Colombia in Bianco e Nero

“Cent’anni di solitudine non è altro che un tentativo di scrivere un vallenato in 450 pagine” – Gabriel Garcia Marquez

E’ vero che la Colombia è colore, ma la fotografia che amo di più è in bianco e nero…

In questi 8 minuti ci sono due brani musicali: uno di cumbia e uno di vallenato. Sono due tra le principali musiche popolari della Colombia e dopo un po’ ho quasi avuto la sensazione di distinguerle…

Ora però basta Colombia… Almeno fino a quando non ci tornerò…

A proposito di “pensare lungo”

Su Facebook ho postato questa sintesi che ha ricevuto diverse reazioni… per non farla perdere nei meandri della cronologia del social, appunto questo post anche qui…

“Qualche giorno fa ho rilasciato un’intervista a Stefano Salomoni del Nuovo Diario, nell’ambito degli articoli che questo giornale sta pubblicando in vista delle elezioni del sindaco e del consiglio comunale del prossimo anno.

Il mio approccio – inevitabilmente, dato che guardo le cose di Imola da lontano – è metodologico. Il nuovo governo della città non potrà essere scelto preoccupati solo di una gestione ordinaria della città (che pure non va sottovalutata), ma le forze politiche che hanno maggiori responsabilità devono mettere in campo un progetto fondato su “pensieri lunghi” che possano porre solide basi per definire lo sviluppo della città dei prossimi 20 – 30 anni.

Alcune cose, su come saremo, già le sappiamo. Ad esempio abbiamo chiaro che ci sarà una popolazione più vecchia, tendenzialmente vivremo in case più piccole, il nostro livello di conoscenza e di utilizzo delle tecnologie sarà molto elevato, almeno il 40% dei lavori che si fanno oggi sarà estinto, la carta stampata sarà per collezionisti…
Per questo suggerisco che prima di parlare di nomi su chi sarà il candidato del centro-sinistra (con il trattino sempre più evidente) è fondamentale il progetto di cui, alla fine, il nuovo sindaco sarà motore e garante; quale squadra lo interpreterà; quale percorso sarà messo in moto per giungere a questo obiettivo.

Senza presunzione (peraltro sono cose già al centro dell’attenzione) suggerisco 4 spunti per rendere più concreto questo mio pensiero, sapendo benissimo che fin qui è stato fatto un lavoro più che buono, che bisogna valorizzare e sviluppare molte cose già oggi in campo, ma su altri temi è obbligatorio andare oltre e – se vogliamo usare le parole della politica – fare scelte di discontinuità.

  1. Mi capita in questi mesi di frequentare la Casa di Riposo. Mi ha colpito positivamente il grado di disponibilità, sensibilità e qualità degli operatori del quel servizio. Nella sanità imolese credo che questo sia un valore straordinario. Ora, dal punto di vista strategico, dobbiamo fare tesoro di questo elemento e pensare a come combinare progetti di sviluppo dei servizi che fatalmente non potranno fare esclusivo affidamento alle risorse pubbliche o al reddito da pensione dei singoli. Sperimentare modelli di un welfare che coinvolge il privato è ormai un tema uneludibile e le dimensioni della nostra realtà possono aiutare un dialogo e una progettazione con soggetti ed imprese del settore (banche, assicurazioni, imprese, associazionismo, università). Su questo fino ad oggi non siamo andati molto oltre all’enunciazione teorica del problema, ora a mio parere si deve passare alla sperimentazione di progetti.
  2. Il web non è più un oggetto strano: è parte della nostra vita e lo sarà stabilmente. Naturalmente il suo sviluppo prescinde da noi, ma sempre più il carattere locale della rete puó rendere più amichevole il rapporto con la tecnologia ed essere – meglio di oggi – uno strumento di socialità dolce. Io non so se si possa pensare a un “piano locale per una socializzazione gentile” su un piccolo territorio, ma certamente coinvolgere il sistema di relazioni esistente (sindacati, commercianti, imprenditori, agricoltori…) e gli organi di informazione e comunicazione (privati e pubblici) definendo una rete di consegna a domicilio di beni e servizi che abbia finalità: relazionali per le persone che abitano da sole; commerciali di valorizzazione e commercializzazione di prodotti a km 0. In questo io vedo che la politica non possa essere uno spettatore, tanto che il tema della messa in rete dei propri servizi, la trasparenza, l’anagrafica, i big data debbano trovare una responsabilità stabile e più pesante nei prossimi assetti di governo locale.
  3. Mi è successo, anche in giro per il mondo, di sentire parlare di SACMI. In quei momenti mi sono sentito orgoglioso di essere imolese, perchè questa azienda è frutto della mia e della nostra storia. Anche nella sua origine legata a momenti molto difficili per i lavoratori imolesi c’è la spiegazione di come le radici di una storia possano essere un elemento immateriale che influenza il successo di un gruppo capace di modernizzarsi e crescere. Mi viene in mente quando mi raccontavano che la luce dell’ufficio di Aldo Villa era sempre accesa come a dire che intelligenza, applicazione e passione nel lavoro, alla fine, portano dei risultati anche nel tempo. Ora io credo che non si possa prescindere anche in futuro da un patto tra la città e le sue grandi imprese – faccio l’esempio di SACMI perché è quella più chiaro – e da una condivisione di obiettivi. Bill Gates in questi giorni ha sollevato il tema di una tassa per le aziende che usano robot in sostituzione dei lavoratori. Non so se questa sia la strada giusta, ma di certo il tema della responsabilità delle imprese verso il territorio è cruciale, da discutere alla luce del sole.
  4. Le eccellenze della nostra città sono un vanto, ma non sono acquisite una volta per tutte. È da molto tempo che non parlo con il Maestro Scala, ma di certo con lui possiamo condividere pensieri di strategia e la sua visione larga (ancorché settoriale) e la sua esperienza ci possono dare spunti di riflessione e io ritengo che anche su questo una visione di città possa essere utile. Dell’autodromo so poco. Mi piace la linea di sviluppo che ha seguito, ma penso che accanto ad una direzione commerciale vada strutturata una direzione artistica di alto profilo, capace di trattare con le grandi agenzie di organizzazione degli eventi, ma che abbia facilità a parlare direttamente con le star proponendo idee per valorizzare l’Enzo e Dino Ferrari come uno dei grandi palcoscenici europei”.

 

Questa è l’intervista pubblicata:

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Ho usato le virgolette, perchè l’espressione “pensieri lunghi” è di Enrico Berlinguer…

Colombia a colori

Non c’è nulla che colpisca di più del fragoroso rincorrersi dei colori e della confusione violenta che generano nelle piazze coloniali o nelle strade di Bogotà o Cartagena o anche tra le polverose botteghe di Macondo (Aracataca). Due settimane per un paese tanto grande non sono niente. Due settimane rubate ad uno dei momenti di maggiore attività lavorativa dell’anno sono un attimo di eternità.

Se debbo dire che cosa mi è piaciuto di più di questo paese che si aspetta finalmente una pace solida e un po’ di tranquillità per potere progettare il proprio futuro, è proprio questo senso di allegria e di tinte forti che attraversano la musica (che c’è ovunque e ad ogni ora del giorno e della notte: sugli autobus e sulle automobili, nei bar dove si fa colazione con le uova strapazzate o a Cabo de la Vela dove si cena a lume di lampade alimentate da gruppi elettrogeni rumorosi e antichi), i colori delle case, gli abiti delle ragazze e i banchi di frutta dei mercati… Colori ovunque anche quando la pioggia dell’Equatore scende a catinelle e paralizza la megalopoli  di oltre 8 milioni di abitanti, Bogotà, che è la capitale di questo paese.

Ho fatto foto nei luoghi che hanno un segnaposto rosso, quelli che corrispondono, in linea di massima, a tutti i posti che con Lucio Picci abbiamo visitato.

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Poi c’è una presentazione video* che dura due canzoni, 7 minuti circa (30 secondi al giorno… si poteva essere più sintetici di così?… lo dico per rassicurare gli ipotetici spettatori). Spero possa dare l’idea di che cosa intento per confusione di colori (con rare licenze di bianco e nero, ma foto che a me paiono a loro volta quasi colorate).

Un tempo, dopo i nostri giri, facevamo delle pallosissime proiezioni di diapositive… Piacevano solamente a chi aveva partecipato all’avventura del viaggio. Anche questa cosa qui penso abbia più o meno lo stesso indice di gradimento… Ma visto che Lucio ha perduto la macchina fotografica l’ultimo giorno, prima di arrivare a Bologna, sono sicuro che la guarderà almeno due volte…

 

* Ovviamente la prima foto è una citazione di La La Land…

Da Fiumicino alle Ande

Video

Insomma, qualche settimana fa, sono andato a fare un giro dall’Oceano Pacifico a quello Atlantico con lui.

Io, a dir la verità, mi sono anche divertito, nonostante ci sia stato da lavorare molto: in 12 giorni abbiamo fatto 2000 chilometri in autobus e 200 a piedi.

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Ho fatto un po’ di fotografie, che ora mostro in questa presentazione a chi avrà voglia di ascoltare un po’ di musica molto di sinistra come sottofondo…

Consideratelo un modo di dirvi buon anno… ma non credo che oltre a Lucio Picci (il più fotografato che rovina l’atmosfera) ci saranno altri con la voglia di guardare tutta la pappardella…

 

Il mio Instagram 2016

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Le foto più votate del 2016: 4 fatte a Bologna, una a Milano, una nella campagna senese, una a Selci e una a Siena centro

La mia attività social è più o meno di servizio ai miei lavori per twitter e facebook e più dedicata alle mie passioni su Instagram: la mia passione, ovviamente, è il cazzeggio.

Quest’anno ho postato circa 200 foto in meno rispetto all’anno scorso – 682 contro le 876 del 2015 – soprattutto perchè non ci sono più quartieri romani con lavori di street art vergini per me e anche perchè ogni tanto devo lavorare, ma ho raccolto quasi 16 mila like in più (51 mila lo scorso anno, 67 mila nel 2016)… insomma se fotografo meno, forse faccio delle foto che piacciono di più… anche se non credo che sia proprio così, i social non funzionano su criteri qualitativi…

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Le più votate dello scorso anno erano scatti fatti a: uno a Procida, due a Weston Super Mare, uno a Bristol, cinque a Roma.

In ogni caso: Buon 2017

 

Senza Palmira

Sentire le notizie che vedono ancora Palmira campo di battaglie e oggi riconquistata dalle forze dello Stato Islamico fa male al cuore. Saperla danneggiarla, inaccessibile, che la sua popolazione debba ancora patire violenze e dolore, vederne violentata l’eleganza e la storia è una colpa gravissima di queste nostre generazioni, che non sono state in grado di evitare tutto questo.

Quando vent’anni fa la vidi apparire nel deserto rimasi folgorato dalla bellezza dei resti romani e dalla forza e dall’armonia delle sue colonne, dalla vista dall’alto della collina. Sembrava che la regina Zenobia avesse lasciato in quel luogo parte del suo fascino e il turista (o il viaggiatore) con l’espressione attonita di chi guarda un tesoro troppo grande per trovare totale soddisfazione in quella vista. Mai potrò dimenticare quel turbine di sensazioni, quel godimento, quel piacere.

Ecco sapere che forse mai più potrò tornare, che difficilmente potrò avere l’emozione di accompagnare mio figlio a visitare quel posto che ho tanto amato è una ferita che va al di là del mio rifiuto della guerra, del mio impegno sociale o politico. E’ sentire una privazione assurda per l’umanità.

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La regina Zenobia, nelle mie fantasie, era una donna bellissima, coraggiosa. La sua ambigua e provocante energia ne amplifica il fascino. Palmira e Zenobia coincidono moltiplicano la intrigante

Fonti classiche e arabe descrivono Zenobia come bella e intelligente, con una carnagione scura, i denti bianchi perlati e luminosi occhi neri. Si diceva che fosse ancora più bella di Cleopatra, ma che differisse dalla regina egizia per la sua reputazione di estrema castità. Fonti descrivono anche che Zenobia si comportasse come un uomo, amando l’equitazione, la caccia e bevendo di tanto in tanto con i suoi ufficiali e specialmente col suo generale favorito, il capace Zabdas. Effettivamente il bassorilievo rinvenuto a Palmira e conservato nel Museo Nazionale di Damasco mostra una donna attraente e raffinata ed è uno dei rarissimi ritratti della sovrana.

La battaglia di Caporetto

Sul Bot di Telegram de LaNostraStoria ho trovato questo pezzo:

La battaglia di Caporetto cominciò alle ore 2 di notte del 24 ottobre 1917 e rappresenta la più grave disfatta nella storia dell’esercito italiano.
I luoghi più significativi dove venne combattuta la battaglia furono l’omonima conca, le valli del Natisone e il massiccio del monte Colovrat. La disfatta italiana fu causata in gran parte anche dalle innovazioni offensive e difensive introdotte nell’esercito tedesco a partire dal 1916. Tra queste le squadre d’assalto, formate da 11 soldati tra cui fucilieri e mitragliatrici, addestrate allo scontro corpo a corpo. Da sottolineare inoltre la tecnica della difesa elastica, basata sulla distribuzione di soldati su più linee difensive in modo da garantire un ripiegamento limitato ed un efficace contrattacco. Anche il Regio Esercito era disposto su tre linee di difesa ma, a differenza dei loro nemici, i soldati erano ammassati in prima linea, mentre le altre due erano scarsamente presidiate. Nel corso della battaglia si scontrarono oltre 260 mila soldati italiani, capitanate dal generale Cadorna e Capello, sostenute da 1300 cannoni, e circa 353 mila soldati austro-tedeschi affiancate da 2500 cannoni e comandate dal generale tedesco Otto von Below. Alle 2 in punto del 24 ottobre 1917 le artiglierie austro-germaniche cominciarono a colpire le posizioni italiane dal monte Rombon all’alta Bainsizza alternando lanci di gas a granate convenzionali, colpendo in particolare tra Plezzo e l’Isonzo con un gas sconosciuto che decimò i soldati dell’87º Reggimento lì dislocati. Alle 6 il tiro cessò dopo aver causato danni modesti e riprese mezz’ora dopo stavolta contrastato dai cannoni del IV Corpo d’armata. Nel frattempo i fanti austro-tedeschi protetti dalla nebbia si avvicinarono notevolmente alle posizioni italiane e alle 8, senza neanche aspettare la fine dei bombardamenti, andarono all’assalto delle trincee italiane. L’avanzata decisiva che provocò il crollo delle difese italiane fu effettuata dalla 12ª divisione slesiana che progredì in poche ore lungo la valle dell’Isonzo praticamente senza essere vista dalle posizioni italiane in quota sulle montagne, sbaragliando durante la marcia lungo le due sponde del fiume una serie di reparti italiani colti completamente di sorpresa. L’avanzata dei tedeschi ebbe inizio a San Daniele del Carso, dove cinque battaglioni della 12ª slesiana ebbero facilmente la meglio sui reparti italiani scossi dal bombardamento, e subito cominciò la loro progressione in profondità: alle 10 e mezza si trovavano a Idresca d’Isonzo dove incontrarono un’inaspettata ma debole resistenza, cinque ore dopo fu raggiunta Caporetto. Nel frattempo, più a sud, l’Alpenkorps diventò padrone alle 17 e mezza del monte Podclabuz/Na Gradu-Klabuk, mentre del massiccio dello Jeza si occupò la 200ª Divisione, che conquistò la vetta alle 18 dopo aspri scontri con gli italiani. In generale la ritirata avvenne in una situazione caotica, caratterizzata da diserzioni e fughe che sfoceranno in alcune fucilazioni, mista a episodi di valore e disciplina durante i quali molti ufficiali inferiori, rimasti isolati dai comandi, acquisirono notevole esperienza di un nuovo modo di fare la guerra, ora più rapida. Cadorna ordinò all’intero esercito di ripiegare sul fiume Piave, sul quale nel frattempo si erano fatti significativi passi avanti nell’impostazione di una linea difensiva proprio grazie agli episodi di resistenza sul Tagliamento. A questo punto von Below aveva fretta, sia per il timore di ritornare a una guerra di posizione, sia perché era cosciente che i francesi e gli inglesi avrebbero inviato aiuti militari. In pianura però gli austro-tedeschi non ebbero analogo successo e molte unità italiane si riorganizzarono per raggiungere il Piave, l’ultima delle quali vi si posizionò il 12 novembre. Dall’inizio delle operazioni il 24 ottobre all’8 novembre i bollettini di guerra tedeschi avevano contato un bottino di 250 mila prigionieri e 2300 cannoni.

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Quella disfatta ha a che fare con me e con la mia famiglia: a Caporetto tra i soldati semplici c’era mio nonno materno, Egidio Serantoni, un uomo minuto e dal fisico nervoso, ma con una forza straordinaria e con una volontà di ferro: figlio di quella Romagna contadina che ha tenuto botta anche in momenti drammatici, passando per due guerre mondiali. Era nato nel 1896 e quel giorno di ottobre del 1916 aveva vent’anni… mi vengono i brividi solo a pensarlo.

Per lui, come per tutti quelli che sono sopravvissuti a quella macelleria, ci furono delle conseguenze: per mesi, tornato a casa, durante la notte continuando a dormire si alzava e urlava, riviveva negli incubi quei momenti e la paura. Il racconto di mia nonna, anche dopo la scomparsa di “Gigiò” – che in dialetto significa “Egidio Grande”, come era soprannominato per il gusto dei paradossi della romagnolità – erano ancora carichi di angoscia e di amore tenero.

Caporetto per me è sinonimo del terrore di quell’uomo e il mio pacifismo giovanile è segnato da questa storia privata.