto grazie ad un grande Amadori. Dopo il gol e per tutto il secondo tempo Ciccarelli non fu impegnato più di tanto e non finimmo la partita chiusi nella nostra area. Insomma ce la giocammo alla pari dall’inizio alla fine».
Le cronache del tempo raccontarono di un’Imolese molto ben organizzata tatticamente e con una marcia in più, a livello di ritmo, della Spal. Eloquente la pagella di Rubinato: «autorevole a centrocampo, validissimo in proiezione offensiva e più volte geniale nelle giocate; come nel gol su punizione, frutto di un tiro di rara precisione».
Questi gli eroi di Ferrara nella formazione a referto: Ciccarelli, Montuschi, Ricci, Lucchitta, Govoni, Mazzotti, Amadori, Gamberi, Agostini (30’ s.t. Mazzoli), Rubinato, Andreoli.
«Eravamo tutti molto motivati. E io ancora di più – ha rammentato Rubinato – Perché essendo stato assente nelle partita precedente col Viareggio per squalifica, dovevo pagare alla società la multa per l’espulsione di Savona. Andai dal presidente Resta e gli proposi di fare una scommessa: se avessimo vinto a Ferrara quella multa sarebbe stata cancellata. Il presidente accettò…».
Scorre il 25′ del primo tempo e Ranzani, centrocampista della Spal, chiama col classico «mia» una palla vagante nei paraggi della propria area, traendo in inganno i giocatori dell’Imolese; l’attento arbitro Monforte di Palermo se ne accorge e fischia una punizione a due dal limite. Sul pallone si portano Andreoli e Rubinato…
Angelo Dal Pozzo

Vincenzo Bologna

Un giocatore della Juventus all’Imolese. Quello che negli ultimi 20 anni è pura fantascienza è quanto capitò con Vincenzo Bologna, approdato in riva al Santerno dopo le giovanili nella Juventus. Se chiedete al tifoso-Imolese medio, ovvero over 60, la risposta verrà automatica: quello che segnò il gol al Genoa. Stadio Romeo Galli, 14 febbraio 1971. Ciccarelli, Lodetti, Ricci, Andreoli, Govoni, Mazzotti, Bologna, Lucchitta, Mazzoli, Rubinato, Zini. Allenatore: Tagliasacchi. E’ da lì che si parte, da un’Imolese che, dopo aver pareggiato al Ferraris nel girone di andata con gol di Rubinato, all’inizio della ripresa del match di ritorno si trova di nuovo in vantaggio. Minuto 55: gol di Bologna: «Come faccio a dimenticarlo? Ci fu – riavvolge il nastro Bologna – un’azione di contropiede condotta in tandem da Lucchitta e Govoni, che dalla destra tagliò il campo. Io tagliai fuori, stoppai di petto ed infilai Buffon. Ce l’ho sempre davanti agli occhi quel gol e come me penso anche i 5.000 che quel giorno erano al Romeo Galli».
Sì, proprio 5.000: in quella serie C anni ’70 al Galli era spesso pienone, quella volta fu «pienonissimo» con gente sugli alberi a vedersi la sconfitta dell’Imolese contro il Genoa.
«Mai vista così tanta gente allo stadio: ovunque guardavi, c’era un muro di gente, anche dalla parte opposta alla tribuna dove non c’erano gli spalti. Quella fu una bella soddisfazione per me che arrivai ad Imola quasi per caso: Amadori venne prestato all’Imolese ed assieme a lui doveva trasferirsi anche uno fra me e Mannini, che eravamo nella primavera della Juve. C’era Heriberto Herrera (quello del «movimiento», nda), nel ’68 avrei dovuto debuttare in A con il Bologna ma in allenamento Del Sol mi azzoppò. Insomma, Amadori venne ad Imola e disse che anch’io dovevo venire qua: così cominciò, quasi per caso, la mia storia con i rossoblù, visto che ero in ballottaggio se venire qui oppure passare al Novara».
Una storia spesso a corrente alternata: lo sgusciante Bologna talvolta non era capito dai suoi allenatori: «Quel primo anno ad Imola fui operato di appendicite, per cui feci poca preparazione pre-campionato e rientrai solo a settembre. Spesso non giocai nel mio ruolo preferito, ma comunque furono anni bellissimi. Com’era il mio rapporto con gli allenatori? Beh, Gardelli era un tipo abbastanza permaloso, mente Tagliasacchi e Beltrandi erano davvero brave persone».
Brave persone per bravi giocatori: quell’Imolese è stata la squadra con cui tanti sono cresciuti e si sono innamorati del calcio in un periodo in cui «tenere per l’Imolese» non era come adesso un atto di fede. Che mondo e che calcio era?
«Un mondo completamente diverso, tanto per dire il mio primo stipendio era di 170.000 lire esclusi vitto e alloggio. Il primo anno era così, dopo 3 anni arrivai a 350.000. Eravamo seguiti con grande passione: tutte le domeniche, indipendentemente dall’avversario, c’erano sempre 1.500-2.000 persone. Era davvero un altro calcio, sicuramente più lento ma molto più tecnico: io, Amadori, Mazzotti, Lucchitta eravamo tutta gente dai piedi buoni che poteva metterti davanti alla porta in qualsiasi momento. Quel campionato era di fatto quella che è l’attuale C1: Genoa, Spal, Ascoli, Sambenedettese erano squadroni, ma noi piccola Imolese ci stavamo bene comunque. Tanto per capire che stagioni facemmo, pareggiammo a Genova, vincemmo due volte con il Ravenna, pareggiammo con l’Ascoli».
Poi l’incantesimo finisce, si scende in D e Vincenzo Bologna dà l’arrivederci ad Imola: «Quando me ne andai, mi trasferii a Fano dove giocai in D e in C: il treno del calcio per me passò nel ’74-’75 quando andai al Cagliari di Scopigno e Riva a fare una settimana di allenamenti. Purtroppo il Fano chiese troppo per il mio cartellino e presero Cinquetti».
Dopo qualche altro anno in giro per l’Italia, Bologna chiude la carriera a Grosseto nel ’79-’80: un posto in banca a Castel San Pietro consiglia fermarsi sotto il Cassero e riavvicinarsi così a tante facce amiche. «Ci rivediamo spesso con gli ex compagni: Amadori è quello che vedo più spesso, così come Rubinato, Beppe Trinca, Lodetti. Poi c’è l’appuntamento con la partita delle vecchie glorie a Sesto Imolese: purtroppo quelli sani per giocare sono sempre meno…».
Andrea Mirri

L’Era Di Graziano Bassi

Che Graziano Bassi sia stato uno dei presidenti più giovani nella storia del calcio italiano è fuor di dubbio. Nel 1975, a soli 28 anni, si insediò nel ruolo di massimo dirigente dell’Imolese per restarci 10 anni; nella storia rossoblù è il secondo dopo Vico Minguzzi (20 anni di presidenza) ad essere rimasto più a lungo. A volerlo sulla poltrona presidenziale fu prima di tutti il sindaco Enrico Gualandi, ma a suggerire a lui di puntare su Bassi fu il presidente del Bologna calcio Luciano Conti, che a Imola in quel periodo aveva interessi legati all’autodromo, passato da poco nelle mani dell’Automobil Club petroniano.
«Conti per finanziare l’Imolese, allora in serie D, pose come unica condizione che il presidente fossi io – ha rammentato Bassi, 62 anni, albergatore e ristoratore da sempre (insieme all’inseparabile fratello Franco è adesso titolare del ristorante Antico Tre Monti), nonché volto noto di Canale 11 e Video Regione, dopo essere passato per Tele 1 – Avendo già il Bologna, Conti non poteva essere proprietario contemporaneamente di due società calcistiche e perciò aveva la necessità di un uomo di fiducia. E siccome spesso veniva all’Hotel Olimpia, che in quegli anni gestivo insieme alla mia famiglia, mi aveva preso in grande simpatia e di me si fidava».
Bassi partì così, investendo per i primi due anni i soldi che Conti ci metteva (oltre a moltissimi giovani giocatori passati dal Bologna all’Imolese) e calandosi immediatamente nel non facile mondo del calcio. Dove rimase anche dopo l’addio di Conti, il quale lasciò qui tutti i giocatori in quel momento nell’Imolese, prendendo in mano la società praticamente da solo. La sua esuberanza non tardò a manife-starsi e nell’arco degli anni fu uno dei presidenti che accumulò più squalifiche. Il più delle volte causa baruffe con gli arbitri.
«Uno a Rovigo assegnò, fra lo stupore generale, un gol per loro con la palla che era finita dietro la porta – ha ricordato l’ex presidente dell’Imolese -. A Forlì successe il contrario e l’arbitro non ci diede una rete che avevamo fatto, ordinando incredibilmente una rimessa dal fondo. Per non parlare di partite letteralmente rubate, guarda caso sempre quando ci stavamo giocando la promozione in C2. Come a Città di Castello, dove alla penultima giornata un certo Bin di Torino ci fischiò un rigore contro per un atterramento tre metri fuori dall’area. Il nostro capitano Quadalti accennò a protestare e fu espulso. Mio fratello Franco si alzò dalla panchina per chiedere spiegazioni e fu cacciato anche lui».
Con Bassi al comando l’Imolese sfiorò più volte la C2, ma non la raggiunse mai.
«Avevamo anche il palazzo contro. Nell’estate del 1978 vennero riformati i campionati, ed essendo arrivati sesti avevamo buonissime possibilità di essere ripescati. Anzi, ad un certo punto ne eravamo pressoché certi. Ugo Cestani, presidente della Lega semiprofessionisti ci aveva rassicurato in tal senso, dicendo che eravamo terzi nella griglia dei ripescaggi; di 18 squadre in lizza, 12 ne avrebbero beneficiato. Eravamo in ritiro precampionato coi giocatori quando giunse notizia che ci avevano lasciato in D e al nostro posto ripescato la Cerretese. Infuriato mi precipitai a Firenze nell’ufficio di Cestani per protestare, ma non servì a nulla. Poi mi scappò anche una frase: ‘Cestani se ne deve andare’ che alcuni giornalisti registrarono e pubblicarono. Risultato, l’anno dopo gli arbitri ci vessarono più del solito».
Ma Graziano Bassi è passato alla storia anche per aver avuto a libro paga calciatori poi diventati famosi; e pure per aver ospitato all’Hotel Olimpia importanti squadre di serie A come il Milan e la Roma di Sacchi e Liedholm.
«Sono 26 in totale i giocatori passati da Imola che sono arrivati in A, B e C1. A parte i nostri Mannini e Marocchi, ricordo i portieri venuti dal Bologna, Zinetti, Pazzagli e Rossi; poi altri come Azzali, Gozzoli, Tinti, Cipriani e un altro delle nostre parti, Fiorentini».
Quest’ultimo Bassi riuscì a venderlo per tre volte fra Reg-giana e Ravenna in cambio di cifre consistenti, ricomprandolo poi per pochi spiccioli. Altro colpo importante fu l’acquisto di Ciotti dal Torino.
«Bonetto, direttore sportivo del “Toro”, non ce lo voleva vendere per meno di 40 milioni. Vavassori, che era allenatore dell’Imolese (lo è stato per 4 anni, nda) gli disse che doveva darcelo per 6. Bonetto disse che non se ne parlava neanche e fece la mossa di andarsene. Ma Vavassori con uno scatto lo prese energicamente per un braccio e gli disse che era giunto il momento di ricambiare quel favore che aveva ricevuto in passato. Bonetto comprese l’antifona e dopo dovette spiegare e convincere il presidente del Torino a digerire la cessione di Ciotti all’Imolese per soli 6 milioni».
Tante anche le amichevoli di cartello organizzate da Bassi al Romeo Galli.
«Sono state 16 quelle contro squadre di serie A e B. Alle Acque Minerali venne il Milan in occasione dell’inaugurazione dell’illuminazione artificiale, ma anche Fiorentina, Bologna, Cesena e un po’ tutte quelle di serie A dell’epoca, esclusa la Juventus. Non riuscimmo a portarla nonostante l’impegno di Giuseppe Vavassori». Un tecnico che, pur senza vincere nulla, ha lasciato il segno nella storia dell’Imolese.
«E’ stato il miglior allenatore che ho avuto nella mia gestione. “Vavà” era prima di tutto una persona serissima. Tutti i pregi che può avere un uomo, lui li possedeva. Non ha vinto niente perché come me è stato nell’Imolese negli anni in cui era difficile spuntarla contro le squadre marchigiane e la politica regionalistica della Federazione privilegiò le formazioni toscane».
A proposito di allenatori, Bassi tentò pure si ingaggiare Arrigo Sacchi.
«Allenava il Bellaria e nei due confronti con noi non ci fecero vedere la palla. In estate lo contattai e Arrigo si dimostrò interessato ad allenare l’Imolese. Ma poi ricevette la proposta dal Cesena di diventare responsabile del settore giovanile. Quello era un sogno che coltivava da tempo; me lo disse e correttamente non insistetti. Da allora Sacchi si è sentito in debito con me, ed è anche per questo che ha portato il Milan all’Olimpia un sacco di volte».
L’era Bassi volge al tramonto verso la fine della prima metà degli anni ’80.
«Aver fallito diverse volte la promozione in C2, sempre per eventi sfortunati o contrari, fra i quali anche la poca serietà di alcuni miei giocatori, mi portò a provare quasi un senso di repulsione verso il calcio. Ma il colpo di grazia che mi convinse a lasciare fu quando venne deciso che i calciatori non sarebbero più stati di proprietà delle società. Io andavo avanti valorizzando e vendendo i giocatori, e se quelli non erano più dell’Imolese, la gestione come io l’avevo impostata non era più possibile». In quel periodo un colpo di fortuna sfiorò Bassi, ma lui non se ne rese conto.
«Dal momento che il mercato l’avevo sempre condotto in prima persona, senza avvalermi di un direttore sportivo, e quindi avevo accumulato una certa esperienza per quanto riguarda le trattative di acquisto e cessione di calciatori, Tinti, Gozzoli e Guidotti, che erano stati miei giocatori, mi proposero di fargli da procuratore. Ricordo che andammo dal notaio imolese Tassinari per sottoscrivere l’accordo. Ma siccome ero veramente stufo dell’ambiente calcistico, decisi poco dopo di cancellare quelle procure. Oggi quando Tinti mi incontra mi ricorda ancora la “cretinata” che feci quella volta. Come è capitato a lui successivamente, intraprendendo il mestiere di procuratore, avrei potuto diventare anch’io miliardario con quel lavoro».
E invece Bassi ha continuato a fare l’albergatore e come presidente dell’Imolese ha chiuso alla fine della stagione ’84/85.
«L’ultima squadra la costruii ingaggiando quasi esclusivamente giocatori di Imola (Magnani, Tossani, Dalla Casa, Galeotti, Berti, Barbieri e Preti, per ricordarne alcuni, nda) e della zona circostante (solo Guidotti e Molducci venivano da lontano). Spesi in tutto 80 milioni e dimostrai, salvandomi alla penultima giornata, che si poteva fare calcio anche spendendo poco. E quello fu un esempio che vale anche per chi fa calcio oggi».
Bassi nell’Imolese ci tornò di nuovo come direttore generale nella stagione ’90/91, quella successiva all’esclusione dalla C2, conquistata nel famoso spareggio di Fano, per irregolarità nell’amministrazione della società.
«Rimasi poco più di un anno, che vivemmo in mezzo a grandi difficoltà, salvandoci solo dopo aver sostituito l’allenatore Dal Fiume con Magrini, e poi detti le dimissioni. In quel periodo la società era spaccata in due e andare avanti era diventato impossibile».
Ma il bilancio di Graziano Bassi nell’Imolese è stato sicuramente più positivo che negativo.
«Oltre che a viverlo direttamente, il calcio mi ha permesso di conoscere tanti personaggi importanti, di stringere amicizie, alcune delle quali coltivo ancora adesso, e di sviscerare vizi e virtù di un mondo dove non è tutto oro ciò che luccica».
Angelo Dal Pozzo

L’Era Bombarda

Gli avventurieri o la sana imolesità? Mamma mia che quesito. Sarebbe ovvio e banale rispondere che è molto meglio il profeta in patria, almeno lì si sa sempre (quasi) dove si va a parare. Ma la storia rossoblù insegna che i momenti più emozionanti, almeno quelli che vivono nei ricordi di noi quarantenni, sono legati ai «pirati», a quelli che si sono voluti prendere l’Imolese con la forza, magari per acquisire qualche interesse in città, ma facendo vivere momenti indimenticabili a chi si vorrebbe divertire la domenica col pallone.
E’ così che si può presentare l’avvento di Gianni Bombarda, il «re» incontrastato dei banditi (pace all’anima sua), ma di quei banditi buoni, di quelli che almeno capiscono di calcio e non ti presentano delle scarpe rotte facendole passare per calzature Prada. L’estate del 1987 fu tumultuosa e piena di grandi nomi. In città si era appena spento il calor bianco derivato dal doppio derby di basket tra Andrea Costa e Virtus (pace all’anima sua), il professor Gianbattista Sassi si era alzato da una panchina insapore e incolore, continuando a trascorrere le sue mattinate da professore di ginnastica del liceo scientifico Valeriani, la categoria era la Promozione, il presidente era un assicuratore, Cirillo Savorelli.
Imola in estate, da Renzo in su (nel senso, verso la salita), è sempre un focolaio di immaginazione, ancora oggi. Ma quella volta era vero, l’operazione rilancio stava per partire. Addirittura c’è in ballo la Juventus, tanto che Gino Stacchini fa il suo ingresso in viale Dante in pompa magna. Ha gente coi soldi, dietro le spalle, Omar Sivori resta un alone che serpeggia, che dà il nome a una scuola calcio, ma non c’entra nulla con il fermento che nasce attorno alla squadra di calcio. C’entra invece una cordata modenese, ci sono nomi che in pochi ricordano, come i fratelli Moietta, gente mantovana, c’è soprattutto lui, nomen omen, Bombarda (indicato come amministratore delegato), che inizia a piazzare bombe attorno all’autodromo. Mica mine antiuomo che fanno saltare le gambe, bensì ordigni che sembrano quelli dei clown, del tipo che fanno il botto e si presentano col mazzo di fiori pronto per l’uso. Furono rose profumatissime, infatti, con nomi esotici, come Ardizzon, Zaccaroni, Spinoccia, Del Monte, Pesaresi. Furono borotalco su un maiale, visto che la categoria era una roba forse peggio di adesso. Ma butta via…
L’unico neo era l’allenatore, ma chisseneimporta, diciamo adesso, perché quelli lì avrebbero vinto anche con un bidello in panca, il baffuto Loris Galli almeno era un professore di matematica. Dell’anno prima restano solamente Versari e il portierone Magnani, che però poco tempo dopo se ne andò (non senza polemiche) e venne ingaggiato il ricciolone Tarocco, insomma, l’entusiasmo era tornato alle stelle, anche perché erano ben 12 anni (l’ultima volta nel 1975) che l’Imolese non puntava a vincere un campionato. Entusiasmo che traboccò per una partita che oggi farebbe morir dal ridere anche il più accalorato dei tifosi: Imolese – Sammartinese, pensate un po’, quinta di campionato, dopo 4 vittorie a fila dei rossoblù. Per la cronaca fu un timido pareggio, ma cavolo, le cronache parlano di 1.700 persone al Romeo Galli, un numero che adesso Mauro Lelli fatica a raccogliere in un intero girone.
«Bobo» fa gol straordinari, il più delle volte con delle bordate al volo, Bombarda e Stacchini minacciano di andarsene se non ricevono aiuti dalla città, ma quelle sono tiritere che piantano le radici nella notte dei tempi. Il succo è che alla fine non solo si vince il campionato, ma per fare l’Interregionale serve dominare anche un girone con altre due prime, cioè Reggiolo e Crevalcore.
La corona scende senza remore sulla testa di Roberto Del Monte, 16 gol per quel 24enne che per mezzora mandava tutti a quel paese e poi s’inventava la giocata che adesso farebbe impazzire pure Caressa. Ce lo chiedevamo vent’anni fa, ce lo chiediamo anche oggi, ma perché una classe così sopraffina sprecava il suo tempo in quelle categorie? Aveva addirittura toccato il cielo col Lanerossi Vicenza, dove poteva partire dalla giovanili per fare carriera, ma preferì tornare nelle sue Marche, dove poteva sentire l’odore del mare. Un inizio da record, a 14 anni vinse la Seconda categoria e a 15 anni la Prima con la Junior Pesaro, fu appunto venduto per una quarantina di milioni ai biancorossi veneti, ma qualcosa non andò, se è vero che fece le valigie anzitempo. Destinazione Fano, quasi 40 gol nella Beretti, un sacco di convocazioni in C1, poi Cesenatico, Pesaro, Jesi e, appunto, Imola. «Perché? Che ne so, mi convinsero, mi pagarono bene e mi fecero un biennale. Ma non sono pentito, in quegli anni facemmo innamorare tutta la città, tanto è vero che quando ritorno a Imola c’è ancora qualcuno che si ricorda di quei tempi».
L’estate, come dicevamo prima, dà sempre il meglio di sé e così iniziano le prime crepe tra Savorelli e Bombarda, poi si trovano i soldi, il mister va addirittura al Milan per imparare i segreti di Arrigo Sacchi, ma gli serviranno a poco, se è vero che dopo un po’ fu costretto a cambiare aria, mentre all’Imolese sbarca Dino Panzanato. Cambia anche il presidente e al posto dell’assicuratore arriva il medico condotto, Giuseppe Carraro (pace all’anima sua). Lo sponsor sulla maglia è di quelli grossi: si chiama FGF, ma il nome importante ce l’ha il comandante di quella Finanziaria Generale Felsinea, cioè Guidalberto Guidi, che poi diventò vicepresidente di Confindustria.
«Non me la sento più di allenare giocatori che si comportano cosi» disse Loris Galli una mattina sotto quei baffoni da sparviero. In effetti non poteva insegnare le equazioni, ma solo metterli nelle condizioni di vincere le partite. O era poco schierare Borghini, Ardizzon, Misturi, Boni, Metalli, Paganelli, Troscé, Pavani, Di Donato, Pesaresi, Meletti, Del Monte, Budelazzi, Casotti e Pallanch? C’erano anche due giovani virgulti, come Menghi e Donattini, imolesi purosangue.
Bombarda aveva già conosciuto Panzanato: lo aveva avuto alla Mirandolese, dove uno faceva il d.s. e l’altro l’allenatore. Se 1.700 persone contro la Sammartinese sembravano una roba da pazzi, le 3.000 contro la Pistoiese facevano capire che ormai l’Imolese era entrata nel cuore della città.
E poco importa se nella panchina del Baracca Lugo, che poi avrebbe vinto il campionato con 2 punti di vantaggio sui rossoblù. c’era un signore con qualche capello in più che si chiamava Alberto Zaccheroni. Uno che esattamente 10 anni dopo avrebbe vinto lo scudetto col Milan. Torna l’estate, stavolta non c’è nessuna vittoria da festeggiare, ma solo una speranza da coltivare: quella di essere ripescati in C2. Niente da fare, ma l’entusiasmo non cala, anche se tutti, sotto il sole di viale Romeo Galli, sembra vogliano andare via. Qualcuno in effetti lo fa, è l’avventuriero Gianni Bombarda, che però nell’Imolese vorrebbe restare, ha pure una corte di tifosi che lo sospinge a non mollare. Le leggende narrano che si creò un bunker in sede, fino a dormirci dentro, ma alla fine qualcuno tirò fuori moneta sonante e il modenese disse addio, comprandosi pure una Mercedes nuova di zecca con quei denari. Non prima di avere fatto una cena d’addio coi fedelissimi alla Sterlina di Danielone Dal Monte.
Il nuovo general manager è tal Gianluigi Farnè, fino a poco prima segretario del Bologna, in panchina arriva Paolo Dal Fiume, mentre il mercato lo conducono Romano Toni e Piero Groppi. Ai confermati, Ardizzon e Del Monte, vengono aggiunti il portiere Montalti, poi Berlini, Corradi, Rossi, Caruso, Lazzarini, Rauti, il monumento Pederzoli, Cipolleschi, Varolo, Coppi, Vincenzi e l’ultimo arrivato Ugo Ricci.
Il destino era in agguato, altrimenti chi avrebbe potuto scrivere una sceneggiatura che prevedeva proprio l’Imolese a Gualdo Tadino nella prima giornata della stagione? Proprio così, anche se in quel giorno di fine estate gli umbri vinsero 2-0, e l’Imolese (allora c’erano ancora 2 punti per la vittoria) dovette attendere la decima giornata per vedersi in testa alla classifica, dopo avere sbancato Assisi. A metà anno le protagoniste sono evidenti e chiuse in un punto di differenza: Imola 24, Gualdo 23. Peccato che gli umbri di Pupita, Canestrari e Fulgini dovessero fare tappa al Romeo Galli, dove sbancarono per 1-0 e fecero tornare tutti a casa senza neanche la voglia di prendersi un caffè al Circolo Cacciari.
Il testa a testa fu bellissimo, considerando anche il fatto che, nonostante l’avventuriero se ne fosse andato («Ma lui ci aveva sempre pagato in tempo» ricorda «Bobo» Del Monte), i giocatori non vedevano più una lira. Durò quasi cinque mesi questa penosa tiritera, ci fu anche un mezzo sciopero, ma il gruppo quell’anno era una roba che non si vedrà mai più. Quella era gente di razza, se è vero che arrivò al 13 maggio senza scomporsi, con il portafogli vuoto e uno spareggio da giocare.
Di quella giornata è stato scritto di tutto. Nonostante il Gran Premio di Formula 1 (pace all’anima sua) all’Enzo e Dino Ferrari, una città intera si riversò a Fano. E finì come ricordiamo in queste pagine, come nemmeno Alfred Hitchcock avrebbe saputo immaginare, con una rovesciata al secondo tempo supplementare. Con la C2 guadagnata sul campo, prima di perderla dietro le pazze scrivanie.
Alla fine i giocatori furono pagati (tutti? chissà), fu Gino Panazza a chiamare a raccolta i protagonisti della promozione e a saldare i debiti. Ma forse fu anche una giustizia divina. E’ mai possibile mandare via l’autore della rovesciata perché mangiava un bombo-one in più? Ma era già tutto deciso prima. Cavoli, è come licenziare l’imbianchino se mi dipinge la Cappella Sistina nella camera da letto. Quella volta ci furono delle porcherie finanziarie, ma fu anche il Dio del calcio a metterci lo zampino. Via tutti, per la miseria, ma «Bobo» no.
«Ero già in ritiro col Castel San Pietro – ricorda Del Monte – quando imparai da Ardizzon che tutti tornarono a casa da Bassano del Grappa e che l’avventura in C2 finì prima di cominciare.
In quella pazzesca situazione, ai margini, muore anche lo storico tifoso Mariù, quello che vendeva le noccioline sotto i portici, vicino al Cinema Centrale, Giuliano Castellari («il signor Emporio») guida la cordata per salvare l’Imolese (pace all’anima loro, di Mariù, di Castelari e pure del cinema), che poi riparte con Dal Fiume e con l’Interregionale appena vinta (chissà perché…). Ma questa è un’altra storia, che in queste pagine vi racconta Andrea Mirri.
Fatto sta che un’Imolese così non si rivedrà mai più. Appunto, pace all’anima sua.
Paolo Zanelli

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